mercoledì 22 giugno 2016

Un rosone "tappato".

Reliquie architettoniche dell'Afragola che fu.

Le chiese di Afragola hanno subito notevoli modifiche nel corso del tempo, e l’aspetto che vediamo oggi è il risultato di manomissioni risalenti all’Ottocento. Talvolta, però, in maniera imprevedibile, il passato si mostra, e fa riflettere su quanto si è perso strada facendo. E’ noto il caso del rosone di San Marco vecchio, l’unico delle tre antiche chiese parrocchiali ancora visibili. 
Un rosone è una finestra circolare posta sulla facciata di una chiesa, in modo che in determinati momenti del giorno (solitamente verso il crepuscolo), la luce possa illuminare naturalmente il ciborio contenente il Santissimo. Nel 1698 tutte le chiese storiche ne avevano uno: Santa Maria d’Ajello, San Giorgio e San Marco detta in Sylvis. Oggi resta solo quello di quest’ultimo tempio, ed è tappato: per vederlo, bisogna entrare in chiesa e dare uno sguardo alla controfacciata. Non sorprendetevi se notate che il rosone è fuori asse con la navata: nel Medioevo, soprattutto in area francese, non era raro trovare tali errori di simmetria nelle chiese, e se si pensa che il tempio marciano risale alla dominazione degli Angioini (quindi francesi) del XIII secolo, i “conti” tornano. 

martedì 14 giugno 2016

Sant'Antonio in festa...nel 1920.



Un grande grazie al maresciallo Roberto Giacco, presidente della sezione dell'Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra di Afragola, che mi ha mandato la foto che vedete. Essa riprende un manifesto degli Anni Venti del Novecento, che espone il programma della festa di Sant'Antonio in Afragola.
Il documento, aldilà della testimonianze folcloristica, ci consegna due dati storici importanti.
Il primo, è che la festa del Santo padovano nella nostra città iniziava il 12 giugno e si concludeva quasi un mese dopo, nel luglio inoltrato, seppur con intervalli periodici tra un evento e l'altro.
Il secondo è che la festa era considerata quella patronale, e ciò rafforza l'ipotesi che il culto di San Gennaro, patrono effettivo della città, sia decaduto ben prima del secondo periodo bellico.
Incuriosisce la fiera dei cavalli che si teneva il 16,17 e 18 giugno, tipica della realtà contadina di Afragola. La foto è di proprietà del suddetto Roberto Giacco, e per sua concessione la pubblico sul blog.

lunedì 13 giugno 2016

Ivanhoe, ovvero l'eroe mancato.


In tempi di femminismo sfegatato, Chiesa “inclusiva” di tutti meno che dei cristiani, crisi economica, sudditanza politica, debolezze finanziarie, deficienze lavorative, inciviltà al massimo grado insomma, è naturale che chi non abbia molta stima del mondo attuale si rifugi nel passato, come il sottoscritto. Trovo a dire il vero molto stimolante e illuminante la lettura dei classici dell’erà pre-industriale, quando ancora si sapeva scrivere. Naturalmente non tutto è positivo, e anche quelle opere che a prima vista ti sembravano dei must, a una seconda rilettura, dopo anni e molte esperienze in più, rilevano i loro limiti.
Ho verificato questo assunto riprendendo in mano, dopo 4 anni dall’ultima volta, due volumi: Il mercante di lana di Valeria Montaldi, incentrato sulla missione di un monaco benedettino inglese in Val d’Aosta, e Ivanhoe, la famosa opera di Walter Scott. Oggi parlo di quest’ultima, riservandomi di trattare la prima opera nel corso di questo mese.

La Old Merry England di Scott.

Un capolavoro, indubbiamente.
La trama è semplice: nell’Inghilterra del XII secolo devastata dal governo di Giovanni, reggente in vece del fratello Riccardo Cuor di Leone partito per la crociata, si svolgono le avventure della famiglia di Cedric il Sassone, fiero avversario di quei normanni che da un secolo avevano occupato l’isola. Egli vuole sposare la bella Rowena, di cui è tutore, all’incolore Athelstane, contro l’opinione della ragazza, innamorata di Vilfredo di Ivanhoe, figlio di Cedric, partito al seguito di Riccardo e per questo diseredato dal genitore.
Tra tornei di cavalieri e rapimenti nottetempo, si dipanano le parallele vicende di Cedric, di Ivanhoe e di Riccardo, tornato segretamente dalla Palestina per rendersi conto delle malefatte del fratello. Il lieto fine avverrà all’ultima pagina, con la riconciliazione tra Cedric e Ivanhoe, il permesso di sposare Rowena col benestare sorprendente di Athelstane, e l’inizio di quella collaborazione tra normanni e sassoni che si completerà solo sotto Edoardo III (1327-1377), e che sarà la base della potenza inglese nell’età moderna.

