mercoledì 20 aprile 2016

Franz von Papen: il don Abbondio del Terzo Reich.

In primo piano, da sinistra a destra: Franz von Papen, Adolf Hitler, Josepgh Goebbels

Franz von Papen (1879-1969): diplomatico tedesco, conservatore, cancelliere della Germania nel 1932 e vicecancelliere nel 1933-1934, sotto il primo governo presieduto da Adolf Hitler. Cattolico, ma ciò non aggiunge nulla di particolarmente significativo alla sua biografia. Che è quella che ogni dittatore di questo mondo, passato e presente, vorrebbe per i suoi avversari politici. Volete un avversario che vi detesti, e che pur odiandovi si sottomette a ogni vostro volere poiché è pressoché privo di coraggio? Volete un don Abbondio in salsa politica? Franz von Papen è il vostro uomo.
Cancelliere della Germania nel 1932, ispirato da principi conservatori come Bismark, naturalmente avverso alle masse e ai loro diritti come un Lord Melbourne teutonico, guidò un governo che si contraddistinse per una concentrazione quasi assoluta di poteri. Quasi assoluta poiché a capo della Repubblica di Weimar c'era un generale dell'estinto impero, Paul von Hindenburg, che lo aveva scelta alla guida dello Stato e ne teneva a bada le eccessive svolte autoritarie. Papen, sposato alla figlia di un borghese, garantiva gli interessi della classe media più dei vari generali che si erano succeduti al potere e che tenevano ovviamente per la Reichswehr, l'esercito tedesco. Caduto il suo governo, convinto di essere un salvatore della patria e con questa qualifica autoaccreditatosi presso Hindenburg e il Vaticano di Pio XI, era in realtà solo smanioso di potere, potere, ancora potere. Questa cieca concupiscenza di dominio lo portò, lui cattolico, ad allearsi e a divenire il vice di uno degli statisti meno cristiani della Storia: Adolf Hitler.
Per un anno e mezzo, Papen vide progressivamente ridurre i suoi margini di manovra senza poter intervenire, essendo la situazione oggettivamente difficile, con i nazionalsocialisti che occupavano tutte le cariche e diminuivano contemporaneamente le libertà costituzionalmente garantite.
Era caduto nell'errore in cui cadono molti conservatori all'apparire di nuove forze politiche, in occasioni di periodi di crisi: appoggiano i nuovi movimenti con la propria autorità, in modo da garantirli presso le classi medio-alte, e si illudono di poterle manovrare successivamente, per poi esautorarle e tornare al comando dopo che la crisi è passata e i nuovi arrivati si sono sobbarcati le misure impopolari. Papen e Hindenburg fecero coi nazisti lo stesso errore di Giolitti e Vittorio Emanuele III riguardo ai fascisti: credettero di poterli sfruttare, e ne furono sfruttati.

Franz von Papen
Se si esclude il il famoso Reichskonkordat (1933), tra Germania e Vaticano, a lui interamente dovuto, l'unica altra occasione notevole di Papen nell'era nazista fu il discorso all'Università di Marburgo, nell'Assia, tenuto il 17 giugno 1934. In quel discorso, Papen si fece portavoce dei dissensi interni della Germania verso la dittatura hitleriana, criticando la limitazione della libertà di stampa e l'abbandono dei dettami cristiani. Nei suoi scritti successivi alla guerra, Papen rievocherà il momento del discorso in tono enfatico e autoelogiativo, scrivendo: “Sentivo di averli conquistati con la mia libertà di parola”, oppure “Gli applausi scroscianti che salutarono il mio discorso sembrarono esprimere l'anima del popolo tedesco”.
Tutto molto commovente. Peccato che Papen, il pavido Papen quel discorso che gli valse la gloria futura e forse anche la salvezza dal boia di Norimberga, non lo voleva scrivere, e quando gli fu presentato già scritto da altri, non lo voleva leggere. Furono i suoi segretari Edgar Jung e von Tschirschky a convincerlo che bisogna fare qualcosa, bisognava dire qualcosa, per risvegliare le coscienze pulite della Germania, quelle che ancora non erano state ottenebrate dall'ideologia nazista o dalla passività totale. Jung scrisse e riscrisse più volte il discorso, e Tschirscky quasi lo obbligò a leggerlo al prefissato incontro a Marburgo.
Nel suo “La notte dei lunghi coltelli” del 1970, lo storico Max Gallo ricostruisce un significativo episodio, di cui sono protagonisti Papen e Tschirscky. Sono in treno verso l'università, e Papen ha finalmente accettato, dopo mesi, di parlare. A un certo punto, prende i fogli dattiloscritti e con una matita, racconta il segretario citato da Gallo, “iniziò a cancellare certe frasi che gli sembravano troppo chiare e dirette. Gli chiesi: <Signor Papen, ma che fa?>, e si fermò subito”. Questo è l'uomo che dopo la guerra si esalterà nelle sue memorie, scrivendo che sentiva di aver conquistato studenti e professori con la sua “libertà di parola”. Quelle parole che lui, pavido e timoroso di rappresaglie, stava cancellando un paio d'ore prima dell'incontro.
Se egli si fosse fermato all'autoesaltazione dopo la guerra, francamente non ci troverei nulla da stigmatizzare più del necessario, essendo che non sarebbe la prima volta che dei cortigiani dei tiranni valorizzano la propria persona nei loro racconti dopo la caduta di questi ultimi. Inoltre, la data del 17 giugno 1934 è particolare: si era alla vigilia della “Notte dei lunghi coltelli”, l'epurazione (durata due giorni in realtà, dal 30 giugno al 1 luglio) della Sturmabteilung (le SA) di Ernst Rohm e degli avversari politici del Partito nazista, e solo per l'inaspettato intervento di Goring, un suo avversario, questo don Abbondio teutonico non fu una delle vittime.
Quello che a Papen non si può proprio perdonare è stato l'abbandono del suo collaboratore, Edgar Jung, che materialmente scrisse le parole che il vicecancelliere pronunciò solo. Himmler e Heydrich, i due infami nazisti a capo della Gestapo, erano a conoscenza del ruolo di Jung e lo fecero arrestare e torturare il giorno prima della grande purga. Il 29 giugno Papen, il pavido Papen, che era a conoscenza dell'arresto, pronunciò un discorso pubblico in cui diceva: “Nessuno dubita che il cancelliere Adolf Hitler condurrà fino alla vittoria l'opera di rinnovamento della nazione”.
Erano passati solo 12 giorni da Marburgo, solo un giorno dall'arresto di Jung, e Papen dimentica questo e quello, e torna all'ovile.
Lo stesso Gallo, con maliziosa ironia, scrisse sull'episodio del discorso universitario: “Papen saluta tutti, è sorridente, raggiante. Non ha ancora avuto il tempo di avere paura”.1


1 Max Gallo, La notte dei lunghi coltelli, 1970, pag. 171.   

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