lunedì 30 maggio 2016

Afragola d'arte. Santa Maria d'Ajello- Presbiterio.

Volta e presbiterio visti dalla navata centrale. Foto della dottoressa Raffaela Loreto. 



Articoli correlati tag "Santa Maria d'Ajello": Prospetto (link), Navata centrale (link), Navata sinistra I e II (link e link), Navata destra (link), Campanile (link), Cappella Corcione (link), Cappella del Presepe (link), Cappella della Cena (link).

Nota bene: gli articoli pubblicati e che si pubblicheranno di seguito costituiscono sunti del capitolo “Santa Maria d'Ajello: 8 secoli di Storia” della nuova edizione del mio libro, “Il caso Afragola” (clicca QUI). Questo per dire a studiosi appassionati e ad appassionati copiatori dei miei articoli che non inserisco certo tutto nel blog, e che la ricerca archivistica E' FONDAMENTALE e nei libri SI TROVA MOLTO DI PIU' che nei brevi articoli del blog.


Al copiatore nullafacente. 

Siamo giunti alla fine della nostra trattazione su Santa Maria d’Ajello. Naturalmente, le notizie date in questi 10 articoli, seppur molto particolareggiate, sono appena appena informazioni turistiche e di interesse superficiale. Per conoscere di più, su ogni singola cappella, su ogni singolo dipinto, su ogni singolo aspetto della storia plurisecolare della chiesa matrice di Afragola, rinvio ancora una volta alla 2a edizione del mio volume, in uscita nel tardo autunno. E idem per le altre chiese di Afragola, e non solo quelle parrocchiali.
Come dico da mesi nella premessa agli articoli di questa rubrica, non lo dico per aumentare tirature (a giudicare dai dati della casa editrice, il libro è venduto più fuori Afragola che in Afragola, il che è tutto dire) ma per dare almeno un senso alla fatica di scrivere tali articoli, che vengono regolarmente copiati in tesi di laurea da cretini che non citano neppure la fonte oppure da gestori di siti web che parlano di cultura locale e copiano testi e foto perché “sono di dominio pubblico”. Si credono furbi, questi mattacchioni, ignorando che le vere perle del mio lavoro non le pubblico più qui sopra, o le pubblico quando sono già state stampate e diffuse presso altri studiosi di storia locale e medievale, il cui giudizio è l’unico che veramente mi interessa, per dirla con Metternich.
A loro rimangono testi copiati e una coppa di fragole in mano. E chi vuole intendere, intenda.

Presbiterio.

La navata centrale termina con il presbiterio. La successiva stratificazione degli interventi nella chiesa, anticamente a una navata e poi allargata a tre, impedì ai costruttori di realizzare una pianta a croce latina, rendendo così il tempio mariano senza transetto, a differenza di San Giorgio.
La navata, come già rilevai nell’articolo specifico, termina prima delle altre, conclusa da un arco trionfale rifatto a metà Ottocento e sul cui apice domina il monogramma di Maria. La balaustra l’altare “sporge” sulla navata: opera del XVIII secolo1, è costituita di marmi policromi intarsiati, e chiusa da un cancelletto di bronzo dorato con in sommità un medaglione della Vergine fra gli angeli, visibile quando il cancelletto è chiuso. Sullo zoccolo marmoreo è incisa la scritta “Don Giorgio Montefusco, 1973”, che ricorda i lavori di rifacimento del pavimento della chiesa ad opera del parroco emerito Montefusco. I lavori sostituirono il cotto maiolicato esistente in chiesa da secoli, e che a mio personale parere poteva essere conservato almeno nelle cappelle del Purgatorio e della Cena, le meno visitate dai fedeli e quindi con pavimentazione meno soggetta a ulteriore usura. Oltrepassata la balaustra, si accede al presbiterio, l’area sacra della chiesa e accessibile solo al clero (parroco, preti, diaconi). L’altare conciliare, realizzato con marmi provenienti dallo scorporo dell’altare della Cappella del Presepe, come mi è stato confermato dal custode del tempio, Ciro Boemio2, è impiantato davanti alla balaustra e “tappa” l’antica botola di discesa nel sotterraneo, visibile ancora fino agli anni Sessanta del secolo scorso. Ho pubblicato una foto che la ritrae, tuttavia, chiedendo consenso al legittimo proprietario- e augurandomi che i copiatori del blog facciano lo stesso, poiché è una foto privata. Accanto, il leggìo del lettore è stato realizzato anch’esso con marmi provenienti dall’antico altare: soluzione meritoria, perché ha permesso, comunque la si pensi, di conservare questa settecentesca manifattura, pur se sotto altre “forme”.
Il centro dello spazio rettangolare del presbiterio è dominata dall’Altare Maggiore. E’ un altare particolare, come mi ha fatto notare lo storico di Afragola, don Giuseppe Esposito, in quanto realizzato con l’assemblaggio di parti di vari altari, distrutti col tempo, e costruito nel Seicento. Ne fa fede il nostro fedele don Giuseppe Orefice, che nella relazione della Santa Visita del 1698 afferma “Altare in isola fatto da me Giu. Orefice3. Anch’esso ha accolto qualcosa dell’altare del Presepe (che doveva essere davvero un capolavoro): le due teste d’angelo ai lati della copertura superiore. La notizia arriva, ancora una volta, dal custode Ciro Boemio4.


