lunedì 16 maggio 2016

Un rimprovero all'Italia. Del 1892.

Solo in Italia un mago arrogante e sprezzante poteva diventare un martire del libero pensiero.

Per un buon divulgatore storico la ricerca, l’analisi e la trascrizione delle fonti è l’essenza stessa della propria attività, intesa come passione e come lavoro. Ma bisogna intendersi sul concetto di “fonte”. Per alcuni, una fonte è tanto un’enciclopedia quanto la serie di nozioni prese e incollate da siti web che trattano di temi storici: a questa categoria appartengono la maggior parte dei commentatori dei social, molti neolaureati in Storia, gli autori di volumi storici locali e nazionali, e anche qualche docente universitario. Per altri, la fonte invece è il documento scritto, è il racconto, è il rudere, è l’arnese arrugginito, è la presa visione in diretta dei luoghi e delle testimonianze visibili, per quanto in maniera precaria, di un dato periodo storico: a questa categoria appartengono, per fortuna, la maggior parte dei docenti universitari italiani ancora in cattedra e , a una distanza ovviamente siderale da loro, mi metto anche io.

Vi chiederete: perché questa introduzione sul metodo? Niente, così giusto per ricordare a voi, ai miei appassionati copiatori e ai loro seguaci che pendono dalle loro labbra come si fa ricerca storica, e come questo lavoro sia un pochino più difficile del semplice copia-e-incolla che si è abituati a fare da quanto è nato il web.

Parlando di fonti, ovviamente non possiamo ignorare che, da quanto esiste, anche la stampa lo è. Visionare giornali d’epoca, come riproduzioni o in forma di microfilm, costituisce una buona base di partenza per rendersi conto del modo di pensare di un’epoca, per quanto filtrata dalla sensibilità del giornalista (e dall’impostazione del giornale).
Leggendo, non più tardi di due giorni fa, una copia de Il Mattino del 1892, proprio la prima uscita, vi ho trovato un appunto, nulla di più, ma molto curioso. E’ un intervento, che riporto integralmente, di una conferenziera di origine slava, che nel numero 1 del giornale, mercoledì 16 marzo 1892, fa una strigliata alla cultura italiana, massone e antilibertaria, costituita da balordi che l’avevano ripetutamente disturbata in un suo intervento, che criticava Giordano Bruno e quindi non doveva essere divulgato. Ancora oggi, nell’anniversario del rogo di Campo de Fiori, gli italiani ricordano il filosofo Bruno che fu “vittima” della Chiesa cattolica, e tacciono di idiozia chiunque sia contrario a questa vulgata. Segno che, nei 124 anni che ci separano dal trafiletto della sfortunata conferenziera, il substrato culturale italiano, che prende le fonti da Wikipedia e dai giornali di partito, non è affatto cambiato.

Da Il Mattino, anno I n. I, mercoledì - giovedì 16-17 marzo 1892, prima pagina

Gentile gibut,

nella mia qualità di Slava ignara in parte della libertà occidentale, sono da perdonare se ho ignorato fino all’altro ieri che parlare contro Giordano Bruno fosse un delitto di lesa Italia: che fosse vietato di criticare la Massoneria in nome dei suoi stessi antichi, splendidi ideali, mentre il parlare contro Dio non è considerato delitto di lesa umanità; e che, infine, non si potesse essere liberi credenti allo stesso modo che si è liberi pensatori.
Scusandomi di tale ignoranza e non volendo d’altra parte essere cagione involontaria di disturbi, sono venuta nella determinazione di smettere le mie conferenze, tanto più che esse sono in corso di stampa, per conto di un editore. Ringrazio cordialmente quei cortesi che mi hanno con indulgenza ascoltata e che non vorrei mai confondere con pochi disturbatori.
La prego di pubblicare nel suo vivamente aspettato giornale queste due righe e la ringrazio,

Div.ma

Letizia A. Polozow

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