Stupendi i dialoghi, ottima l’ironia (quella del buffone Wamba è fenomenale), ben resa non solo l’ambientazione storica ma anche, ed era più difficile, la mentalità dell’epoca. La storia d’amore fra Ivanhoe e Rowena, e anche quella unilaterale fra Rebecca l’ebrea e il cavaliere sassone, fanno giustamente solo da sfondo alla storia di rapimenti e assalti a castelli che costituisce la filigrana del romanzo. I migliori personaggi, per caratterizzazione, sono Riccardo, un misto di burloneria e ira improvvisa, Giovanni, fellone ma furbo, Wamba, lo stesso Cedric, fiero e geloso della propria stirpe, l’avido e passionale Templare.
Chi è meno delineato è proprio il protagonista: combatte nell’arena del torneo, sviene, si perde l’unico vero combattimento senza esclusione di colpi, stando infermo a letto, e si rimette a cavallo per partecipare a un ulteriore giostra, dalla quale esce vincitore per puro caso (non rivelo nient’altro per non passare per rompifeste). Orgoglioso del proprio valore guerriero, senza però riuscire a dimostrarlo se non nei tornei, dove pure si moriva ma almeno c’erano formalmente delle regole. Un po' troppo poco, per voluta scelta del suo creatore. Perché il romanzo in realtà avrebbe dovuto essere intitolato a Riccardo I, vero protagonista dell’opera, ma non avrebbe avuto la stessa risonanza visto che opere sul sovrano plantageneto non mancavano di certo.


Riccardo I
Tutto perfetto? Ovviamente no. I religiosi sono visti o come arraffoni (il priore benedettino normanno) o come uomini ai limiti della legge (frate Tuck), le uniche categorie estranee alla classica tripartizione medievale clero-cavalieri-popolo sono gli ebrei che vengono coinvolti nelle vicende e il punto di vista dei sassoni, se si esclude Cedric, non è considerato. Ma non era, in fondo, questo l’intento di Scott: egli voleva donarci un’opera incentrata sull’Inghilterra medievale guerresca, e ci è riuscito benissimo, e nessuna biblioteca al mondo può dirsi ben fornita se non contiene una copia dell’Ivanhoe.
Quali che possano essere le sbavature di Scott, sono perdonabili, essendo egli il capostipite e fondatore del romanzo storico. E fa proprio pena il nostro Manzoni, il quale criticò a suo tempo l’autore inglese affermando che i suoi romanzi erano ben costruiti ma in essi non c’era il Vero storico. Una frase del genere non va manco commentata, detta del resto da uno che divenne senatore per aver scritto una storia d’amore: uno dei primi arrivisti del nuovo Regno italiano, e a quel che si vede non ce ne siamo liberati neppure dopo 70 anni di Repubblica (in compenso, la storia d’amore era molto ben scritta, tengo a ricordarlo).


mercoledì 8 giugno 2016

Medioevo...affamato?

Grande macelleria, di Annibale Carracci, 1585. 

"Nel Medioevo morivano di fame".
Una delle più grandi idiozie che circolano fra la gente comune, in Rete e che hanno perfino dignità di pubblicazione sui libri di testo, è la presunta povertà alimentare dell'Età di Mezzo. A sentire i propugnatori di tale idea, non ci fu anno, in quei mille anni, che non ci fosse una carestia, un'alluvione, una pestilenza, e non ci fosse una moria di bestiame tale da ricordare l'episodio biblico dei sette anni di vacche magre.
In realtà, il Medioevo fu un'epoca di parsimonia, ma solo per evenienze lavorative e religiose. Fatte salve le particolarità locali e di ceto sociale, sulle tavole dei medievali non mancava, ad esempio, la carne, ricca di ferro e proteine, che dava rinforzo ai corpi. La si consumava nel giorno sacro della settimana, gli stessi castellani ne facevano uso in occasione di banchetti o determinati eventi, ma da qui a dire che, in tempi normali, i nostri avi si cibavano esclusivamente di radici o bacche è una colossale falsità che è dura a morire. Più che altro, possiamo aggiungere che gli europei dei secoli VII- IX mangiarono più carne rispetto ai loro discendenti del XIV secolo, ma ciò a causa della cesura della Grande Peste.

