domenica 31 luglio 2016

Chicche di arte tedesca (2).

La chiesa cattolica di Reinheim (Assia) ha una particolarità curiosa fra quelle tedesche: ha come patrono un Papa. E non un Pontefice di anni recenti, per di più.
Con mia profonda meraviglia ho constatato che la statua che credevo ritraesse S. Giovanni Paolo II mostra invece le fattezze di S. Pio X, Pontefice italiano degli inizi del Novecento (1903-1914), ispiratore del Catechismo della Chiesa Cattolica e del rinnovamento del canto gregoriano nelle sacre funzioni.
Papa Sarto è ritratto in atteggiamento benedicente, con lo sguardo fermo e severo, leggermente triste, come ritratto nelle fotografie d'epoca che abbiamo oggi. Ma non era severità insita nell'animo, quella del Pontefice trevigiano: non sorrideva mai in pubblico semplicemente per non mostrare l'interno della bocca, vuota di molti denti. Santificato da Pio XII nel 1954, ancor oggi il suo culto è sentitissimo in Sudamerica e in Africa, oltre che naturalmente in Veneto.
Il tempio di Reinheim poco meno di un secolo fa, e ospita le funzioni per il conforto religioso di quel 25% della popolazione della cittadina che si professa di fede cattolica. Avremo modo di analizzarne gli interni, per adesso volevo solo mostrare questa curiosità "nostrana" in terra teutonica.


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mercoledì 27 luglio 2016

Un Papa contro tutti: Giovanni VIII.

Giovanni VIII (872-882).


Un Papa contro tutti: Giovanni VIII


Papa Giovanni VIII (820- 882) fu l'ultimo Papa che attuò una propria politica ed ebbe una manovra d'azione indipendente prima del decadimento dell'istituzione pontificia avvenuto alla fine del IX secolo.
Pontefice per 10 anni (fu eletto dal clero e con consenso popolare nell'872), poco scrupoloso nella scelta dei mezzi da utilizzare per giungere ai suoi obbiettivi ma al contempo cosciente dei suoi compiti e della necessità di riportare ordine a Roma, tentò di ridare vigore al ramo carolingio francese rappresentato da Carlo il Calvo. La consacrazione a imperatore del sovrano avvenne nel giorno di Natale dell’875: erano passati solo tre quarti di secolo dalla consimile celebrazione svoltasi in San Pietro tra Leone II e Carlo Magno, ma che differenza! Allora l’Impero nascente era sotto una guida salda e carismatica, mentre nell’875 esso era sul punto di sfracellarsi definitivamente, dopo essersi indebolito in seguito al trattato di Verdun. Papa Giovanni sperava di avere un alleato in Carlo, per concentrare il potere a Roma nelle mani papali e affrontare il dilemma delle invasioni saracene. Ma Carlo, pur concedendo un diploma di conferma dei privilegi giuridici e patrimoniali della Chiesa, non disponeva di forze sufficiente per l’impresa antisaracena.
Così Giovanni, che nelle sue lettere testimoniava dei saccheggi nella Sabina e nella campagna romana ad opera dei musulmani, allestì una flotta a sue spese, prese il mare – un simile intervento “bellico” papalino lo si vedrà solo qualche secolo dopo, con Leone IX – è si mise a capo delle spedizione che sconfisse i nemici al Circeo. Il Papa avrebbe voluto dare il colpo definitivo ai Saraceni, ma sorprendentemente i suoi alleati cristiani lo tradirono, e i musulmani ebbero così modo di riorganizzarsi, giungere a Roma, assediare la basilica di San Paolo (che Giovanni aveva preventivamente fatto circondare da muraglie) e distruggere l’abbazia di Montecassino. Era l’anno 877: la celebre abbazia venne rasa al suolo per la seconda volta, dopo la prima distruzione operata tre secoli prima dai Longobardi.
Nello stesso anno, Giovanni VIII riunì un Sinodo a Ravenna per discutere di provvedimenti patrimoniali e amministrativi inerenti ai diritti della Curia romana e per impedire la dispersione delle entrate ecclesiastiche, le quali mantenevano anche vasti strati della popolazione delle città e dei contadi. Neppure questo progetto riuscì, tuttavia: la morte di Carlo il Calvo (6 ottobre 877), appresa da Giovanni mentre si trovava ancora a Pavia, lo lasciò solo, in balìa del gruppo romano – tra i cui esponenti troviamo Formoso, vescovo di Porto, successore di Giovanni e protagonista suo malgrado di un orrido “sinodo”- favorevole a Carlomanno e ostili all’imperatore appena defunto. Giovanni cercò a questo punto di ristabilire buoni rapporti con la sede di Costantinopoli, per avere aiuti contro i suoi nemici romani. E intanto dovette umiliarsi a pagare un riscatto di 25000 soldi d’oro ai Saraceni per placare temporaneamente la minaccia musulmana: nella confusione generale, il Pontefice non era riuscito a replicare il successo del Circeo, e dovette quindi piegarsi.
Intanto, la morte di numerosi pretendenti al trono imperiale chiarificava il quadro già difficile delle questioni politiche: nell’881 fu incoronato imperatore Carlo il grosso, che però ripartì subito da Roma senza dare ascolto alle richieste disperate del papa di ristabilire l’ordine nell’Urbe.
Intorno a Giovanni VIII si stringeva rapidamente un cerchio mortale” scriveva Paolo Brezzi a proposito di questo anziano ma energico Pontefice. Difatti, sul finire dell’882, fu ordita una congiura, fu avvelenato e finito a martellate in testa.
Era il 15 dicembre 882: per la prima volta nella storia della Chiesa romana un Papa moriva non per vecchiaia o martirio, ma per l'odio di coloro che dovevano servirlo. Giudicato negativamente dalla storiografia successiva, il suo operato è oggi pienamente riabilitato: sua colpa fu di voler tenere da solo le fila di una trama troppo complessa in un momento in cui troppi giocatori senza scrupoli erano in gioco.








