martedì 27 settembre 2016

Franz - Josef Hassemer. Un ricordo.

Franz- Josef Hassemere nella festa per i suoi 75 anni. 


Caro padre Franz, stai bene? Te ne sei andato così velocemente che non hai potuto salutare nessuno. Quando domenica 20 mi dicesti, al termine della messa, che non ti sentivi tanto bene, attribuii la cosa al tempo nuvoloso e freddo di quella mattina di fine estate. Ora so, e lo sa anche tutta Reinheim, che quei dolori erano forse le prime avvisaglie del malore che ti ha colpito due giorni dopo, giusto una settimana fa. L’aneurisma non perdona, purtroppo.



Ah, è italiano! Da dove viene?” furono le prime parole che mi rivolgesti quando ci conoscemmo a luglio, in un italiano che era stentato quanto il mio tedesco. Era la festa per il tuo 75esimo compleanno, e mi invitasti a bere pure qualcosa nel garden party della canonica. Fu in quell’occasione che ci facemmo una foto insieme, che io pubblico qui, tagliando me stesso. Nelle settimane seguenti avevamo sempre tempo per scambiarci due parole e conoscerci meglio. Mi piacque la tua omelia su San Pio X, o almeno quello che capii, e ti piacque che me ne interessai. Fosti contento quando dissi di voler scrivere un articolo sulle differenze della celebrazione della messa in Italia e in Germania, e ammirasti contento le foto degli interni della mia parrocchia di Afragola, Santa Maria d’Ajello. “Restiamo in contatto” mi dicesti, e io altro non volevo che un amico tedesco in una terra con tanti italiani (troppi?). Ma lassù hanno voluto diversamente.
E’ triste quando gli amici se ne vanno, non importa se conosciuti da poche settimane, soprattutto senza poterli neppure salutare. L’affetto con cui i tuoi fedeli ti hanno colmato ai funerali, domenica scorsa, in una chiesa così gremita che c’era gente anche fuori, è il miglior metro di giudizio sul tuo operato nei 36 anni di parrocco a Reinheim.
Addio, padre Franz! Sei stato il mio primo amico in terra tedesca, e non ti dimenticherò mai più.

Ruhe in Frieden.

venerdì 23 settembre 2016

Ottone III e la Renovatio Imperii.

Ottone III, l'ultimo degli eredi della casa di Sassonia.

OTTONE II: UN SOVRANO DI “TRANSIZIONE”.

Morto Ottone il Grande, sul trono gli successe il figlio Ottone II, protagonista dello storico matrimonio con Teofane, figlia dell’imperatore bizantino Romano II, di cui abbiamo parlato nell’ultimo post. Nei 10 anni in cui regnò, dal 972 al 983, egli non riuscì a imprimere il suo solco in nessun settore, limitandosi a portare avanti la politica paterna ma aggravando le differenze fra i due regni (quello d’Italia e quello di Germania). Non solo: i suoi favoritismi accentuarono la rivalità fra le due forme feudali (laica ed ecclesiastica), e la sua indulgenza verso i ribelli, come il cugino Enrico di Baviera, al quale fu prima tolto il ducato e poi restituito, lo misero in cattiva luce presso i popoli europei. Nelle cose romane, intervenne tardi per salvare il Papa Benedetto VI, confermato in carica da suo padre, che fu strangolato nel corso di una rivolta antimperiale capeggiata da un certo Crescenzio (ne sentiremo ancora parlare). L’usurpatore al Soglio, l’antipapa Bonifacio VII, fuggì all’arrivo delle truppe imperiale, e così fu scelto come Pontefice legittimo Benedetto VII. Costui si dedicò anima e corpo alla riforma cluniacense, e accolse a Roma Ottone II e il futuro re di Francia Ugo Capeto nel 976. Nel 980 l’imperatore organizzò una spedizione nell’Italia meridionale, ufficialmente per liberare quelle terre dalle incursioni musulmane, ma in realtà per annettersi le terre di capua, senza padroni dopo la morte di Pandolfo Capodiferro. 
Ottone II
Dopo un iniziale trionfo sui Saraceni a Rossano, in Calabria, i Germanici furono sconfitti a Punta Stilo, in un attacco a sorpresa dei nemici facilmente riuscito per l’inavvedutezza dei cristiani che avevano già rotto i ranghi. Tornato a Roma, continuò a emanare diplomi nel Regno e convocò anche una Dieta a Verona, ma il suo prestigio era ormai rimasto macchiato da quell’onta. E così morì, nonostante i suoi buoni propositi, come uno sconfitto a Roma, il 7 dicembre 983, di dissenteria. Fu l’unico imperatore medievale sepolto nell’Urbe, nell’atrio della basilica di San Pietro in Vaticano. Per colmo della sfortuna, il trono era adesso occupato da un bambino di 3 anni, e la reggenza fu affidata a due donne che mal si tolleravano a vicenda, la madre Teofane e la nonna Adelaide.

OTTONE III: UN GENIO GRECO- TEDESCO.