Presbiterio, foto del 2014 della dottoressa Raffaela Loreto. 
Domina l’intero presbiterio, e il punto di fuga dell’intera chiesa, la pala d’altare dell’Assunta in cielo tra gli angeli, opera del XVI secolo di Leonardo Castellano1. Gli apostoli sono presso l’avello vuoto della Vergine, ascesa al cielo e contornata da un cerchio di angeli. Tra i 12, riconosciamo solo Pietro, inginocchiato presso la tomba vuota (e riccamente adornata esteriormente), Paolo, dalla barba lunga e che protende il braccio verso l’avello, e Giovanni, il più giovane, e che ha il viso già rivolto alla Madonna. La composizione è completata da un tondo superiore, la Vergine in Gloria con la Trinità, di autore ignoto ma sempre del XVI, nel quale si vede Maria incoronata dal padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo (in forma di colomba). La composizione è la più bella di Afragola e una delle migliori dell’area a nord di Napoli.
Il presbiterio è sormontato dalla cupola, poggiata su un cornicione e senza tamburo basale, e ha uno sviluppo verticale accentuato dalle decorazioni e dall’immagine dello Spirito Santo, dipinto sull’apice. Orefice ci informa che nel 1698 solo due delle 8 finestre erano aperte, essendo chiuse le altre forse per motivi strutturali. Ridecorati nel 1938 ai tempi del parroco don Gennaro Balsamo, presbiterio e cupola sono stati oggetto di più recenti rifacimenti nel 2012, reggente don Giorgio Montefusco, che hanno ripristinato la tinta bianco e oro originaria delle chiesa.

Molto altro ci sarebbe da dire sulla chiesa: le acquasantiere, il pulpito, le zoccolature, gli spazi annessi e connessi. Ma, come detto, o li affronterò prossimamente o rinvio la trattazione specifica nella mia opera autunnale. Con oggi, fine del mese di Maria, lasciamo- si fa per dire- la trattazione artistica della chiesa mariana afragolese per eccellenza. Torneremo ad occuparcene, ma dal consueto profilo storico.
Prossima tappa della rubrica “Afragola d’arte”: il santuario dei Sacri Cuori.


Assunta in cielo tra gli angeli. Leonardo Castellano, XVI secolo. Foto del 2014.

Note: 

1 Catello Pasinetti, “Il complesso monumentale di Santa Maria d’Ajello in Afragola”, 2003, pag. 19.

2 Colloquio con l’autore.

3 Santa Visita del cardinale Giacomo Cantelmo nella Diocesi di Napoli, vol. IV, fogl. 536 r.

4 Colloquio con l’autore.


5 Catello Pasinetti, “Il complesso monumentale...”, 2003. Nella prima edizione dell’opera, del 1990, Pasinetti aveva però attribuito erroneamente la pala a Giovanni Criscuolo.   

lunedì 23 maggio 2016

Afragola d'arte. Santa Maria d'Ajello - Cappella della Cena.

Vasca battesimale, opera di F. Di Guido, XVI sec. circa. 

Articoli correlati: Prospetto (link), Navata centrale (link), Navata sinistra I e II (link e link), Navata destra (link), Campanile (link), Cappella Corcione (link), Cappella del Presepe (link).