martedì 26 luglio 2016

Una lettera ritrovata.

Sabato 20 marzo 2010, manifestazione del Pdl in San Giovanni in Laterano. IO c'ero.

Quella che segue è la lettera aperta che io e l’amico Gianluca Di Maso scrivemmo nel novembre 2012 per il giornale “Nuovacittà”. Il testo non fu pubblicato perché, a parere della direzione di allora, la qualifica di abile incapace da me appiccicata ad Alfano era troppo forte, in un momento in cui aspiranti politici giovani e meno giovani facevano a gara per farsi una foto con lui. Il tempo diede ragione al sottoscritto già un anno dopo, quando Alfano, per conservare la poltrona, tradì Berlusconi e passò con Renzi sotto una sigla civetta come Nuovo Centrodestra (uno del centrodestra che sostiene un governo di sinistra…).

Andando a rivedere vecchie cartelle sul pc, è spuntata fuori questa lettera scritta a 4 mani, e che pubblico integralmente: rappresenta una parte del mio passato impegno politico, cessato da molti anni, e reca un’eco della passione che allora muoveva me e altri giovani di Afragola desiderosi di riscatto per se stessi e la propria città, attraverso la politica.


Il 2 dicembre prossimo, si riuniranno i soloni del fu Popolo della Libertà per decidere il nuovo nome e il nuovo simbolo con cui presentarsi alle elezioni. A parte la volontà di far dimenticare agli italiani un'esperienza iniziato col botto e finita coi fischi di una cinquantina di miserabili fuori dal Quirinale, il cambio ha anche motivazioni legali: lo statuto del 2009 prevede che i cofondatori abbiano la possibilità di usare il simbolo in uguale diritto. E quindi il partito di Silvio Berlusconi, onde evitare possibili tatticismi pre – elettorali degli uomini di Gianfranco Fini (memore del caos successo nel 2010 per le Regionali in Lazio e Lombardia), ha deciso il restyling. Ironia della sorte: fu un 2 dicembre, quello del 2006, che si iniziò a parlare seriamente di partito unico del centrodestra, ben prima che lo facesse Walter Veltroni a sinistra in occasione della grande manifestazione (circa 2 milioni di convenuti) a Roma contro il governicchio guidato da Romano Prodi. Tutti uniti per un unico ideale, sotto un'unica bandiera, quella del centrodestra, delle forze moderate e innovatrici, contro le forze governative che si definivano progressiste ma in realtà erano disperatamente legate allo status quo. Dopo un anno ci fu la famosa scena del predellino, nel novembre 2007, seguita nell'aprile 2008 dalla più grande vittoria elettorale di un partito italiano dai tempi del mitico 48% della Dc nel 1948. il resto è storia (triste) attuale: le vittorie elettorali nel primo biennio, la divisione coi finiani nel luglio 2010, la crisi economica non risolta, le sconfitte a Napoli e Milano e le dimissioni drammatiche del Cavaliere il 16 novembre scorso. Ma più che altro, a far dolere coloro che hanno creduto in questo partito, è stato quello che è accaduto dopo l'abbandono di Palazzo Chigi, con un segretario di partito, Angelino Alfano, che potremmo definire un abile incapace; e con una pletora di parlamentari, Presidenti di regione, portaborse e peones che non vogliono lasciare il passo dopo un ventennio sulla tolda e si mostrano solo per difendere i colleghi accusati di quasi tutti i mali del mondo.