Una lunghissima introduzione – dal 983 al 995- preparò il regno di Ottone III, il quale successe al padre all’età di 3 anni e fu sottoposto alla reggenza prima della madre Teofane, poi della nonna Adelaide. In questi 12 anni la situazione a Roma precipitò nuovamente per i dissidi alimentati da Crescenzio II, figlio di quel Crescenzio che già nel 974 aveva causato problemi all’autorità pontificia. Teofane scese a Roma nel 989, rimase a lungo in città ed emanò diplomi a nome del figlio, non incontrando resistenza alcuna ma neppure tacitando i sussulti di ribellione che fremevano sotto la superficiale calma apparente. Teofane influenzò profondamente il figlio, che apprese il greco da lei e apprezzò l’arte bizantina, che andava diffondendosi nei territori tedeschi in seguito all’arrivo di artisti dalla Grecia, fatti arrivare dalla madre. La conoscenza del greco conferiva all’imperatore “un vantaggio su quasi tutti gli eruditi occidentali del suo tempo” (Hampe), mentre la frequentazione del colto prete Bernwardo, tedesco, e le lezioni del dottissimo Gerberto d’Aurillac, francese, gli garantiva una cultura diversificata e internazionale che pochi regnanti potevano vantare nel X secolo. La morte della madre, nel 991, lo affrancò dall’influenza classica, che pure aveva ormai lasciato la sua durevole impronta sull’animo del giovane, e gli ultimi 4 anni di reggenza lo prepararono ai problemi politici della terra degli avi e d’Italia. Il suo naturale talento, il suo idealismo imperiale, e la sua vivacità fisica promettevano un futuro glorioso e un regno forte quanto e forse più di quello di suo nonno. Così, quando nel 995, al compimento dei 15 anni, uscì di minorità e fu acclamato dai grandi vassalli di Germania come nuovo re, molti riponevano la loro fiducia incondizionata in lui per un restauro della grandezza dell’Impero.

L’IDEOLOGIA DI OTTONE III.

La novità assoluta dell’idealità ottoniana fu il grande interesse per Roma come centro imperiale, tanto da farla diventare la capitale dell’Impero. L’ansia della Renovatio Imperii, dovuta alle influenze classiche di cui Ottone era stato imbevuto fin dai primissimi anni di discernimento, era unita a una forte consapevolezza del ruolo sacro. Era un classicismo cristiano, per usare una definizione immediata: Ottone voleva ricostituire la grandezza imperiale di Roma inserendola nel contesto della Respublica cristiana. Lo stesso titolo che assunse di “Romanus, Saxonicus et Italicus, apostolorum servus, orbis imperator Augustus” segnala che nella sua esaltazione mistica e gloriosa assieme, il giovane sovrano si considerasse capo dell’Impero e della Chiesa insieme. Era coadiuvato dalle grandi menti del tempo: Gerberto; Adalberto, nome tedesco dello czeco Woitech, vescovo di Praga venuto in Italia per perfezionarsi, mente inquieta e mistica insieme, morto poi martire nel 997; Leone, vescovo di Vercelli, uomo pratico e dalla forte personalità, anticipatore dei toni della riforma ecclesiastica che verranno da lì a cinquant’anni; Nilo da Rossano, monaco basiliano che univa la profonda fede alla sollecitazione all’azione. L’animo già favorevolmente predisposto del giovane sovrano era quindi sollecitato da educatori e amici ideali a generare una sincera ammirazione per la classicità, pur vista attraverso la lente della religione cristiana.

OTTONE III A ROMA: PRIME DIFFICOLTA’.

Il programma di riorganizzazione dell’Impero su basi romane iniziò con l’ovvio trasferimento della Corte a Roma. Ciò fu un errore che il primo Ottone non avrebbe mai commesso, ma che il 16enne nipote fece trascinato dall’entusiasmo della gioventù. Trasferire la corte a Roma significava porre in secondo piano quella Germania che era pur sempre la base del potere sovrano, il vero centro dello Stato. La decisione non piacque né ai tedeschi, che si sentirono defraudati, né ai romani, che videro in ottone sempre uno straniero venuto a comandarli. 
Ottone III ritratto artisticamente
La sede della Corte fu posta sull’Aventino, non più presso San Pietro come avveniva coi missi franchi: Ottone aveva le idee ben chiare, e non voleva certo sottomettere la sua autorità a quella pontificia. A tal proposito è da ricordare che il sovrano non prestasse la minima fede alla donazione di Costantino, poiché Roma era per lui la capitale imperiale e non poteva essere stata ceduta così facilmente. Anche per questo le repressioni di insurrezioni armate dei romani furono più dure che in passato: cacciato Gregorio V, Papa scelto dall’imperatore, i Crescenzi ne vollero imporre uno loro con l’aiuto di Bisanzio, ma mentre da quell’imperatore non venne mai un aiuto concreto, da quello sassone arrivò una dura reprimenda, e Crescenzio II fu torturato, ucciso e il suo cadavere esposto al pubblico ludibrio. Era il 998: la pace sembrava regnare nell’Urbe, ma era più uno stato di tensione latente che una pacificazione matura. L’anno seguente, nel 999, Ottone scese in Italia meridionale per sistemare la faccenda dei temi bizantini di cui era erede per parte di madre, ma dovette rientrare in tutta fretta per un evento improvviso.

OTTONE, SILVESTRO E IL FALLIMENTO DELLA RENOVATIO IMPERII.