Nota bene: gli articoli pubblicati e che si pubblicheranno di seguito costituiscono sunti del capitolo “Santa Maria d'Ajello: 8 secoli di Storia” della nuova edizione del mio libro, “Il caso Afragola” (clicca QUI). Questo per dire a studiosi appassionati e ad appassionati copiatori dei miei articoli che non inserisco certo tutto nel blog, e che la ricerca archivistica E' FONDAMENTALE e nei libri SI TROVA MOLTO DI PIU' che nei brevi articoli del blog.

L’ultima cappella della navata destra è diversa dalle 5 precedenti per forma e funzione. E’ adibita a battistero della parrocchia, funzione che ricopre da due secoli.
Precedentemente era un luogo sacro come tutti gli altri. Nel 1595 era intitolata al Corpus Domini e amministrata dalla Confraternita del Santissimo Sacramento1, la cui sede era adiacente alla cappella stessa. Nel 1678, apprendiamo dalla Santa Visita del 1698, fu rifatto l’altare, che presentava sotto la mensa una statua di Cristo morto, e uno sfondo dipinto con le tre Marie addolorate2. La pittura è scomparsa nel corso dei secoli, mentre la statua credo si possa identificare con quella attualmente custodita in una teca della prima cappella della navata sinistra della stessa chiesa.
Nel Settecento l’altare fu nuovamente ricostruito o restaurato; citato nell’Appendix Puzii a metà Ottocento, non esiste più attualmente, distrutto non si sa quando. In fondo, al posto dell’edicola che ospita la statua lignea dell’Assunta, una pala del XVI secolo rappresentava il Signore con gli apostoli durante l’Ultima Cena; da qui il nome della cappella3. Citata dal parroco Orefice nella relazione della Santa Visita del 16984, ancora visibile al tempo di Gaetano Puzio a metà Ottocento, oggi è scomparsa. Ai lati dell’ambiente, coperto da una volta a botte e illuminato da una finestra ad arco, ci sono riquadri attualmente vuoti, che dovevano ospitare dipinti in linea con la pala centrale. Faccio mia l’ipotesi del Pasinetti, secondo cui la tela della Flagellazione di Cristo, di un anonimo del XVIII secolo, trafugata tre anni fa e non più ritrovata, doveva essere stata ospitata originariamente in uno di questi riquadri.
Al centro del luogo, su un poggio ottagonale, c’è il fonte battesimale, a forma di navicella su un piedistallo, entrambi di marmo. Fu realizzato da Fabrizio di Guido, scultore attivo a Napoli alla fine del Cinquecento, e commissionato da Giovambattista e Giovan Vincenzo Castaldo, amministratori dell’eredità di Bernardino Castaldo. Pasinetti riporta bene le vicende del fonte battesimale, che qui tralascio.
Nell'edicola succitata è ospitato il gruppo ligneo policromo di Santa Maria Assunta in Gloria, scultura del XVIII secolo, depauperata di un angelo ai piedi della Vergine, trafugato nel corso del famoso e nefasto furto del novembre 1979, e che tratteremo prossimamente.

1 Catello Pasinetti, “Il complesso monumentale di Santa Maria d’Ajello in Afragola”, 2003, pag. 30.

2 Santa Visita del cardinale Giacomo Cantelmo nella Diocesi di Napoli, 1698, IV.

3 Appendix Puzii, pag. XIII, in “Il complesso monumentale...”, 2003.

4 Santa Visita del cardinale Giacomo Cantelmo, 1698. Il parroco Orefice scrive: “Cappella della Cena fondata da fratelli spogliati del Santissimo Sacramento da più di cent’anni con pittura dell’Istituzione del Santissimo Sacramento con Icona”.   

mercoledì 18 maggio 2016

Afragola d'arte. Santa Maria d'Ajello- Cappella del Presepe.

Cappella del Presepe, XII - XVIII sec.


Articoli correlati: Prospetto (link), Navata centrale (link), Navata sinistra I e II (link e link), Navata destra (link), Campanile (link), Cappella Corcione (link).

Nota bene: gli articoli pubblicati e che si pubblicheranno di seguito costituiscono sunti del capitolo “Santa Maria d'Ajello: 8 secoli di Storia” della nuova edizione del mio libro, “Il caso Afragola” (clicca QUI). Questo per dire a studiosi appassionati e ad appassionati copiatori dei miei articoli che non inserisco certo tutto nel blog, e che la ricerca archivistica E' FONDAMENTALE e nei libri SI TROVA MOLTO DI PIU' che nei brevi articoli del blog.