Un sogno infranto da una massa di ladri di polli

Ladri di polli: così Alfano definì coloro che erano coinvolti nello scandali dell'abuso dei fondi regionali al Pdl nel Lazio. Peccato che Fiorito, “er Batman”, capogruppo del Pdl alla Regione Lazio, divorasse cacciagione solo di prima qualità ( e di primo taglio). Peccato che Roberto Formigoni, da 18 anni re elettivo della Lombardia, invece delle galline preferisse i contratti nel settore sanitario lombardo. Peccato che Claudio Scajola, ex ministro non brillantissimo dello Sviluppo Economico, si intendesse più di case che di pollame e ortaglie. Ma del resto, cosa potevamo aspettarci da Alfano, che questa estate ha perso pure in casa sua le elezioni? Ricordiamo quando fu nominato segretario nel giugno 2011: una ventata di freschezza, novità, dinamismo, mentre il governo arrancava; lo difendemmo quando Bersani lo accusò di essere il segretario di Berlusconi, invece del partito. Ma nell'anno e più di segreteria, abbiamo visto che non è stato capace di niente: non di eliminare le vecchie mummie nel partito; non di scegliere candidati adatti alle elezioni 2012; non di recuperare un accordo sia pur minimo con le forze di centro. “Il leader con l'I-Pod”, così è conosciuto colui che doveva riavvicinare il popolo al partito. Ma la causa del malessere del Pdl è più profonda.



Fi e An come il Mar Baltico e il Mare del Nord: si incontrano ma non si fondono

Forza Italia e Alleanza Nazionale, i due principali partiti di quelli che si sciolsero nel Popolo della Libertà nel 2009, hanno dato una dimostrazione politica di quell'interessante fenomeno naturale che avviene in Danimarca, dove le onde del Mare del Nord e il Mar Baltico si scontrano ma non si fondono per differenza di salinità. Fi e An si sono incontrati/scontrati nel Pdl, ma non si sono mai realmente fusi. Mentre i loro elettori si consideravano facenti parte di un unico grande movimento, i capibastione hanno preferito giocare alle quote, 70/30 o 50/50, invece di creare la prima generazione di parlamentari targati Pdl. E ciò per la differenza di provenienza: imprenditori scelti fra quelli vicini al Cavaliere i forzisti, politici di lungo corso gli aennini. I primi, che grazie al traino di Berlusconi hanno preso fin da subito percentuali di voto da capogiro ( il 30% già nel lontanissimo 1994, quando si presentarono per la prima volta) non hanno mai sopportato gli sguardi dall'alto in basso di chi veniva dalle fila dell'ex Msi; dal canto loro, questi credevano di essere i veri politici nelle coalizioni prima e nel partito unico poi, e guardavano con senso (infondato) di superiorità i forzisti, che avevano dalla loro parte però quello che ad essi mancava: i voti (An non è mai andata oltre il 12%). Ciò è evidente proprio in questi ultimi mesi e settimane, mentre si rincorrono voci di un possibile abbandono degli ex aennini al partito unico: proprio il fatto che queste voci vengano smentite sempre più spesso, mostra che esse sono ciclicamente presenti nei dibattitit e nei pensieri dei parlamentari pidiellini.

Un nuovo manifesto per il centrodestra

Mentre le inchieste decimano le file del partito in tutte le Regioni, che cadono tutte come birilli (Sicilia, Lazio e Lombardia); mentre il Pd tiene le proprie primarie e apre lo scontro generazionale che, in ogni caso, mostrerà all'Italia che esso è un partito vivo; mentre la credibilità di chi crede nel liberismo in politica è messa alla berlina da personaggi come “er Batman”; mentre accade tutto questo, il Pdl scompare dalla scena politica. Questo NON è il partito che votammo quasi 5 anni fa; questa NON è l'idea che abbracciammo.
Il Centrodestra deve ricompattarsi, lo deve soprattutto per tutti quei ragazzi che cercano con impegno, cuore, sacrificio, dedizione, passione, tenacia e speranza una strada nuova e percorribile che abbia soprattutto la forza di sconfiggere il clima di antipolitica e arrestare quella possibilità di vedere “comici” alla guida del Paese. E’ necessario un mix formato da giovani e meno giovani ma con un particolare in comune: IDEE.
È dunque necessario un nuovo Manifesto delle Idee del Centrodestra, che metta al suo centro due punti cardine: il liberalismo economico, inteso come possibilità di aprire attività economiche senza le pastoie burocratiche che affliggono questo Paese, e l'ascolto del territorio, con la realizzazione di quella rete capillare di vere sezioni e vere strutture locali che non si è realizzata in questi anni. Affinché quel patrimonio di idee, di valori, di confronti e di scontri che ha animato e anima chi crede ancora nel centrodestra della prima ora, non vada disperso fra pagliacci, case a Montecarlo e pipistrelli laziali.