Il 1 aprile 996 morì Papa Giovanni XV, che regnava da 11 anni. I romani chiesero a Ottone di sceglierne il successore (il giovane non era stato ancora incoronato e quindi formalmente non avrebbe potuto dare la sua conferma, ma è ovvio che con l’eminenza sovrana presente in città nessuno aveva più titoli per la scelta). L’imperatore scelse un proprio cugino nonché suo confessore, Bruno di Carinzia, che assunse il nome di Gregorio V. Abbiamo già visto nel precedente post come i romani lo accolsero, e non ci ripeteremo. Basti dire che nel 999, dopo appena 3 anni, Gregorio morì e Ottone rientrò subito dal Sud Italia per nominare nuovo Papa il suo mastro, Gerberto d’Aurillac, già arcivescovo di Ravenna. Costui, uomo dottissimo che aveva studiato presso gli Arabi di Spagna e aveva un multiforme ingegno, assunse il nome di Silvestro II. L’attuazione della Renovatio Imperii ottoniana sembra finalmente avviarsi, senonché le fonti ci parlano di un Silvestro tutt’altro che docile nei confronti dell’allievo: desideroso di risollevare la Chiesa dal suo decadimento morale, egli non si considerava un funzionario imperiale, in quanto il Papa non può essere giudicato da nessuno. 
Silvestro II
Mentre Gerberto voleva che i due poteri fossero ben distinti secondo l’antica lezione di Gelasio I, il sassone ne voleva quasi la fusione in sé. E’ significativo che in un diploma del 1001, con cui concedeva al Pontefice ex maestro 8 comitati della Pentapoli, Ottone ne permetteva solo l’amministrazione, non la sovranità, e criticava aspramente i predecessori di Silvestro per la loro incuria nel conservare il patrimonio ecclesiastico. Abbiamo già detto in un precedente post che Ottone non credeva nella veridicità della donazione di Costantino, di molti secoli in anticipo su Dante, e le sue posizioni di “concessione” solo amministrativa di terre alla Chiesa rispecchiavano tale convinzione. La sua idea di Renovatio Imperii, pur condivisa dal papa, era però da questi non compresa volutamente o no nei mezzi con cui andava attuata. E questo fu fatale a entrambi. Una rivolta scoppiata in Sabina nell’estate del 1000 fece fuggire Silvestro, e Ottone dovette fronteggiare la guerriglia dei romani capitanata da un certo Gregorio, capostipite dei conti di Tuscolo. Mentre attendeva rinforzi dalla Germania per riconquistare la capitale, Ottone III morì a Paterno presso il Monte Soratte il 23 gennaio 1002, a soli 22 anni, senza eredi e senza aver attuato in maniera decisiva la sua politica. Ma tuttavia non possiamo dirlo un vinto della Storia: il suo esempio e la sua eredità ideologica verranno ripresi nei primi tre secoli del millennio appena iniziato, e il nome di Ottone III rimase così a ricordare quello di un giovane che ebbe un grande sogno imperiale in un tempo che non amava i sogni. 

lunedì 19 settembre 2016

Afragola d'arte. San Giorgio martire - L'Arciconfraternita dell'AGP.

Prospetto dell'Arciconfraternita. Foto della dottoressa Raffaela Loreto.

Articoli correlati: Prospetto (link), Navata (link), Cappelle laterali (link), Transetto e presbiterio (link).



Con questo articolo concludiamo la nostra “permanenza” narrativa presso la chiesa di San Giorgio martire. Per motivi editoriali legati alla prossima uscita della 2a edizione de Il caso Afragola (segui il LINK), sono costretto ad anticipare la conclusione della trattazione, rinviando altre notizie alla mia pubblicazione del 2017.
L’Arciconfraternita dell’Ave Gratia Plena fu istituita sul finire del XVI secolo (in una pubblicazione del 1993 si propende per gli inizi dello stesso secolo, ma direi di no, visto che il fenomeno confraternale, già attivo nel Medioevo, ricevette però nuovo impulso dal Concilio di Trento). La sua regola, che imponeva doveri precisi dei confratelli (il cui numero era illimitato) fu approvata il 3 marzo 1777 dal re Ferdinando IV di Napoli, e confermata nel 1867 dal re Vittorio Emanuele II d’Italia. Nel 1928 ebbe il titolo di Arciconfraternita, e si estinse negli anni Sessanta del Novecento. Il tempio sorge sul lato orientale della chiesa di San Giorgio 8con cui comunica tramite un ingresso laterale posto nella terza cappella sinistra della chiesa), leggermente di sghembo, in modo da far apprezzare all’osservatore un bellissimo scorcio dei due prospetti, chiesa e Arciconfraternita, entrambi restaurati di recente. Il tempio fu realizzato nel XVII secolo, e il suo aspetto barocco fu modificato solo marginalmente nei secoli successivi. Da notare che, essendo che l’antica chiesa di San Giorgio si apriva a oriente, l’attuale panorama di cui abbiamo parlato non è sempre esistito. Fino al terremoto del 1688, l’Arciconfraternita “dava le spalle” - mi si consenta questa espressione- all’ingresso della chiesa, e l’attuale conformazione visiva si ebbe solo a partire dal 1702, alla fine dei lavori di ricostruzione del tempio georgiano. 


Presbiterio e altare dell'AGP (Foto concessa dalla
signora Raffaela De Martino).


Il prospetto dell’edificio sacro consta di due livelli: in quello basamentale abbiamo un ingresso costituito da un portale, originariamente in legno di noce, preceduto da tre archi, divisi tra loro da colonne e lesene; il secondo livello è occupato da tre finestre di stile rococò per l’illuminazione interna. L’apice della facciata presenta un’edicola, oggi vuota e un tempo ospitante un’immagine della Vergine Maria, la titolare del tempio. L’interno presenta un’unica navata, con due cappelle ai lati del presbiterio, e nicchie grandi lungo le mura perimetrali, che un tempo ospitavano statua sacre. La cappella di sinistra ha un altare di marmo dedicato a San Biagio di Sebaste, mentre quella di destra è senza dedicazione, essendo di passaggio per la chiesa. Il presbiterio presenta un pregiato altare ottocentesco, e vi si accede da un cancelletto di ferro battuto molto elegante. Le mura presentano gli stalli dei confratelli, e la volta è adornata da un affresco ritraente la Vergine in Gloria, manifattura recente e risalente all’ultimo grande restauro, del 1953. Al centro della sala c’è la botola della cripta, con incisa la data del 1616, quando furono conclusi i lavori di costruzione dell’Arciconfraternita, e le immagini di 5 confratelli adoranti una nube da cui escono raggi. La parete di fondo presenta un altro affresco, ritraente la Madonna con Bambino adorati da 6 confratelli, con saio bianco, circondati da anime purganti. 

L’Arciconfraternita Ave Gratia Plena è attualmente chiusa al pubblico, con tutte le conseguenze riguardo la fruizione artistica da parte degli afragolesi delle opere dei loro padri che il lettore può ben immaginare. 

giovedì 15 settembre 2016

L'umorismo arguto di Papa Pio IX.