Santa Maria d’Ajello- Cappelle del Presepe

Eccoci dunque all’ambiente più interessante della chiesa matrice di Afragola, la Cappella della Presepe o di San Giuseppe, intitolata al “Santo degli ultimi giorni”. Non stiamo parlando di un semplice ambiente laterale, si badi, ma di un vero e proprio tempio, per quanto piccolo, annesso al tempio maggiore, e più antico di quest’ultimo. Una chiesa nella chiesa, insomma, soluzione unica ad Afragola ma non inusuale nel contesto della Terra di Lavoro e dell’area napoletana: basti pensare alla stessa Cattedrale, che “incorpora” al suo interno la chiesa, più antica, di Santa Restituta.
Questo luogo di culto, secondo la tradizione orale poi trascritta nelle Sante Visite apostoliche, sarebbe sorto in epoca altomedievale, in data imprecisata, e avrebbe costituito un primo nucleo di devozione. Da esso, sorto su o comunque in prossimità di una proprietà della Curia di Napoli, si sviluppò poi la primitiva chiesa di Santa Maria d’Ajello (il dicatum “Ajello” deriva da agello, piccolo campo, e non da agnello1). Non abbiamo notizie certe, e il condizionale è d’obbligo. Questa descritta è comunque l’ipotesi più probabile, perché ricalca la fondazione di numerose altre chiese della diocesi, a cominciare dalla Cattedrale stessa. In compenso, ipotesi più fantasiose, come quella che vorrebbe che una fantomatica famiglia Ajello avesse fatto costruire la chiesa in tempi antichissimi, vanno scartate.

Adorazione dei Magi, ignoto del XVIII sec.

La Santa Visita del 1542, curiosamente, non rileva l’esistenza della cappella, che pur doveva risaltare per la sua profondità rispetto alla chiesa. Ricordo che a quella data, Santa Maria d’Ajello era costituita da un’unica navata, e quindi doveva esserci un evidente corridoio che collegasse chiesa e la ormai cappella del Presepe. Di conseguenza non sappiamo che aspetto dovesse avere il luogo 5 secoli fa, e neppure l’intitolazione che avesse. Una lettura attenta della Santa Visita mi ha portato ad avanzare un’ ipotesi ma, come al solito, rinvio all’autunno, alla 2a edizione de “Il caso Afragola”. Nel corso dei secoli la cappella fu decorata secondo i canoni artistici barocchi, e rimessa a nuovo dai “Mastri della Chiesa”2. Nel Seicento divenne sede della Confraternita della Disciplina, o di San Giuseppe, una delle più importanti di Afragola, che vantava come membri gli esponenti delle famiglie più in vista del casale. Estintasi, alla fine del Settecento, la Confraternita, il luogo ridivenne semplice cappella. A metà Ottocento, presentava un’Icona ritraente la Sacra Famiglia, e una statua di San Giacomo, oggi perduta3

La circoncisione di Gesù, anonimo del XVIII sec.


Oggi la cappella, divisa dalla navata da un gradino rialzato, presenta un vestibolo coperto da una volte a botte e decorato da stucchi e decorazioni di angeli e festoni floreali. Due riquadri laterali mostrano due affreschi, di autore ignoto: a destra L’Adorazione dei Magi, a sinistra La Circoncisione di Gesù. Entrambi realizzati nel Settecento, al tempo della Confraternita della Disciplina. Dal vestibolo si accede alla cappella vera e propria, dotata di una profonda abside semicircolare, sulla quale un tempo si aprivano finestre ellittiche, oggi murate. Né è l’unica particolarità della cappella evidenziata dai restauri conclusi all’inizio di questo secolo: durante le rilevazioni del 1997, fu evidenziata l’esistenza di un antico ingresso del luogo, che dava direttamente sulla via pubblica4.
L’altare marmoreo, risalente al Seicento, è stato in parte smembrato, come mi ha riferito il custode Ciro Boemio, per realizzare la mensa postconciliare dell’altare maggiore, e il leggìo a destra della nuova mensa stessa.
Fino al 2010, la cappella ospitava grandi teche con statue di santi, fra cui San Giuseppe con Bambino, Santa Maria delle Grazie, San Gioacchino e Sant’Anna. Oggi ospita le statue di San Giuseppe e di San Giovanni Paolo II, oltre all’antico affresco della Madonna della Scafatella, qui condotto nel 2013.

