martedì 12 aprile 2016

Hier ist kein Warum: indagine su "Explaining Hitler" di Ron Rosenbaum.

Perché tutto questo? Perché a quei bambini? Perché?


Pochi libri di storiografia e indagine storica mi hanno insoddisfatto come “Explaning Hitler”, volume del 1998 edito da Ron Rosenbaum (pubblicato in Italia col titolo de “Il mistero Hitler”).
Buona regola per ogni volume di storia e che parli di storia è quello di distinguere nettamente i processi di spiegazione dei fatti storici (e le teorie che spiegano o pretendono di spiegare tali processi) dalle opinioni dell'autore del volume stesso. Nulla di nuovo: è un metodo che dovrebbe essere applicato anche a un qualunque articolo di giornale che non sia di stampo personale.
E Ron Rosenbaum, giornalista presso numerose testate americane, viene meno al principio, sia dal punto di vista storico, sia da quello giornalistico.

Hitler sincero o Hitler saltimbanco?

Innanzitutto, diciamo dell'impostazione del libro.
E' un volume che, come scrive l'autore, è nato per studiare Hitler ed è finito con lo studiare chi ha studiato Hitler. Raccoglie difatti le conversazioni dell'autore con gli esponenti delle varie correnti teoriche che, nel corso degli anni, hanno cercato di spiegare la particolarità storica di Adolf Hitler, e di rispondere a quella domanda che ha arrovellato studiosi e uomini comuni: com'è possibile che una cultura raffinata come quella tedesca abbia prodotto l'Olocausto, una delle maggiori stragi di esseri umani della storia recente del mondo?
Rosenbaum, in un lavoro che dice durato “quasi un decennio”, intervista i massimi esperti sull'argomento, e passa in rassegna le loro teoria per spiegare, per “normalizzare” il soggetto Hitler all'interno della storia tedesca ed europea. Inizia con la disamina delle due teorie fondamentali, opposte fra loro, dei due principali studiosi della vita del dittatore: Hugh Trevor – Roper (“Hitler era convinto della rettitudine e della sincerità delle proprie azioni”), e Alan Bullock (“Hilter era un saltimbanco che imbrogliò tutti”). Trevor- Roper è più noto nell'ambiente degli studi sull'Olocausto per la colossale figuraccia che fece quando convalidò d'autorità i presunti diari segreti di Hitler, poi rivelatisi un clamoroso falso. Un elemento della sua biografia sul quale Rosenbaum insiste, quasi a voler inficiare l'intera carriera di accademico di Trevor- Roper, o per ridicolizzare la sua tesi, secondo la quale Hitler sapeva che le sua azioni fossero orrende, ma era sinceramente convinto, come chiunque commetta un'azione nel mondo, che fosse giusta. Un colpevole con l'attenuante della buona fede, potremmo chiamarlo in un processo odierno. Possiamo pensare quello che vogliamo di tale tesi (io le sono avverso) ma è degna di menzione e rispetto.
Rispetto che Rosenbaum non le tributa, anche se neppure approva quella contraria, di Bullock, secondo cui Hitler era un saltimbanco, un pagliaccio arrivato al potere e non pienamente cosciente di ciò che faceva. In ciò possiamo essere d'accordo con Rosenbaum: un pagliaccio, un clown non arriva al potere, o anche se ci arriva non resta sulla tolda per 12 anni, conduce il mondo a una guerra planetaria, uccide 10 milioni di persone e poi si suicida. Corollario delle teoria di Bullock è che, se Hitler è uno sciocco clown, i tedeschi dell'epoca e gli uomini politici che lo ammiravano (tra cui anche Churchill) non erano migliori di lui. Tesi troppo semplicistica.