Pio IX ripreso durante gli ultimi anni di pontificato, già recluso in Vaticano.


Il beato Pio IX, nato Giovanni Maria Mastai- Ferretti (1792- 1878), è conosciuto per gli eventi epocali accaduti durante il suo lungo e travagliatissimo pontificato. Eletto Papa il 16 giugno 1846, morì il 7 febbraio 1878, dopo 31 anni e mezzo di regno: il pontificato più duraturo della Storia, escludendo i 37 anni che la tradizione attribuisce a San Pietro. Il terzo di secolo in cui Pio IX si trovò al comando della Chiesa fu denso di avvenimenti: la Repubblica Romana (1849), la restaurazione ad opera delle armi francesi (1850), la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione (1854), la convocazione del Concilio Vaticano I (1869), la fine del potere temporale dei Papi (1870). Oggi non affronterò nessuno di questi argomenti, bensì dedicherò la vostra attenzione a un lato caratteriale di Papa Mastai poco conosciuto dai non addetti ai lavori: il suo umorismo. Giacomo Martina, lo storico gesuita autore di una monumentale biografia in 3 volumi sul Pontefice, ha raccolto numerosi aneddoti sull’humor papale, che danno una cifra diversa dell’uomo tanto odiato dai liberali e dai mazziniani. 
Una volta dovette affrontare una delicata operazione, senza nulla che alleviasse il dolore. Il medico, alla fine, si congratulò col Papa per lo stoicismo dimostrato nel sopportare il dolore. Pio IX gli rispose: “E’ evidente che voi siete un valentissimo astronomo: mi avete fatto vedere tante di quelle stelle...”. Un’ altra volta, e siamo alla viglia della breccia di Porta Pia, ai suoi collaboratori che lo sostenevano ricordandogli che il Signore aveva detto che la barca di pietro non sarebbe mai affondata, replicò: “ E sia, a questo abbiamo le promesse del Divino Maestro; ma ciò non impedisce che gli occupanti della stessa possano prendere una buona boccata d’acqua”. A un gendarme che gli si gettò ai piedi, lamentandosi: “ Santità, ho 25 anni di servizio e non vogliono darmi la pensione”, ribattè con arguzia: “A me succede il rovescio: non ho ancora 25 anni di servizio e fanno di tutto per mandarmi in pensione”. Nel 1872 il Papa si era chiuso in Vaticano per protesta contro l’annessione di Roma da parte del Regno sabaudo; e fu in quest’anno che concesse un’udienza a una nobildonna francese la quale, inginocchiatasi ai suoi piedi, disse che non si sarebbe mossa più da lì se il papa non le avesse detto cosa poteva donargli, se un suo palazzo a Parigi o una sua tenuta nel Delfinato. Il Santo padre sorrise, la rialzò e le disse: “Figliola, quello che a me servirebbe voi non me lo potete donare. A me servirebbero un paio di gambe nuove”.
Questi e altri esempi danno una chiara visione dell’umorismo di Papa Mastai, uomo severo nei principi e talvolta anche di piglio autoritario – il segretario di Stato, il cardinal Giacomo Antonelli, aveva spesso un bel daffare nel rimediare alle sortite verbali improvvise del Papa- ma che aveva un senso reale e concreto del mondo. 
A me piace ricordare anche un ultimo aneddoto testimonia non la sua giovialità, ma la sua delicatezza. Una notte, durante gli ultimi mesi di pontificato, ormai 85enne, discese dal letto e non ebbe più la forza per risalirvi; prese quindi una coperta e passò il resto della nottata su una sedia a dondolo. Così lo trovo l’aiutante di camera il mattino dopo, alle 5, quando venne per svegliare il Papa. All’uomo che si doleva perché non aveva suonato il campanello sul comodino e l’avesse chiamato per farsi aiutare, Pio IX rispose: “Dovevate pur dormire anche voi”. Un Papa re con piglio di parroco di campagna. Nel 1876, non nel 2016.

martedì 13 settembre 2016

Ottone il Grande e la rinascita imperiale.

Ottone I sottomette Berengario d'Italia.


OTTONE I: IL RESTAURO DELL’IMPERO.

Ottone era figlio di Enrico I l’Uccellatore, della casa di Sassonia, e fu designato dal padre alla guida del governo tedesco. La sua posizione fu rafforzata anche dall’elezione avvenuta ad Aquisgrana, nel 936, ad opera dei signori tedeschi, che non gradivano affatto il candidato della regina madre Matilde, l’altro figlio Enrico. Ottone fece del clero il motore amministrativo del regno tedesco, sul modello dei carolingi di un secolo e mezzo prima: ampie donazioni agli istituti ecclesiastici, privilegi d’immunità, concessione di piena giurisdizione ai vescovi in cambio di un’assoluta fedeltà, ecc. L’alto clero divenne quindi il serbatoio da cui il re prelevava i suoi funzionari, colti e fedeli, ma ciò fece della Chiesa tedesca “una Chiesa di stato pur facente parte dell’unica Chiesa universale che aveva sempre in Roma la sede della sua unità” (Brezzi). Fu molto geloso nel rivendicare le sue prerogative regie: tolse la Baviera ad Everardo, duca ribelle, soffocò una rivolta in Franconia, diede la Svevia al figlio Liudolfo, incorporò nella sua orbita diplomatica i popoli orientali e la Francia di Ugo il grande, che gli rese omaggio in Attigny. Da ricordare le sue spedizioni a est per ricacciare gli Ungheri, cacciati definitivamente il 10 agosto 955 nella battaglia sul fiume Lechfeld, e inglobare nuovi popoli sui quali veniva rapidamente distesa la rete della gerarchia cattolica, e contro gli Slavi. Non mancarono passi diplomatici di grande importanza, come i contatti stabiliti con il regno russo dei Variaghi a Kiev e l’ambasceria inviata al califfo di Cordova Abderrahman per chiedere il ritiro dei Saraceni da Frassineto (in Provenza). Un tal uomo era degno della corona imperiale, ma saggiamente egli si tenne lontano dalle faccende italiane e da Roma, vivente ancora Alberico dei Teofilatti. Quando da Giovanni XII giunse la richiesta a Ottone di intervenire in Italia, questi era dunque già pronto ad interessarsi alle vicende italiche, e al Papato.

