domenica 10 aprile 2016

Afragola d'arte. Santa Maria d'Ajello- Cappella Corcione.

San Nicola di Bari, pala d'altare del XVIII secolo, cappella Corcione
Nota bene: gli articoli pubblicati e che si pubblicheranno di seguito costituiscono sunti del capitolo “Santa Maria d'Ajello: 8 secoli di Storia” della nuova edizione del mio libro, “Il caso Afragola” (clicca QUI). Questo per dire a studiosi appassionati e ad appassionati copiatori dei miei articoli che non inserisco certo tutto nel blog, e che la ricerca archivistica E' FONDAMENTALE e nei libri SI TROVA MOLTO DI PIU' che nei brevi articoli del blog.


La quarta cappella della navata sinistra era di patronato della famiglia Corcione, che aveva la proprietà anche di un analogo ambiente nella chiesa di San Marco in Silvis.
La cappella esiste fin dal primo Cinquecento, essendo già citata nella Santa Visita pastorale del cardinal Francesco Carafa1 del 1542. L'altare, come tutti quelli delle altre cappelle, era posto sulle mura della navata centrale, all'epoca l'unica che la chiesa avesse, per poi essere demolito e ricostruito all'incirca un secolo dopo, con la fondazione delle navate laterali. Cappellano nel 1542 era Mizio Russo, nominato da Francesco Corcione e da Nardo Corcione. La cappella era già intitolata a San Nicola di Bari, e un'immagine del Santo è citata nella Santa Visita pastorale del 16982. Non sappiamo del legame che univa la famiglia Corcione al Santo, Nè del resto sappiamo con precisione quando sia stata fondato l'ambiente sacro: nella stessa relazione del 1698, il parroco Orefice scrive espressamente che “non v'è cognitione de' fundatori3.
Formella del ciborio
La pala e l'altare che oggi ammiriamo risalgono al Settecento. L'ara è un'opera barocca in marmi policromi, e con un ciborio coperto da una statua dello Spirito Santo in forma di colomba. La pala d'altare riprende San Nicola circondato da angeli. Il santo asiatico (era nato in Lidia, attuale regione della Turchia, nel III secolo) è ritratto coi parametri episcopali (fu vescovo di Mira nel IV secolo) e il pallio, simbolo di autorità religiosa. Ai piedi è venerato da un religioso, ed è contornato da angeli.
Due miti ricordano il vescovo: il primo, più noto, riguarda la donazione di tre sacchi d'oro a un padre di tre figlie per permettere loro di sposarsi ed evitare la via della prostituzione; il secondo narra che Nicola, entrando in una locanda, resuscita tre fanciulli che erano stati uccisi, squartati e messi sotto sale in un barile da un macellaio. Dei due miti, l'ignoto autore della pala di Santa Maria d'Ajello ha scelto quest'ultimo, dipingendo tre fanciulli nell'angolo in basso a destra della pala. Tuttavia, è presente anche una memoria della prima leggenda nella rappresentazione di una fanciulla a destra del santo e da lui accarezzata, e delle tre palle d'oro (ricordo dei tre sacchi di monete) poggiati su un libro, retto a sua volta da un angelo, a sinistra di Nicola, sotto il pastorale.
Sopra la tela vi è una tavola lignea posta trasversalmente con un distico in latino, due versi che ricordano la venerazione dei Corcione per San Nicola:

TE VETERES NICOLAE COLUNT A JURE PATRONO
CORCIONI O FAMILIOS USQUE TUERE TUOS.

Il manoscritto di Gaetano Puzio, economo di Santa Maria d'Ajello negli anni Cinquanta dell'Ottocento e pubblicato in appendice all'opera di Catello Passinetti, ricorda come una sentenza del 17 luglio 17934 riconobbe il patronato dei Corcione sul luogo.
In basso al centro della pala c'è lo stemma della famiglia Corcione (scolpito anche ai lati dell'altare), mentre è scomparsa la botola per l'accesso alla cripta privata e il cotto maiolicato, eliminati durante i lavori di “restauro” degli anni Sessanta del Novecento.

Altare della cappella Corcione, XVIII secolo. 

Note:

1Liber visitationis” di Francesco Carafa nella Diocesi di Napoli, 1542, libro secondo, 153r (pubblicata a cura di Antonio Illibato, 1983).

2Santa Visita del cardinale Giacomo Cantelmo nella Diocesi di Napoli, 1698, fogl. 535 v.

3Ibidem.

4Il complesso monumentale di Santa Maria d'Ajello in Afragola”, 2003, appendice di don Gaetano Puzio (1850 circa), foglio VI. Passinetti, a pag. 24, sbaglia però la data e la citazione, attribuendo la sentenza, ricordata da una lapide marmorea, al distico sopraddetto.

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