E tu, che ne pensi?

Domenico Corcione- Gianluca Di Maso

sabato 23 luglio 2016

Afragola d'arte. Santuario del Sacro Cuore- Altare maggiore.

Altare maggiore del Santuario.

Articoli correlati: Prospetto (link), Cappelle (link), Nel passato (link).

Concludiamo la trattazione del santuario del Sacro Cuore parlando dell’altare maggiore del tempio. Esso è posto al centro del presbiterio, il quale è separato dalla navata da un arco trionfale su l cui apice è poggiato lo stemma della congregazione. Il recente altare a mensa postconciliare precede l’ara maggiore, realizzato nel febbraio 1928 dalla ditta Laudiero e D’Ambra e separato dal piano del presbiterio da un podio con gradini. E’ in marmi policromi, e nel paliotto è raffigurata l’Ultima Cena, bassorilievo che riprende il tema secondo l’iconografia di Leonardo da Vinci.
Le varie formelle marmoree ritraggono varie scene sacre, come la Cena di Emmaus, o volti di santi. La formella in bronzo dorato del ciborio ritrae il Signore e il Sacro Cuore, ed è sormontato dalla scritta SIC DILEXIT DEUS. Al di sopra dell’altare troviamo l’edicola che ospita la statua del Sacro Cuore, opera della ditta Bertoli e progettata dall’architetto Giametta. Un’epigrafe latina ricorda la data del 1965 e il restauro dell’intera struttura, grazie alla “collatione” del clero e del popolo di Afragola, presente monsignor Tondini.
Nella sagrestia troviamo, infine, due dipinti di Nicola Ascione del 1917 (Discesa dello Spirito Santo sulla Vergine e gli Apostoli) e del 1919 (Cristo trionfante) che un tempo adornavao i lati del presbiterio, prima di essere qui trasportati.

Prossima tappa della rubrica “Afragola d’arte”: San Giorgio martire.

Arco trionfale e stemma dei Sacri Cuori.

martedì 12 luglio 2016

Afragola d'arte. Santuario del Sacro Cuore - Navata e cappelle.

Navata vista dalla cantoria. 


Articoli correlati: Santuario del Sacro Cuore, com'era e com'è (leggi QUI)
                             Santuario del Sacro Cuore- Prospetto (clicca QUA)


Il Santuario del Sacro Cuore è costituito da un’unica navata, che consta di 4 cappelle per lato. La soluzione architettonica attuale fu dovuta al ritardo della costruzione rispetto agli altri templi afragolesi (inizio Novecento, come scrissi nel precedente post) e alla mancanza di famiglie patronati interessati a costruire cappelle di famiglia nella nuova fabbrica.
La navata è ampia e luminosa: la mancanza di affreschi e le tonalità cromatiche che spaziano dal bianco al grigio chiaro esaltano la volta, che si interrompe all’arco trionfale sul cui apice poggia lo stemma del Sacro Cuore.
Il lato destro presenta, accanto all’antiporta, un bellissimo crocifisso, opera della ditta altoatesina di Ferdinando Stuffler. La prima cappella ospitava fino a un anno fa la statua di San Giovanni Paolo II che attualmente è visibile nel sagrato della chiesa.
La seconda cappella presenta una balaustra con mezze colonne a bottiglia. Essa è parte della balaustra d’altare che si poteva osservare negli anni Quaranta nel presbiterio,e che fu smembrata è sistemata nelle seconde cappelle di destra e sinistra. Presenta una statua di Santa Margherita Maria Alacoque, al di sopra di una confessionale.
La terza cappella è adornata anch’essa da una balaustra in marmo, visibile fino agli anni Sessanta nel presbiterio e poi anch’essa smembrata e divisa tra le terze cappelle di destra e di sinistra (non finirò mai di dire che il Concilio Vaticano II fu una sciagura per la Chiesa, altro che ventata di aria fresca). Questo ambiente presenta un altare marmoreo degli anni sessanta e una riproduzione del quadro della Madonna di Pompei.
La quarta cappella ospita una bella statua di San Giuseppe con Gesù Bambino, posto in una teca al di sopra di un altare del 1960.
La prima cappella e la seconda cappella sinistre sono speculari a quelle del lato destro.
La terza cappella è la più profonda della chiesa, e presenta un piccolo pronao che dà accesso a uno spazio rettangolare, più lungo che largo, e che è dedicato all’Addolorata. Il gruppo in cartapesta l’ Addolorata tra un angelo e due putti è stato restaurato in anni recenti .
La quarta cappella sinistra presenta un altare del 1938, dono di un privato. 


venerdì 8 luglio 2016