OTTONE I E LA FINE DEL REGNO ITALICO.

Il Regno d’Italia fu fondato all’indomani della caduta dell’ultimo Carolingio (888), e non aveva nulla di nazionalistico, come gli storiografi risorgimentali hanno preteso. Anzi, spesso i suoi titolari non erano neppure nati in quella che oggi definiamo Italia, e non c’è da stupirsene, visto che il concetto di “nazione” era ancora in nuce nel periodo di cui trattiamo. Il regno d’Italia medievale non comprendeva tutta la penisola ed era più un concetto astratto che una realtà concreta, ma fu pur sempre un punto d’incontro tra le diverse forze politico dell’area centrosettentrionale italica. I titolari della corona italica furono Berengario del Friuli, Guido di Spoleto, Ludovico di Provenza, Rodolfo di Borgogna, Ugo di Provenza, suo figlio Lotario e infine Berengario. Berengario II, marchese d’Ivrea e re d’Italia dal 950, era nipote di Berengario del Friuli. Per stabilizzare la sua posizione, cercò di sposare Adelaide, vedova di Lotario, suo predecessore al trono. Il piano non solo non riuscì, ma provocò la discesa in Italia di Ottone, richiesta da Adelaide. 
Ottone I in un bassorilievo
Il sovrano sassone non aspettava altro: fu per lui facile scendere a Pavia, incoronarsi re d’Italia (settembre 951), creare la Marca Attoniana (l’area oggi corrispondente alla bassa Lombardia) e sposare lui stesso Adelaide. Berengario riuscì a conciliarsi col sovrano, e da lui ottenne l’investitura del Regno italico, non più come sovrano effettivo ovviamente ma come una sorta di vassallaggio. I provvedimenti anticlericali gli alienarono però l’episcopato, e quindi Ottone, che dei vescovi, come abbiamo detto, faceva il fulcro del suo sistema di governo. Inoltre Papa Giovanni XII, temendo occupazioni del territorio laziale da parte di Berengario, inviò due suoi legati a Ratisbona per chiedere una nuova discesa di Ottone. In un precedente articolo abbiamo già illustrato come il Papa ebbe poi a pentirsi di questa chiamata, ma allora nulla lasciava presagire gli eventi successivi. In quel momento, Ottone era interessato solo a riordinare il Regno: raccolto un imponente esercitò, il sovrano attraversò la Val d’Adige incontrando pochissima resistenza, e mentre si poneva l’assedio a Berengario, rinchiusosi nella rocca di San Leo a Montefeltro, emanava parecchi diplomi per prendere effettivo controllo del territorio italiano. Era il 961: da questa data cessa di esistere il Regno d’Italia medievale, durato una settantina d’anni e che, pur larva di nazione, aveva rappresentato idealmente un ente autonomo rispetto all’Impero. Tra Ottone e la corona imperiale ora si frapponeva solo un uomo: Giovanni XII.

L’INCORONAZIONE DEL 962: IL NUOVO “DNA” DELL’IMPERO.

Giunto alle porte di Roma alla fine del gennaio del 962, Ottone dovette regolare l’ingresso in città facendo giurare ai suoi rappresentanti l’impegno di non tenere placiti, di agire per il bene della Chiesa e di non accordarsi col popolo escludendo il parere del Papa. Giovanni XII pretese queste garanzie e la restituzione delle terre ecclesiastiche sottratte da Berengario in cambio della corona imperiale. Il sovrano germanico concesse tutto ciò, ma al contempo ordinò a un giovane portaspada di stargli accanto con il brando sguainato, poiché “è cosa saggia prevedere e provvedere contro gli avversari per non farsi cogliere alla sprovvista”. La cerimonia ebbe luogo il 2 febbraio “miro apparatu”, volendo ricordare ai romani e alle autorità quella che ebbe per protagonista Carlo Magno. Il significato sotteso era che adesso c’era un nuovo imperatore, non uno qualsiasi, ma un nuovo fondatore di quell’impero costruito da Carlo quasi due secoli prima. Ma molto era cambiato, nei 163 anni che dividevano le due cerimonie, e l’Impero ottoniano, di “nazione tedesca”, non pretendeva più di poter esercitare la sua autorità su regioni come la Francia o la Marca ispanica, che erano state uno dei punti di forza della reggenza carolingia, mentre altresì andava espandendosi verso Est, sottomettendo terre aperte al primo occupante. E così, benchè Ottone si fosse conquistato una fama sul campo di tutto rispetto, ci ritroviamo oggi a leggere commenti poco onorevoli nei suoi confronti, come quelli di Benedetto del monte Soratte, che ebbe a scrivere che “Romanum imperium a Saxonico rege subiugatum”. Il neoeletto rilasciò il 13 febbraio il noto Privilegium Othonis, col quale restituiva alla Chiesa le terre concesse a essa dai Carolingi e poi usurpate, ma affermava deciso che le future elezioni pontificie sarebbero state approvate dalla corte imperiale tedesca, sul modello di quanto avveniva nell’Alto Medioevo con quella bizantina. Giovanni XII inizialmente acconsentì, poi ritiratosi Ottone in Germania, si accordò col figlio di Berengario, ma di ciò già parlammo nell’articolo a lui relativo e al quale rinviamo il lettore.

LA POLITICA ITALICA DI OTTONE I.

