lunedì 29 agosto 2016

Afragola d'arte. San Giorgio martire - Transetto e presbiterio.

Presbiterio di San Giorgio martire. Foto della dott.sa Raffaela Loreto.

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                             Il pittore degli angeli: Angelo Mozzillo (link), Il caso Afragola (link).


Il transetto sinistro del tempio georgiano presenta nella teca d’altare una bella statua dell’Addolorata, risalente alla seconda metà dell’Ottocento, la statua di San Giovanna d’Arco, opera dello Stufflesser degli anni Sessanta del Novecento, e due tele in pessimo stato di conservazione e urgenti di restauro: la prima è la Gloria di san Giuseppe con San Martino e santa Teresa d’Avila, opera del noto pittore settecentesco afragolese Angelo Mozzillo, che abbiamo già incontrato parlando della navata della chiesa. Impolverata e rosa in più punti, la tela di questo nostro antico concittadino abbisogna di un intervento urgente per impedire che vada perduta definitivamente. L’altra tela è l’Addolorata tra gli angeli, anche’essa risalente al XVIII secolo. Il transetto destro presenta nella teca d’altare la statua del Ss. Cuore di Gesù, molto ben fatta, e quella di San Biagio. Le tele laterali sono in discreto stato di conservazione: ritraggono l’una La Trinità con sant’Odilone e le anime purganti, eseguita nel XIX secolo, l’altra La Vergine con Bambino adorati da San Gaetano da Thiene e da San Andrea Avellino, risalente al rifacimento settecentesco del tempio. Un gradino di marmo separa la navata e il transetto dal presbiterio, entro il quale domina incontrastato l’antico altare preconciliare, stupenda opera di Crescenzio Trinchese (1755-66), ammirata non solo dai fedeli ma anche da accademici del passato. 
La cupola, secondo le fonti, risalirebbe al 1741, anche se le attuali decorazioni risalgono al secondo dopoguerra novecentesco, nel 1946. Le Sante Visite finora spogliate non descrivono l’altare precedente a quello del Trinchese, probabilmente danneggiato dal sisma della fine del Seicento. La pala d’altare, ritraente San Giorgio a cavallo che uccide il drago, risale alla vecchia chiesa, quella secentesca. 

giovedì 25 agosto 2016

Gli Addolorati e il ricatto fotografico.

Aylan, vittima dei sogni assurdi degli Addolorati


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Ieri Aylan, il piccolo ritrovato riverso su una spiaggia, morto per il naufragio della carretta del mare sul quale era imbarcato. Oggi Omran, piccolo ritrovato fra le macerie di un edificio siriano, fortunatamente ancora vivo, e seduto impassibile su una sedia. Non starò qui a dirvi del significato potentemente emotivo di tali immagini, tanto più che chi le ha realizzate lo ha fatto proprio per suscitare reazioni forti. Registro che oramai la guerra psicologica contro l’Occidente la sia fa anche attraverso il pietismo da due soldi di fotografie pubblicate con un tempismo da fare invidia all’olimpionico Bolt. Quella di Aylan fu pubblicata quando voci sempre più numerose si erano alzate contro l’invasione dei clandestini orientali in Europa, ed era un modo per chiudere la bocca a chiunque non fosse favorevole alla suddetta nuova invasione. “#Restiamoumani” fu l’hastag di quei giorni pubblicato dalle anime belle del continente, per i quali in Europa, già attanagliata dalla depressione, c’è posto per tutti, almeno per 5 milioni di clandestini, che fuggono dalla guerra, dalla fame, dal caldo in eccesso ecc.. Chissà perché questi ecumenisti non si sono mai interessati alla Siria, e probabilmente manco sapevano dove fosse, prima che Obama decidesse di interessarsene lui, ovviamente nel nome della democrazia e della pace. La foto di Omran è parte di un video realizzato da “Aleppo Media Center”, gruppo propagandistico vicino ai terroristi dell’Isis, e viene utilizzata per chiedere subito una tregua umanitaria ad Aleppo. Tregua “umanitaria”? Esistono dunque tregue non umanitarie, forse solo per salvare animali o piante? E, di nuovo: le anime belle perché non hanno mai chiesto la sospensione della guerra prima della foto. Foto pubblicata dai terroristi che i loro capi dichiarano di voler sterminare per la pace mondiale!
Il ricatto morale davanti alle foto di quei piccoli è evidente: chi continua ancora a voler difendere i confini e a non voler far entrare i clandestini in Europa, è responsabile morale, se non di fatto, della morte di Aylan e dello strazio di Omran. Certo, io voglio difendere i miei confini e quindi i morti in mare li provoco io. Gli Addolorati, come li chiamo io, cioè coloro che si addolorano per lo straniero dall’altra parte del mondo ma ignorano la vecchina affamata e solitaria della porta accanto, magari disprezzandola pure perché è una connazionale, non hanno spesso la capacità di ragionare limpidamente senza ricorrere a qualche citazione marxista, a qualche studio sociologico, a qualche rapporto ONU, a qualche slogan terzomondista ed ecumenista. Talvolta mi capita di scontrarmi virtualmente sui social con qualcuno di essi, e mi diverto a registrare, OGNI VOLTA, la comparsa dei soliti cliché anni Ottanta, propugnati quando essi ancora dovevano nascere- il che la dice lunga sul mancato sviluppo del pensiero umano in quest’era tecnologica. Solo che gli Addolorati, proprio per questo modo di non pensare, cadono in figuracce epiche che, devo riconoscere, affrontano con insuperabile faccia tosta. E così si scopre che il padre di Aylan era sul barcone con lui, si mise al timone ed è stato anche accusato di essere lui stesso lo scafista, e già i media cinesi iniziano a porsi domande non tanto sulla tregua per Aleppo ma sulla foto stessa di Omran, insolitamente tranquillo sulla sedia per essere appena scampato alla morte e con evidenti ferite su tutto il corpo. Oh, non dubito che ci saranno adesso schiere di psicologi pronti a spiegare il perché di questo comportamento, ma francamente non ci interessa. Come non interessa neppure agli Addolorati, che si dimenticheranno presto di Omran come hanno fatto con Aylan, in cerca di una nuova immagine simbolo in grado di far commuovere i minus habens senza orgoglio e senza ragione per giustificare nuove tesi immigrazionistiche. 