Il tipo di economia silvopastorale metteva a disposizione dei medievali, una quantità di carne relativamente abbondante. A fronte della scarsità di cereali, inoltre, si poteva contare su una produzione ingentissima di ortaggi. Che i signori mangiassero più selvaggina mentre i villani si nutrissero più di ortaglie, era una condizione dipesa più da fattori culturali e di ceto sociale. Né si deve essere troppo manichei in materia: l'attenzione che certi documenti dedicano agli ortaggi, come il Capitulare de Villis di Ludovico il Pio, tradiscono l'apprezzamento che anche i signori avevano per questo genere di alimento. Possiamo quindi affermare che il Medioevo, lungi dall'essere quell'epoca di denutrizione a cui una certa storiografia ci ha abituato, fu un periodo durante il quale tutti gli strati sociali poterono godere di una dieta ricca e diversificata.

lunedì 6 giugno 2016

Afragola d'arte. Santuario del Sacro Cuore - Prospetto.

Prospetto del santuario. Foto della dottoressa Raffaela Loreto. 

Nota storica.

Il santuario del Sacro Cuore di Gesù sorge nel distretto parrocchiale della chiesa matrice di Santa Maria d’Ajello, nella località “Sambucio”, traslitterazione del termine dialettale “sambucij”, derivato a sua volta dalla parola “sambuco”. Evidentemente, v’era anticamente una folta presenza di alberi di tale specie nell’area, tanto da far nascere il nuovo toponimo.
Nel novembre 1901 morì l’arciprete di Afragola Sebastiano Castaldo Tuccillo. Egli aveva nominato suo fiduciario testamentario il canonico afragolese Michele Sibilio, con l’incarico di devolvere la sua eredità in opere di carità. Passarono 5 anni: nel settembre 1906, Sibilio donò il patrimonio dell’arciprete ai Padri Missionari del Sacro Cuore di Gesù, congregazione fondata nel 1833 dal sacerdote italiano Gaetano Errico (1791-1860), santificato da Benedetto XVI nel 2008.
I Padri erano di stanza a Secondigliano, dove era vissuto ed era morto il fondatore. Avuto il permesso di insediarsi in territorio afragolese nel dicembre 1906, in meno di un anno fu aperta una Casa della congregazione, e iniziarono i lavori per la costruzione del tempio vero e proprio (un luogo di culto provvisorio fu installato nello spazio adesso adibito a sacrestia del santuario).
I 25 anni del rettore Pennino furono caratterizzati dall’insediamento definitivo dei padri nel tessuto sociale e religioso di Afragola,e dal completamento della costruzione della chiesa, benedetta nel 1923. L’Altare maggiore risale al 1928, mentre la statua processionale di Cristo è del 1911. La tradizionale processione di giugno è in atto da oltre un secolo, dal 1912.


Prospetto.


La chiesa presenta un prospetto in stile neoclassico a due livelli, con un unico ingresso sormontato da un timpano ad arco ribassato. I livelli sono divisi da un cornicione, retto da semicolonne in stile ionico, sul quale è incisa l’intitolazione del tempio: CORDI JESU dicatum. Il secondo livello presenta un ampio finestrone rettangolare, sormontato da un timpano triangolare, che dà luce all'interno. Un ulteriore cornicione chiude la composizione, completata negli anni Sessanta del Novecento, e dominata in alto dall'imponente statua di Cristo, alta 3 metri, opera in bronzo della scultore Martini nel 1975. Il prospetto è largo quanto l’unica navata interna, e se si eccettuano la statua e la dedicazione, si presenta privo di decorazioni. Da notare l’assenza del campanile, caratteristica delle case religiose dei Missionari del Sacro Cuore. 


Articolo correlato: Il Santuario com'era e com'è (link).

giovedì 2 giugno 2016

Arte in pillole: la Corona del Sacro Romano Impero.


La corona del sacro Romano Impero, attualmente custodita a Vienna.


La Corona del Sacro Romano Impero, realizzata tra il 953 e il 962 per Ottone I, poi modificata nel secolo successivo, è uno dei manufatti medievali che mostra l'attenzione al simbolismo di numeri e colori da parte dei medievali. 
Sormontata da un arco e da una croce, ha la forma di un ottagono, le cui 8 piastre dorate si richiamano a 2 quadrati, quelli della Roma celeste e della Gerusalemme celeste, dalle mura d'oro. Le pietre preziose erano originariamente in numero di 144, cifra dell'Apocalisse, che deriva da 12x12, simboli dei 12 Apostoli e delle 12 tribù d'Israele. Colui che indossava la corona era dunque l'Unto, che univa in sé Vecchio e Nuovo Testamento, e veniva incoronato dal Sommo sacerdote, cioè il Papa.

Articolo correlato: l'Evangeliario di Teodolinda (clicca QUI).