Come re d’Italia Ottone accelerò la separazione fra città e contado che già i suoi predecessori al trono italico avevano iniziato, concedendo a singoli vescovi diplomi di immunità, privilegi o esenzioni, come avveniva in Germania. Si è detto in proposito che Ottone creò la figura dei “vescovi- conti”, istituzione che successivamente scatenò una violenta reazione pontificia. In realtà il fenomeno non fu attuato ovunque con la stessa celerità, o con lo stesso successo: spesso i rapporti fra i vescovi e i loro funzionari erano pessimi, e non di rado esplodevano rivolte contro il titolare ecclesiastico, causandone la cacciata. Roma si può dire l’esempio più eclatante in merito, con la cacciata di Papi non graditi alla popolazione, ma gli esempi sono numerosi anche in altre città italiche, come Verona, Milano, Ravenna, ecc.. Ottone impose anche una riforma ecclesiastica a tutto il Regno, in una Dieta tenuta nel 972 a Ravenna, presenti Giovanni XIII e i metropoliti dell’Italia centrosettentrionale: durante l’assemblea, fu individuato nel matrimonio degli ecclesiastici 8chiamati perciò “mulierosus”) la causa del male della Chiesa, perché ciò provocava la detrazione dei beni patrimoniali delle chiese per dare sostentamento alla propria donna e ai propri figli. Il sovrano ebbe interesse anche a stringere rapporti diplomatici con le aree italiche non comprese nel Regno: ebbe alterni scontri e incontri con Pandolfo Capodiferro, signore di Capua e del ducato longobardo del Sud, mentre più fruttuose furono le relazioni con la Venezia retta dal doge Pietro IV Candiano, dapprima ostile poi disponibile nei confronti di Ottone, col quale siglò un patto che imponeva a Venezia, in cambio del riconoscimento della propria indipendenza, il pagamento annuale di un piccolo tributo all’Impero. Si entra così negli anni Settanta del X secolo, ed è ancora da Roma che provengono i guai per Ottone.

LA ROMA OTTONIANA E LA FINE DEL REGNO.

Facciamo un passo indietro, e torniamo al 964. Muore Giovanni XII, l’ultimo dei Teofilatti (vedi questo link), e i romani pensarono bene di eleggere uno di loro, intronizzandolo col nome di Benedetto V, senza attendere la conferma imperiale. Ottone assediò dunque Roma, prendendola per fame, e fece processare il Papa, il cui pontificato cessò dopo appena un mese, e lo esiliò in Germania. In quell’occasione, l’imperatore non punì nessuno in città, segno sia della sua disponibilità al compromesso sia della sua debolezza in loco, e convocò un concilio che depose ufficialmente Benedetto e reintegrò Leone VIII, da lui imposto anni prima. Passato il Natale a Roma, Ottone ripartì per la Germania assieme a benedetto, e Leone potè regnare con tranquillità per alcuni mesi, fino alla morte, il 1 marzo 965. Stavolta i romani attesero l’arrivo dei due messi imperiali prima di osare fare qualcosa: il 1 ottobre veniva eletto Giovanni di Narni, che prese il nome di Giovanni XIII. Il Papa era visto come un burattino imperiale, benchè egli tentasse di avviare una propria indipendente politica, e fu ordita così una congiura che vide per protagonisti il prefetto dell’Urbe, un conte della Campania e i funzionari della Curia, che speravano ancora nel ritorno del romano Benedetto V. Giovanni fu percosso in Laterano ed espulso, e la città visse in uno stato di terrore fino al ritorno dell’imperatore. 
Statua equestre di Ottone
Quando si ebbe notizia dell’arrivo imperiale, il popolò trucidò i congiurati e ne inviò altri in esilio. Ottone risiedette a lungo in città questa volta, per dare un significato concreto al suo essere imperatore di un Impero che si definiva Romano, e per proteggere Giovanni XIII, che aveva condannato il prefetto della città a un’umiliante punizione (lo legarono per i capelli alla statua equestre di Marco Aurelio e poi lo issarono su un asino, in posizione contraria alla testa dell’animale, con un otre di piume in testa). Avendo il capo della gerarchia cattolica a propria disposizione, Ottone potè quindi compiere la sua riforma ecclesiastica anche in Italia, ottenere la creazione dell’Arcivescovato di Magdeburgo (968) e far sposare dal Papa stesso il proprio figlio Ottone II con la principessa greca Teofane, figlia dell’imperatore bizantino Romano II, il 14 aprile 972. Il nipote sarebbe quindi stato erede sia dell’Impero tedesco che di quello greco: era l’apice del successo per la Casa di Sassonia. E qui si concluse anche la vita del grande imperatore: morto Giovanni XIII il 6 settembre 972 e sostituitolo con un Benedetto VI all’inizio di gennaio 973 (era l’ottavo papa dell’era ottoniana, e il quinto influenzato direttamente dal sovrano), Ottone fece ritorno nella sua Germania. Lì morì il 7 maggio 973, dopo 37 anni di regno come sovrano tedesco e 11 come imperatore. Con lui si spegneva una delle personalità più importanti del Medioevo e di certo la più luminosa prima della fine del primo millennio cristiano. Pari e non secondo a Carlo Magno, Ottone fu come questi definito Magno per la sua politica ecclesiastica, germanica, italica, la sua arte diplomatica e le sue vittorie militari. Nel mentre veniva sepolto nel suo sarcofago nel Duomo di Magdeburgo che aveva contribuito a fondare, si concludeva un lungo periodo di rinascita culturale e di sviluppo, un lungo periodo di luce dopo le tenebre profonde del IX secolo. 



Tomba di Ottone I nel Duomo di Magdeburgo

mercoledì 7 settembre 2016

Lontani echi dalla Terra di Lavoro.

Antico mulino. 