1Carlo Cerbone, Chiesa e società ad Afragola fra Cinque e Settecento, 1a ed. 2004, pag. 19

2Santa Visita del cardinale Giacomo Cantelmo nella Diocesi di Napoli, 1698, vol. IV

3Appendix Puzii, pag. XII, allegata a “Il complesso monumentale di Santa Maria d’Ajello in Afragola”, di Catello Pasinetti, 2003

4Catello Pasinetti, “Il complesso monumentale...”, nota 54, pag. 34

martedì 17 maggio 2016

La guerra ad Afragola VII: in ricordo di Ciro Maiello.


Pergamena commemorativa di Ciro Maiello.
Pubblicato su "Nuovacittà" del 14 maggio 2016

L'articolo della scorsa settimana sui due caduti della RSI ha aperto uno spiraglio sul buio del periodo bellico di Afragola e degli afragolesi. Chi scrive, insieme a Nuovacittà, è impegnato fin dal 2011 a riscoprire quel periodo storico di cui nessuno o quasi si è mai occupato, se non in maniera retorica e quindi grossolana. Sulla scia degli articoli di questi anni, si è destato un nuovo interesse per gli anni della Prima e della Seconda Guerra mondiale, e può far solo piacere che le associazioni culturali si stiano occupando di un argomento sempre ignorato, e affrontato all'inizio da questo settimanale. Oggi aggiungiamo un altro tassello a questo mosaico fluido. Nella foto a lato, osservate la pergamena e la medaglia al valor militare di Ciro Maiello, fante caduto durante il secondo conflitto mondiale. Nella motivazione, è scritto : “Visto cadere il proprio ufficiale, incurante del tiro nemico, accorreva in suo aiuto. Nel generoso tentativo veniva colpito a morte da una raffica di mitragliatrice. Gorlowka (fronte russo), 2 novembre 1941”.

lunedì 16 maggio 2016

Un rimprovero all'Italia. Del 1892.

Solo in Italia un mago arrogante e sprezzante poteva diventare un martire del libero pensiero.

Per un buon divulgatore storico la ricerca, l’analisi e la trascrizione delle fonti è l’essenza stessa della propria attività, intesa come passione e come lavoro. Ma bisogna intendersi sul concetto di “fonte”. Per alcuni, una fonte è tanto un’enciclopedia quanto la serie di nozioni prese e incollate da siti web che trattano di temi storici: a questa categoria appartengono la maggior parte dei commentatori dei social, molti neolaureati in Storia, gli autori di volumi storici locali e nazionali, e anche qualche docente universitario. Per altri, la fonte invece è il documento scritto, è il racconto, è il rudere, è l’arnese arrugginito, è la presa visione in diretta dei luoghi e delle testimonianze visibili, per quanto in maniera precaria, di un dato periodo storico: a questa categoria appartengono, per fortuna, la maggior parte dei docenti universitari italiani ancora in cattedra e , a una distanza ovviamente siderale da loro, mi metto anche io.

Vi chiederete: perché questa introduzione sul metodo? Niente, così giusto per ricordare a voi, ai miei appassionati copiatori e ai loro seguaci che pendono dalle loro labbra come si fa ricerca storica, e come questo lavoro sia un pochino più difficile del semplice copia-e-incolla che si è abituati a fare da quanto è nato il web.

Parlando di fonti, ovviamente non possiamo ignorare che, da quanto esiste, anche la stampa lo è. Visionare giornali d’epoca, come riproduzioni o in forma di microfilm, costituisce una buona base di partenza per rendersi conto del modo di pensare di un’epoca, per quanto filtrata dalla sensibilità del giornalista (e dall’impostazione del giornale).
Leggendo, non più tardi di due giorni fa, una copia de Il Mattino del 1892, proprio la prima uscita, vi ho trovato un appunto, nulla di più, ma molto curioso. E’ un intervento, che riporto integralmente, di una conferenziera di origine slava, che nel numero 1 del giornale, mercoledì 16 marzo 1892, fa una strigliata alla cultura italiana, massone e antilibertaria, costituita da balordi che l’avevano ripetutamente disturbata in un suo intervento, che criticava Giordano Bruno e quindi non doveva essere divulgato. Ancora oggi, nell’anniversario del rogo di Campo de Fiori, gli italiani ricordano il filosofo Bruno che fu “vittima” della Chiesa cattolica, e tacciono di idiozia chiunque sia contrario a questa vulgata. Segno che, nei 124 anni che ci separano dal trafiletto della sfortunata conferenziera, il substrato culturale italiano, che prende le fonti da Wikipedia e dai giornali di partito, non è affatto cambiato.