giovedì 18 agosto 2016

L’Europa medievale: il continente verde.




I cinque secoli che ci separano dal tradizionale termine ad quem del Medioevo, il 1492, hanno profondamente modificato l’ambiente europeo, perfino dal punto di vista costiero o morfologico. Ma non sempre tali modifiche del suolo occidentale sono state provocate dall’uomo: anche il clima ha avuto la sua parte.

Effetto serra...medievale?

Molte sono le ipotesi sul clima che il Medioevo ebbe a godere. Secondo l'ipotesi del Periodo Caldo, il millennio conobbe un periodo di freddo dal IV secolo fino all'epoca merovingia (periodo coincidente con le prime epidemie di peste e la famosa carestia descritta da Gregorio Magno), un riscaldamento nella sua parte centrale, dall'VIII al XIII secolo (periodo carolingio, rinascita delle arti), un nuovo raffreddamento tra il 1200 e il 1400 (è il periodo in cui cade l'epidemia di peste del 1348) e un nuovo riscaldamento dal XIV al XVI secolo.
A parziale conferma di questa ipotesi sono i rilevamenti nelle profondità dei ghiacci del Polo Sud e i racconti, per quanto edulcorati, dei Vichinghi, che riuscirono ad esplorare il Labrador e raccogliere forse vino in Terranova, in Canada. Esplorazioni rese possibili proprio dall'arretramento del fronte di ghiaccio del Polo, che avrebbe consentito un popolamento anche della "terra verde", la Groenlandia.


Il continente verde


Il clima caldo che insisteva nelle regioni occidentali dell’emisfero boreale in quel torno di tempo ha favorito la crescita (in alcuni casi, sotto diverse forme, la rinascita) del grande manto della foresta. La foresta medievale, che copriva buona parte dell'Europa, era parte della più grande foresta euroasiatica. Già "limata" ai tempi dei Romani, essa riprese vigore a partire dal V secolo, favorita da un periodo di clima freddo rispetto al periodo precedente. Gli alti fusti, sentieri impervi e quasi nascosti da cespugli e mantelli di foglie secche, la notevole e diversificata fauna che questo oceano verde ospitava dentro di sé hanno condizionato per secoli l'immaginario dei medievali. Faggi, betulle, noccioli, castagni, querce, abeti fanno da sfondo alla vita quotidiana del contadino, del chierico vagante, del cavaliere impavido, del sovrano in marcia, e una lontana eco delle paure e della curiosità che i boschi incutevano nei nostri avi l'abbiamo oggi nelle fiabe soprattutto della Mitteleuropa (pensiamo alle storie dei Grimm).
Eppure l'uomo, man mano, modifica, limita o distrugge la foresta originaria, in favore dei campi o per impianto di nuove piante (pioppo), ed è così che mille anni dopo, di quell'immenso fronte verde non ci restano che i residui, come la macchia mediterranea o i boschi del Baden Wurttemberg.

martedì 16 agosto 2016

Afragola d'arte. San Giorgio martire- Cappelle laterali.

Statua del Cristo Risorto e sezione della balaustra settecentesca.

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Le foto che corredano questo articolo, dove non diversamente segnalato, sono di proprietà della dottoressa Raffaela Loreto, e sono in uso per gentile concessione fatta all’autore.