La Campania Felix era così detta ai tempi dei Romani per la felice fertilità dei suoi terreni, e per le grandi messi che produceva. Certo, in epoca imperiale tale espressione cambiò il proprio significato, passando a indicare le numerose ville del Miglio d’oro, sulla costa ercolanense - stabiese, e il clima dolce del versante partenopeo e puteolano. Ma la caratterizzazione agricola del territorio campano, e di quella vasta area che prende il nome di Pianura Campana e che va dalla Ciociaria alla Capitale, rimase. La fertilità del territorio in questione gli valse il nome di Terra di Lavoro, e oggi, superata Santa Maria Capua Vetere, possiamo ammirare un paesaggio agricolo, fatto di casolari, mulini, campi estesi, balle di fieno, armenti al pascolo, ecc., che doveva estendersi fin quasi alle mura greche di via Foria a Napoli. Nelle foto allegate a questo articolo possiamo vedere gli spazi interni di uno di questi tipici ambienti di campagna: attrezzi agricoli per falciare il grano, macine per schiacciare il grano, scompartimenti per il passaggio dell’acqua: questi vuoti ambienti un tempo non troppo lontano pullulavano di vita, di grida, di affanni, di gioie, di sudore, di soddisfazione per il lavoro svolto. 

Una macina ormai distrutta

Oggi tutto è silente, tutto è fermo, e i raggi del sole al tramonto non illuminano più i visi sporchi e duri del contadino che la sera tornava a casa, dopo 10 o 12 ore nei campi, compagna la falce, la roncola, una bottiglia di vino, il pane con il companatico. Queste foto parlano di lontane eco di un passato non del tutto tramontato, per fortuna, ma ignorato dai grandi storici. Quanto è bella, però, la storia dei piccoli, la storia degli sconosciuti che hanno lasciato traccia di sé solo nei tarlati registri parrocchiali per mano di parroci anch’essi caduti nell’oblio. Anche la loro è Storia!

giovedì 1 settembre 2016

I Teofilatti: ascesa di una famiglia medievale.

Roma come doveva presentarsi alla fine del XV secolo.

Subiugatus est Romam potestative in manu femine!" scriveva in un cattivo latino Benedetto del Monte Soratte, riferendosi alla situazione venutasi a creare a Roma all'inizio del X secolo. Complice la decadenza dell'autorità papale e lo sgretolamento di quella imperiale, a Roma aveva preso il potere la famiglia dei Teofilatti. Teofilatto senior, autonominatosi senator Romanorum, era riuscito a prendere il potere grazie a un'accorta politica di finanziamenti del populus e facendo sposare la figlia Maronzia (o Marozia) con Alberico di Spoleto, signore di Camerino. Proprio su Maronzia la storiografia ottocentesca e protestante si è scagliata con più virulenza, parlando apertamente di "pornocrazia", cioè di un regime lascivo e decadente nei costumi e nella morale. Fu davvero così? I Teofilatti della prima generazione furono uomini e donne della loro epoca, contrassegnata da violenza e decadimento delle istituzioni: le accuse mosse contro di loro da Liutprando di Cremona hanno scopo pubblicistico e risentono dell'odio che questo longobardo provava per i Romani stessi.
Maronzia fu una politica accorta quanto suo padre: morto Alberico di Spoleto, sposò Guido di Toscana, entrando in contrasto con il di lui fratellastro, Ugo di Provenza, che ambiva alla corona imperiale e voleva pertanto il consenso papale. Il punto è che i Papi di questo inizio secolo furono deboli e governarono poco: il più grande di loro,
Giovanni X , fu tale proprio perchè in opposizione ai Teofilatti e morì forse strangolato. Guido divenne padrone di Roma, con mezzi poco leciti, ma che allo storico non risultano non familiari (si pensi alle vicende, ben più glorificate, dell'ascesa dei Pipinidi sul trono di Francia). Al tempo stesso, fu favorita l'elezione al soglio di un figlio di Maronzia, Giovanni XI: era l'apoteosi dei Teofilatti, che dalla loro residenza in via Lata erano giunti fino all'apice del potere. Ma a quel punto iniziò il declino, per opera della stessa Maronzia: morto Guido, ella offrì la propria mano a Ugo, il principale nemico di tanti anni, che ovviamente accettò subito la possibilità di entrare a Roma senza colpo ferire. L'impedimento canonico fu superato da un giuramento di Guido che dichiarò di essere stato adottato dalla madre di Guido. Sposata Maronzia, ed entrato in Roma, Ugo inizò a comportarsi sprezzantemente contro i romani, provocando la reazione anche dell'altro figlio di Maronzia, Alberico II, con il famoso episodio dello schiaffo.


LA ROMA DEI TEOFILATTI

La Roma dei Teofilatti non doveva essere molto diversa da quella ritratta nella nota miniatura contenuta nelle Tres Riches Heures del Duca di Berry, del XV secolo. Ridimensionatasi dai tempi dell'Impero romano, presentava all'interno del circuito delle mura aureliane vasta zone incolte alternate a quartieri densamente abitati. I Papi cercarono, quando erano nella possibilità di farlo, di restaurare chiese paleocristiane e anche monumenti dell'antichità classica. Le urgenze difensive generarono la fondazione di un nuovo quartiere, la Città Leonina, nel IX secolo, e l'Urbe che Maronzia prima e suo figlio Alberico II poi si trovarono a governare, e che aveva visto passare tra le sue vie Ottaviano Augusto e Carlo Magno, Genserico e Gregorio I, era un piccolo centro urbano di modeste dimensioni ma con un nome di risonanza universale. E Alberico, figlio di Maronzia, seppe ben sfruttare tale fama dell'Urbe.

ALBERICO II: IL PRINCIPE DI ROMA.