Da Il Mattino, anno I n. I, mercoledì - giovedì 16-17 marzo 1892, prima pagina

Gentile gibut,

nella mia qualità di Slava ignara in parte della libertà occidentale, sono da perdonare se ho ignorato fino all’altro ieri che parlare contro Giordano Bruno fosse un delitto di lesa Italia: che fosse vietato di criticare la Massoneria in nome dei suoi stessi antichi, splendidi ideali, mentre il parlare contro Dio non è considerato delitto di lesa umanità; e che, infine, non si potesse essere liberi credenti allo stesso modo che si è liberi pensatori.
Scusandomi di tale ignoranza e non volendo d’altra parte essere cagione involontaria di disturbi, sono venuta nella determinazione di smettere le mie conferenze, tanto più che esse sono in corso di stampa, per conto di un editore. Ringrazio cordialmente quei cortesi che mi hanno con indulgenza ascoltata e che non vorrei mai confondere con pochi disturbatori.
La prego di pubblicare nel suo vivamente aspettato giornale queste due righe e la ringrazio,

Div.ma

Letizia A. Polozow

domenica 8 maggio 2016

Afragola d'arte. Santa Maria d'Ajello- Navata destra.

Altare del Santissimo Sacramento, 1670, terza cappella destra.

Articoli correlati: Prospetto (link), Navata centrale (link), Campanile (link), Navata sinistra I (link)
                             Cappella Corcione (link), Navata sinistra II (link).

Nota bene: gli articoli pubblicati e che si pubblicheranno di seguito costituiscono sunti del capitolo “Santa Maria d'Ajello: 8 secoli di Storia” della nuova edizione del mio libro, “Il caso Afragola” (clicca QUI). Questo per dire a studiosi appassionati e ad appassionati copiatori dei miei articoli che non inserisco certo tutto nel blog, e che la ricerca archivistica E' FONDAMENTALE e nei libri SI TROVA MOLTO DI PIU' che nei brevi articoli del blog.