Gli estremisti: Lanzmann&Maccoby

Uno dei maggiori meriti del libro è quello di presentare anche voci fuori dal coro della ricerca storica, come quella di David Irving, che è noto per il suo negazionismo sull'esistenza delle camere a gas e sull'ordine proveniente direttamente dal dittatore di procedere allo sterminio (nota bene: Irving NON nega che lo sterminio sia avvenuto, ma rigetta la tesi, comunemente accettata, che l'ordine sia arrivato da Hitler in persona). Oppure le opinioni di coloro che storici non sono, ma pretendono- è proprio il caso di dirlo- di avere la verità in tasca. E' questa la posizione del francese Claude Lanzmann, autore del film di 9 ore e mezzo intitolato Shoah, e di Hyam Maccoby.
Lanzmann, oggi 91enne, parte da un assunto semplice quanto arrogante: il suo film, Shoah, basato sulle testimonianze di alcuni sopravvissuti agli orrori dei lager, spiega tutto quello che c'è da sapere sull'Olocausto, su Hitler e sugli ebrei uccisi. Quindi tutte le altre teorie, cinematografiche o cartacee, non hanno più senso di esistere. Anzi, dice Lanzmann, non devono più esistere: a chi domanda “Perché tutto questo?”, il regista francese risponde con una frase presa da Primo Levi: “Hier ist kein Warum- Qui non c'è perché”. Se proprio volete capire, guardatevi Shoah, e non rompete più le scatole. E' curioso come un uomo che si definisce antinazista usi la frase di un nazista per proibire ogni speculazione sul perchè di Hitler e dell'Olocausto, e anzi inviti a guarda il suo polpettone a pellicola per soddisfare ogni slancio indagatore. Shoah, il film, che sostituisce la Shoah, la tragedia umana: Lanzmann invita a credere alla sua catarsi cinematografica piuttosto che alla realtà da cui tale opera è tratta. Poi dice che uno considera saccenti i francesi...
Hyam Maccoby si rivela estremista anche lui, ma per un altro verso: la colpa dell'Olocausto è della Cristianità. Maccoby si slancia in un sofisticato discorso nel quale afferma che Cristo, nel dire durante l'Ultima Cena: “Guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito. Meglio per lui se non fosse mai nato”, riferendosi all'ebreo Giuda, sarebbe un “auspicio di sterminio retroattivo che ha spianato la strada allo sterminio proattivo di Hitler”. Esemplare esegesi, non c'è che dire.
Maccoby, all'epoca dell'intervista con Rosenbaum, si diceva isolato nel contesto del panorama storiografico sull'Olocausto, poiché diceva ciò che gli stessi ebrei non volevano dire, e che cioè il Cristianesimo porta intrinsecamente con sé la missione di sterminio degli ebrei. Maccoby si definisce un coraggioso, ma si rivela solo un provocatore, che ignora un assunto fondamentale: se il Cristianesimo porta davvero con sé l'istinto omicida verso gli ebrei, perchè tale istinto ha atteso 19 secoli per manifestarsi? Doveva arrivare un Hitler, che secondo una anodina teoria sarebbe stato anche per un quarto ebreo, a far notare ai cristiani quello che sarebbe stato sotto il loro naso da due millenni, cioè che le Scritture incitavano allo sterminio? E quindi i cristiani che morirono anch'essi nelle camere a gas, erano poveri allocchi? Quelli che nascosero gli ebrei, erano degli eretici secondo la propria religione? Maccoby non risponde, Rosenbaum del resto neppure lo incalza, ed entrambi si domandano come possa il Cristianesimo riscattarsi da tale tara genetica. Maccoby ha la risposta pronta: i cristiani non devono più basarsi sulla morte di Gesù, ma sulla sua vita. Non seguire più la credenza che sia morto o risorto, ma i suoi precetti morali. In pratica, Maccoby chiede ai cristiani di non essere più tali. La sua idea, non è molto dissimile, a ben guardare, da quella nazista: indicare una categoria di persone, farne la quintessenza del male, affermare che esse sono naturalmente maligne, e proporne al mondo il cambiamento radicale o la sparizione totale, è qualcosa che assomiglia paurosamente a quello che Hitler affermava a proposito degli ebrei.