L'arroganza di Ugo di Provenza, sceso a Roma per sposare Maronzia, suscitò malumori fin da subito, che furono abilmente sfruttati dal figlio della sposa, Alberico. Costui fu schiaffeggiato pubblicamente alle nozze (secondo almeno due fonti) e subito sollevò la città intera contro il manipolo di soldati del francese, costringendolo alla fuga. Rinchiuse la madre in un convento, e confinò il fratellastro Papa Giovanni XI nel palazzo Laterano, privandolo di ogni potere politico. Era il 932: Alberico assunse il titolo di "princeps omnium Romanorum", che nessun altro poi osò assumere in seguito. Roma conobbe di nuovo, dopo secoli dalla fine dell'Impero romano, l'istituzione del principato. La base territoriale del giovane principe era la Sabina, che rivendicava in quanto figlio del Duca di Spoleto e come Signore di Roma. Per spezzare l'opposizione del monastero di Farfa, proprietario di vaste terre nella regione, inviò Oddone di Cluny a riformarlo: iniziò così la riforma cluniacense nell'area romana, e Oddone fu più volte mediatore fra Alberico e Ugo (tornato a occuparsi dei suoi possedimenti nel Nord Italia), favorendo anche il matrimonio del primo con Alda, figlia del secondo. Sul piano interno, Alberico concentrò tutti i poteri nelle proprie mani pur non eliminando nessuna delle magistrature ordinarie: vivo lui, Roma divenne un principato con un potere territoriale ben definito e in piena fase espansiva, tanto che neppure Ottone I di Germania potè entrare in Roma per chiedere la corona imperiale. Anche riguardo la Sede pontificia il principe prese dei provvedimenti, che fossero soddisfacenti per sé e per il potere della sua famiglia ma - e questo va a suo merito- non penalizzassero la dignità spirituale della carica. Dopo la morte del fratellastro Giovanni, fece eleggere figure pie che regnavano pochi anni e si dedicarono esclusivamente alla missione pastorale: Leone VII, Stefano VIII, Marino II e Agapito II, che vide la morte del Signore di Roma. Il quale, ben conscio che senza il suo carisma l'edificio di potere tanto faticosamente innalzato sarebbe crollato in poche settimane, fece giurare al popolo romano di eleggere come successore di Agapito il proprio figlio, Ottaviano, giovane di appena 18 anni. Sarebbe stata la realizzazione del sogno perseguito per tutta la vita: unire le due gerarchie, laica e pontificia, in una sola persona appartenente alla famiglia dei Teofilatti. Alberico II morì il 31 agosto 954 con questa speranza, all'apice del potere e di un rispetto goduto dalla Germania alla corte di Costantinopoli. Il sistema di famiglia da lui eretto sembrava a molti, in quella fine d'estate della metà del X secolo, destinato a perdurare per molti decenni. Nessuno poteva prevedere che il nuovo Papa sarebbe stato l'ultimo dei Teofilatti a detenere il potere.


GIOVANNI XII, OVVERO LA FINE DEI TEOFILATTI.

Il sistema di potere costruito dal princeps Alberico non resse sotto il suo successore, il figlio Ottaviano. Eletto Papa dal popolo e dal clero romano il 16 dicembre 955, egli riuniva in sé i due vertici, laico ed ecclesiastico, della vita di Roma. In onore dello zio Giovanni XI, fratellastro del padre, assunse il nome di Giovanni XII. Le speranze del genitore furono annientate dalla vita lasciva e dai voltafaccia politici del figlio. Riguardo la sua condotta morale, basti il Liber pontificalis a darcene un'idea: "Totam vitam suam in adulterio et vanitate duxit" La sua politica non fu migliore della vita privata: andando contro la tradizione di famiglia come sua nonna Marozia, invitò Ottone I di Germania a prendere la corona imperiale a Roma, in modo da avere un valido alleato nella guerra contro i baroni del contado romano e contro Berengario, re d'Italia. Ottone scese nell'Urbe per la fine di gennaio del 962, e fu incoronato assieme alla moglie il 2 febbraio seguente. Dieci giorni dopo, il sovrano rilasciò un diploma, passato alla storia come Privilegium Othonis: con esso egli restituiva al Pontefice la potestà sui territori italiani donati alla Santa sede due secoli prima dai sovrani carolingi, e passati in mani laiche, e ordinava che le future elezioni papali dovessero avere la conferma imperiale, sul modello di quanto avveniva nei primi secoli medievali con la corte di Costantinopoli. 
Giovanni XII
Giovanni promise, ma evidentemente senza molta fedeltà: Ottone era appena tornato Oltralpe che il Pontefice si accordò con Adalberto, figlio di Berengario, per rovesciare gli alleati italiani dell'imperatore. Ottone se ne indispettì, tornò a Roma nel 963, e mentre Giovanni fuggiva prima in Campania e poi in Corsica, convocò un Concilio in San Pietro dichiarandolo deposto e facendo eleggere al suo posto un laico, consacrato rapidamente col nome di Leone VIII. Non si era mai visto un così sfacciato intervento laico nelle faccende gerarchiche della Chiesa, ma lo stato delle cose non poteva più impedire il condizionamento dell'istituzione pontificia. Ovviamente Giovanni non si rassegnò, scomunicò tutti in un altro sinodo a Roma nel febbraio 964 e si preparò alla rivincita contro Ottone e Leone. Ma la sua stella aveva ormai cessato di brillare: morì appena tre mesi dopo il suo ritorno a Roma, il 14 maggio 964, per un insulto apoplettico (per altri, più affascinati da pensieri torbidi riguardo a una vita torbida, fu gettato dalla finestra di un palazzo dal marito di una sua amante). 
Con Giovanni XII, Papa e princeps indegno, si conclude ingloriosamente il dominio dei Teofilatti su Roma. I conti di Tuscolo, come saranno conosciuti in seguito, daranno altri Papi alla città, ma il nucleo originario della famiglia si era estinto in modo poco onorevole, e dopo 70 anni più nessuno poteva comandare Roma, e difenderla da interventi estranei.