Nel precedente articolo parlammo della navata della chiesa e delle prime cappelle per ogni lato. Adesso trattiamo dei restanti spazi laterali, tenendo presente quello che abbiamo scritto l’altra volta a proposito di questa serie di articoli. La seconda cappella destra ha un altare del 1891 in marmi policromi e con un paliotto rientrante per dare spazio alla bella Deposizione di Cristo. Nella nicchia sovrastante è presente una statua di San Rocco, realizzata durante il parrocato di Vincenzo Mosca, nella seconda metà dell’Ottocento. Le pareti di questa e delle altre cappelle sono adornate da medaglioni con scene della vita del santo, realizzati nel 1928 dal pittore Vincenzo Severino (segnatevi questo nome, lo incontreremo di nuovo nei prossimi mesi della rubrica). La terza cappella ospita un altare del 1922 con una statua di San Giuseppe con Bambino (metà XIX secolo). La quarta e ultima cappella destra presenta la barocca e stupenda balconata lignea dell’organo (XVIII secolo) e la statua di Santa Teresa d’Avila.


Statua e tela di Santa Teresa del Bambino Gesù.

La seconda cappella sinistra ospita, nella nicchia sovrastante l’altare settecentesco, una tela ritraente Santa Teresa del Bambin Gesù, mentre scende una scala reggendo un mazzo di rose e attorniata da teste d’angelo, opera di Luigi Barone del 1927. Il paliotto d’altare presenta una statua della stessa Santa dormiente, di metà Novecento, opera di Ferdinand Stuflesser, noto scultore altoatesino autore di numerose opere in San Giorgio e in una nel santuario dei Sacri Cuori. La terza cappella presenta un altare in marmi rossi dell’Ottocento, e nella nicchia una statua del Cristo Risorto, che nel 1993 era segnalata ospitata nella seconda cappella destra. E’ qui presente parte della balaustra d’altare, risalente all’Ottocento e fatta smembrare nel Novecento dal parroco Domenico De Rosa. In particolare, la sezione conservata è quella del cancelletto d’accesso al presbiterio, e nel medaglione dorato raffigura San Giorgio e l’imperatore Diocleziano. L’opera originaria risaliva al 1761. La quarta e ultima cappella presenta una statua della Madonna degli Infermi, risalente a metà Ottocento, posta in una teca con copertura neoclassica. Il pulpito ligneo risale al 1733. 


Crocifisso (XX secolo). 

mercoledì 10 agosto 2016

Afragola d'arte. San Giorgio martire- Navata.

Volta della navata. Foto della dott.ssa Raffaela Loreto, per gentile concessione all'autore.

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La chiesa di San Giorgio martire consta di una sola navata affiancata da 4 cappelle per lato, intercomunicanti per mezzo di archi posti fra le pareti divisorie. La navata è ampia e luminosa, ed è interrotto dal transetto, che separa la navata stessa dal presbiterio. L’impianto del tempio è quindi a croce latina, unico caso fra le tre chiese antiche del casale delle fragole. Ciò si spiega sia con la ricostruzione del tempio, avvenuta alla fine del XVII secolo dopo il sisma del 1688, sia per la disorganicità dei lavori in Santa Maria d’Ajello nel corso dei secoli successivi alla costruzione della chiesa originaria. La volta a botte è decorata con dipinti recenti, risalenti al 1946 per mano di Gaetano Bocchetti, e ritraggono alcuni episodi della vita del santo cavaliere, che descriveremo in dettaglio in un successivo post. 
La controfacciata regge la balconata della cantoria, e ospita inoltre un deteriorato lavoro di Angelo Mozzillo, ritraente San Giorgio che abbatte gli idolei nel tempio di Apollo (1787 ca). Mozzillo fu un valente pittore afragolese (clicca sul link), del quale da tempo ricerco le opere per tutta la Campania assieme alle amiche Tina e Pina – spero per il 2017 di presentare i frutti di questo “pellegrinaggio” artistico. 
L’arco della prima cappella destra presenta una tela con San Gennaro che ferma la lava del Vesuvio (1891), mentre sull’arco della prima di sinistra abbiamo San Michele che abbatte Lucifero (1892). Entrambe le opere presentano particolari iconografici che li rendono interessanti per il loro genere, e che ho discusso nell’apposito capitolo della 2a edizione de “Il caso Afragola” - mi dispiace, ma a causa di troppi scopiazzamenti, sono costretto a “far comprare” i miei lavori intellettuali da chi ne è davvero interessato. La prima cappella destra ospita un bel Crocifisso ligneo, opera degli anni sessanta del Novecento, e la lastra tombale di Matteo Arcane, siniscalco della corte angioina. Quasi specularmente, la prima cappella a sinistra ospita il fonte battesimale e la tomba di don Domizio Russo, parroco di San Giorgio alla fine del Seicento (e grazie all'eredità del quale fu possibile ricostruire e abbellire la chiesa). Anche su queste due sepolture (e sui due sepolti) avrei molto da dire, sopratutto per i simbolismi su esse scolpite, ma anche in questo caso rinvio alla mia pubblicazione autunnale. 

giovedì 4 agosto 2016

Afragola d'arte. San Giorgio martire- Prospetto.