La navata minore destra, come la parallela sinistra, risale ai lavori di ampliamento della chiesa realizzati a inizio Seicento. Quello che oggi vediamo è tuttavia un ambiente radicalmente modificato dai lavori del 1780, che hanno cambiato il gusto artistico della chiesa e portato all'attuale configurazione. La presenza, a circa metà della navata, del profondo ambiente della Cappella del Presepe ha modificato meno di quanto avvenuto a sinistra gli ambienti.
La prima cappella non ha altare, e presenta una rientranza attualmente occupata da una statua di San Pio da Pietrelcina. Dalla Santa Visita del 1698 apprendiamo che la cappella fu fondata nel 1589 dai fratelli Cesare e Francesco Iovino, e l'intitolazione era alla Passione di Cristo, della quale c'era anche un'immagine. Nell'Appendix Puzii del 1853 è scritto che la cappella ebbe l'intitolazione alla Vergine della Pietù a metà Seicento, non avendone precedentemente nessuna1. Pasinetti non si pronuncia sulla contraddizione, limitandosi a citare entrambe le intitolazioni. Una possibile spiegazione sulla discrepanza fra quanto scritto nella S. V. del 1698 e nell'Appendice del 1853, ma che parla di eventi precedenti alla suddetta Visita di fine Seicento, la do nella seconda edizione del mio volume “Il caso Afragola”, notevolmente aggiornato rispetto al 2014.
Seconda cappella
Tornando alla cappella, essa ha ospitato per secoli il Fonte battesimale, che oggi è posto nell'ultima cappella della stessa navata, e ospitava anche un pregevole crocifisso poi trafugato nel 1979, e per il resto del parroccato di don Giorgio Montefusco (1967-2013) il vano è stato occupato da un'immagine del Volto Santo di Gesù. Da un paio d'anni, la nicchia rientrante è occupata dalla succitata statua del Santo di Pietrelcina.
Passiamo ora a uno degli ambienti storicamente e storiograficamente più importanti della chiesa.
La seconda cappella sinistra attualmente esistente sembrerebbe dedicata alla Beata Vergine del Rosario, anche se presenta l'icona di San Giovanni Battista. L'altare è una mensa a muro intarsiata e fatta risalire all'Ottocento da Pasinetti2, e la pala risale al 1695, opera di Alessandro Viola, ritraente San Giovanni Battista nel deserto, reggente una croce astile e un cartiglio con la dicitura “Ecce Agnus Dei”. Al suo fianco, un agnello simbolo di Cristo.
Scrivo “attualmente esistente” perché in quella miniera che è la Santa Visita del 1698 (molto più importante, a mio parere, di quella del 1542) sono citate altre due cappelle non più esistenti, e quindi l'attuale 2a doveva essere in realtà la 4a. Le fonti ce la dicono dedicata alla Madonna del Carmine (di nuovo!) e fondata nel 1628 circa dalla famiglia Orefice nella persona del dottor Scipione3. L'Appendix aggiunge che alla morte del parroco Orefice, redattore della Santa Visita del 1698, un suo congiunto, Leonardo Orefice, acquistò la cappella nel 1717 e vi fece trasferire la cripta di famiglia, fino ad allora posta nella 3a cappella destra della stessa chiesa.
Torna di nuovo una contraddizione fra quanto scritto da don Orefice e quanto scritto un secolo e mezzo dopo dal curato Puzio nella sua Appendice: seguendo Orefice (parroco) nel 1628 un suo avo chiamato Scipione edificò la cappella, mentre se seguiamo Puzio, un altro Orefice (laico) di nome Leonardo nel 1717 acquistò dal precedente proprietario la cappella e la fece diventare di patronato. Anche per la possibile soluzione di questo “enigma” (che tale non è, in realtà), rinvio alla mia pubblicazione, che doveva essere realizzata a maggio ma vedrà la luce in autunno per l'arrivo inatteso e gradito di nuovi documenti.
Terza cappella
Tornando a noi, la cappella fu intitolata alla Beata Vergine di Pompei durante il mandato di Montefusco, e fino a tre anni fa ospitava, in luogo del San Giovanni, un'orrenda riproduzione del noto dipinto del santuario pompeiano, realizzata negli anni ottanta del Novecento, e oggi riposta nei ripostigli della chiesa (giustamente, aggiungo io).
La terza cappella é intitolata a Cristo Pantocratore, e la pala ottocentesca rappresenta il Redentore che regge il Globo sormontato da una croce, mentre degli angeli lo attorniano. L'altare non è quello originario: quello che attualmente vediamo è l'ara dell'estinta Confraternita del Santissimo Sacramento, una volta in attività nella sala che si apre in fondo alla stessa navata. Risalente al 1670, presenta ciborio e mensa sostenuti da due piedistalli, e un pregevole intarsio nel paliotto con l'immagine della Sacra Specie contenuta nell'Ostensorio.
La cappella fu fondata dalla famiglia Muti nel 1557, ed era dedicata a Sant'Antonio Abate.
La quarta cappella presenta una tela risalente al 1787 ritraente la Vergine del Carmine con Bambino circondati da angeli e supplicata da un religioso. Impolverata e lesa dal tempo, fu sottoposta a un rifacimento approssimativo da don Domenico Giacco negli anni ottanta del Novecento. Era ospitata fino a tre anni nella nella 2a cappella destra. L'altare fu fatto realizzare nel 1873, in sostituzione del precedente, dal vicario foraneo Sebastiano Castaldo Tuccillo. La famiglia Tuccillo era proprietaria della cappella fin dagli inizi del Cinquecento, già citati nella Santa Visita del 1542 e ancora in quella del 1698: in questa occasione, don Orefice annotò che la cappella era senza ornamenti e tutti rovinata, tant'è che “è tutta piove, quando è mal tempo”.
Le ultime due cappelle, quella del presepe e quella della cena, le tratteremo in un successivo articolo.

Quarta cappella


1 Appendice, pag. IX, allegata a Pasinetti, “Il complesso monumentale di Santa Maria d'Ajello in Afragola”, 2003.

2 Catello Pasinetti, “Il complesso monumentale...”, pag. 27.


3 Santa Visita del cardinale Giacomo Cantelmo nella Diocesi di Napoli, 1698, fogl. 534 e segg.