Explaining Hitler...or explaining Rosenbaum?

In un misto di ironia pungente e aperte critiche, Rosenbaum giunge alla fine del libro, e sposa l'unica teoria, delle tante, che non ha un solido impianto probatorio: quella di Lucy Dawidowicz, che nel suo “Tha war against the Jews” del 1975, afferma che il dittatore austriaco avrebbe deciso lo sterminio degli ebrei fin dal 1918, quando subì lo shock della resa della Germania nella I guerra mondiale. La storiografia moderna è pressoché concorde nel ritenere che l'idea dell'Olocausto si sia fatta strada nella mente contorta del leader nazista solo a II guerra mondiale inoltrata, nel 1940 o al massimo nel 1941. La Dawidowicz non dà prove solide della sua teoria, e si limita a riportare quello che Hitler stesso scrive nel suo “Mein Kampf”. Rosenbaum, dopo aver passato 516 pagine a scrivere che fidarsi di Hitler è un errore fenomenale, appoggia la teoria della Dawidowicz che appoggia a sua volta le parole di Hitler! Conclusione magnifica.
Ron Rosenbaum
Il volume è un importante tassello nella storiografia sull'Olocausto, poiché ha il merito di raccogliere in una sola sede le opinioni di numerosi autori che sul genocidio e su Hitler hanno scritto nel corso di 50 anni (ho evitato di riportare anche le altre teorie citate nel testo, come quelle di George Steiner e Christopher Browning). Inoltre, pone l'accento una volta di più su un fatto banale ma che sembra essere ogni anno sempre più dimenticato: Hitler non era un pazzo, era un uomo cosciente di sé, che volle davvero lo sterminio di 10 milioni di innocenti, per il solo fatto che li odiava, e li odiava per il solo fatto che essi esistevano. Un odio ontologico.
Pure, non tutto è perfetto in Rosenbaum. Il ridicolizzare autori che non gli sono a genio anche se di essi denuncia la propria stima e ammirazione, l'ambiguo appoggio a teorie estremiste e fragili come quelle di Maccoby e Dawidowicz, la tutto sommato poca attenzione che dedica a Hitler spingono i lettori a domandarsi perchè ha scritto questo volume.
Credo che il giornalista sia caduto nel comune errore tipico a chi scrive di Storia senza essere storico, foss'anche dilettante: credere di essere giudice implacabile di chi è venuto prima di lui. E' lo stesso errore in cui cadde, due anni prima di lui, nel 1996, l'altro studioso del periodo nazista Daniel Goldhagen col suo “I volenterosi carnefici di Hitler”, e fu per questo pubblicamente umiliato in un convegno aperto dagli altri storici del calibro di Yeruda Bauer.
Rosenbaum, passando in rassegna tutte le spiegazioni su Hitler e i loro propugnatori, mostr più volte insoddisfazione per questa o quella teoria, insoddisfazione in un paio di casi anche personale riguardo l'autore stesso. E' significativo che l'unica tesi che abbracci e che elogi sia quella dell'unica donna citata, la Dawidowicz,che è anche l'unica persona che non ha intervistato poiché defunta. L'autore, credo a livello inconscio, si pone come giudice degli studiosi, e li ritiene, chi più chi meno, insufficienti nelle loro argomentazioni. L'autore più volte si domanda come sia possibile che Hitler non sia stato spiegato, e implicitamente richiede, pretende quella spiegazione, chiusa in chissà quale cassetta di sicurezza di qualche banca svizzera. Ma del resto, lui stesso non propone nulla di proprio, per sostituire quelle teorie. Lamenta che il dittatore non è stato ancora spiegato, ma non prova neppure ad abbozzare una sua ipotesi.
E perciò “Explaning Hitler”, se non spiega in fondo nulla di Hitler proponendo almeno 15 spiegazioni diverse, “spiega” piuttosto i desideri di Rosenbaum nei confronti di quell'Europa di cui lui, ebreo americano, si sente creditore.




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