Prospetto di San Giorgio martire prima dei recenti restauri. Foto della dott.essa Raffaela Loreto. 

Proseguiamo il nostro viaggio tra le meraviglie artistiche di Afragola, città a torto definita dai suoi stessi abitanti priva di ogni bellezza. Da oggi e per 8 “puntate” descriveremo l a chiesa di San Giorgio Martire, la seconda delle tre chiese più antiche del centro storico. Ricordo che ovviamente non pubblico tutto sul blog, e che un ampio spazio alla chiesa verrà dedicato nella 2a edizione de “Il caso Afragola” (clicca sul link). 

Per informazioni sul Santo titolare, clicca sul link

Premessa storica.

La prima fonte che sembrerebbe indicare l’esistenza di una cappella in onore del santo è un diploma del 1130, scritto in caratteri germanici, che testimonierebbe l’esistenza di benefici legati alle due chiese di Santa Maria e San Giorgio. Carlo Cerbone, nel 2004, sconfessò tale ipotesi per S. Maria ma non per la chiesa oggi in questione. Sono più propenso, invece a credere che se pure fossero esistite cappelle con quelle dedicazioni, esse dovevano essere più toponimi di luoghi che fonti di benefici ecclesiastici, data la probabilissima esiguità della popolazione rurale in quell’epoca turbolenta. Erano gli anni di conquista delle terre a sud di Roma da parte dei Normanni, che scatenarono una dura guerra contro il Ducato bizantino di Napoli (1130-1137). E’ possibile, anzi probabile, che un antico luogo di culto del santo cavaliere si sia poi trasformato in un tempio vero e proprio, e nel mentre sia passato a indicare, come sovente avviene, luoghi fisici come punti di riferimenti nelle carte- il documento longobardo parla infatti NON di una chiesa o cappella, ma di un “campu de Sancti Georgi”. Del 1146 è un'altra fonte in cui si cita un tal “Sparanu de Sancti Georgiuparlando di un fondo ad Afragola. Dell'inizio del XIII secolo sarebbe l'antica parrocchiale dedicata al martire, citata come esistente nel 1222 in una pergamena del monastero di Santa Patrizia in San Gregorio Armeno a Napoli. Nel 1380, stando a un documento citato dallo storico e sacerdote Vincenzo Marseglia nel 1942, sarebbe stata ricostruita da capo a piedi, in ragione dell'accresciuta popolazione del rione, a seguito della costruzione del castello angioino antistante la chiesa stessa. I visitatori del 1542 trovarono tutto in ordine, mentre quelli del 1598 segnalarono diverse mancanze, a cominciare dall'acqua sporca presente nelle acquasantiere. Nel 1688 un devastante terremoto fece crollare tutto il tempio, ricostruito e riconsacrato nel 1702. Per l'occasione, si spostò la facciata, che si apriva nell'attuale lato sinistro, nell'odierna posizione.

Prospetto.

La faccia è stata restaurata nel corso di quest’anno, eliminando i brutti colori che erano stati apposti nei rifacimenti novecenteschi. Essa risale ai lavori del 1740, e presenta due livelli.
In quello basamentale, separato dalla strada pubblica da una scala di basalto di 13 gradini, si apre il portale d’ingresso, sormontato da un affresco del 1845, opera di Donato Vacca, ritraente San Giorgio a cavallo che uccide il drago. L’opera, che si presentava danneggiata seriamente agli inizi del 2016, è stata interessata anch’essa dai lavori di restauro, con risultato quantomeno...bizzarro.
Ai lati del portale, 4 semicolonne che si sviluppano per tutta l’altezza del prospetto dividono in 4 comparti i due livelli, e in quello base sono presenti 4 nicchie vuote. Una fonte orale mi riporta che esse avrebbero ospitato statue di santi poi trafugate o mandate in restauro perenne.
Un cornicione di piperno divide il livello base da quello sovrastante, sul quale si apre un finestrone in asse col portale d’ingresso. Esso immette luce dalla cantoria all’interno, ed è a sua volta sormontato da un’edicola di forma lombata e da un tondo rasente la croce sommitale. Tinta di colore rosaceo e sporca da lunghi anni agli inizi del 2016, la facciata ora mostra una tinta gialla più consona alla dignità dell’edificio.


Continua...