lunedì 31 ottobre 2016

Capodanno nel Medioevo.

Una tipica meridiana medievale




BUON ANNO! MA QUANDO?

I Romani erano soliti iniziare l’anno il 1 gennaio, secondo la riforma attuata da Giulio Cesare durante il I secolo a. C.. Il Medioevo, il cui carattere essenziale, non ci stancheremo mai di ripeterlo, era la profonda religiosità, si discostò da quest’uso, adottando varie soluzioni. La più comune era quella di far partire l’anno dal 25 marzo, data tradizionale del concepimento di Gesù ad opera dello Spirito Santo. Era l’uso “ab Incarnatione”, in vigore nei regni sassoni dell’Inghilterra e poi sotto il regime normanno dell’isola, e a Firenze. Un altro uso era quello di far iniziare l’anno il 25 dicembre, alla nascita di Cristo: l’uso “ab Nativitate” era in vigore a Roma, nei principati ecclesiastici tedeschi e in Catalogna. Più complesso far iniziare l’anno in coincidenza con la suprema festa cristiana della Pasqua, che è una festa mobile, che varia dal 22 marzo al 24 aprile. L’anno civile in tal caso poteva durare dagli 11 ai 13 mesi! Per ovviare a tale problema, i giorni differenziali venivano contati come facenti parte dell’anno appena trascorso: se la pasqua cadeva il 5 aprile 1216, e l’anno successivo invece cadeva il 18 aprile, i 13 giorni in più erano contati come facenti parte del 1216. Tale sistema fu in uso in Francia, dal XII secolo in poi. Fu solo dal XVI secolo in poi che si riprese l’uso di iniziare l’anno dalla data della Circoncisione, il 1 gennaio, forse sotto l’influsso dei mercanti che tenevano a un sistema di computo unico per tutte le nazioni.

IN CHE ANNO SIAMO?

L’uso romano di contare gli anni dalla fondazione di Roma (ab Urbe condita) si perse in Occidente solo progressivamente, e sembra scomparso del tutto e ovunque solo dai tempi di Papa Gregorio Magno (590- 604). Ma non si passò neppure immediatamente al conteggio basato dalla nascita di Gesù: nel V secolo si usava datare in relazione agli anni di regno di un imperatore (fino a quando ce ne furono), di un Papa o di un sovrano romano- barbarico. Nel VI secolo, com’è noto, Dionigi il Piccolo adottò il sistema di numerazione “ab Nativitate”, metodo diffuso prima in aabito monastico e poi in ambito pubblico. La datazione dalla anscita di Gesù divenne un sistema universale in un mondo che aveva sconfitto il paganesimo e ove quasi tutti i popoli europei erano cristiani, e rese universale ogni datazione, prima indicata in forma relativamente locale, come abbiamo accennato. Talvolta, nei documenti pubblici, compare anche la numerazione basata sulle Indizioni. Esso era un calcolo dell'anno di uso romano, legato al sistema d'affitto di terre del demanio, che durava 15 anni. Caduto l'Impero, fu utilizzato ancora come sistema di computo, togliendo 3 anni alla cifra di un anno (i cicli iniziarono nel 3 a. C.) e dividendo per 15.                                                    
 Ad esempio, il 1143 fu il sesto anno del ciclo 76, perché (1143 – 3) :15 = 76.

domenica 30 ottobre 2016

La devozione per i santi ad Afragola, tra passato e presente.

Madonna delle Grazie fra i Ss. Paolo, Antonio e Pietro.

Città di antico insediamento (Ruggero il Normanno permettendo o meno), Afragola ha sempre avuto una religiosità viva, talvolta eccessiva fino a trascendere nella superstizione. E’ stato in effetti il destino del Cristianesimo un po' ovunque nelle terre a sud di Roma: sostituire, spesso confondersi con i culti pagani locali, rinverdirli sotto altra forma, pur apportando quella novità eccezionale che è il messaggio evangelico al paganesimo preesistente. Abbiamo già detto, in un precedente articolo di un anno fa circa, della devozione mariana che gli afragolesi manifestano da tempo; e qualcosa di più esteso dirò nella seconda edizione del mio “Il caso Afragola”, in ristampa a partire da inizio 2017. Ma anche il culto dei santi, devozione, come quella dedicata a Maria, tipicamente cattolica, ha sempre avuto vasta accoglienza presso il nostro popolo, convinto nell’opera di mediazione dei santi tra l’umano e il divino. A questi uomini di eccezionali virtù gli afragolesi hanno affidato le loro suppliche, le loro pene, i loro ringraziamenti per una grazia ricevuta, e generazioni di famiglie sono state sempre devote a “determinati” santi, come dimostrano le dedicazioni degli altari di patronato nella chiese (ne parleremo in un prossimo articolo).

Le devozioni afragolesi.

Potrei citare Sant’Antonio da Padova, per esemplificare tutto, ma il Santo delle Tredici Grazie non è l’unico a cui gli afragolesi di rivolgano in momenti di difficoltà. Innanzitutto, bisogna dire, proprio a proposito di Sant’Antonio, che il suo culto fu rafforzato dai francescani insediatisi nel nostro territorio a partire dal 1631, ma non fu introdotto da loro: come testimonia il bellissimo e anonimo affresco della chiesa di San Marco in Sylvis, che mostra il Santo in una veste iconograficamente diversa da come lo conosciamo, egli era venerato dagli afragolesi già dall’inizio del XVI secolo (l’affresco è datato 21 agosto 1521, unica data certa del panorama afragolese prima dell’avvento di Angelo Mozzillo due secoli dopo). Nello stesso polittico vediamo ritratti anche San Pietro, che porta una spada o piccolo coltello, in memoria del noto episodio evangelico nel Getsemani, e San Paolo che porta una croce. Afragola è “affezionata” ai due santi: delle loro rappresentazioni erano presenti nelle nicchie della facciata della chiesa della Scafatella, che risale allo stesso periodo, più o meno, di San Marco; e un tondo di San Pietro era ospitato nell’oratorio della Confraternita dell’Immacolata, adiacente a Santa Maria d’Ajello. Non solo: secondo la leggenda, San Marco, che di Pietro fu discepolo e segretario, si fermò per primo presso la pietra che porta il suo nome. Sempre nell’antico tempio marciano, che presenta notevoli pitture della fine del periodo medievale, abbiamo anche una rappresentazione di Santo Stefano, ritratto con un rivolo di sangue che gli esce dalla fronte, a memoria del suo martirio (fu ucciso con la lapidazione). Santo Stefano non è un santo che viene rappresentato ovunque, nell’area a nord di Napoli e tanto più importante è quindi la presenza in questo tempio afragolese. I nostri avi ebbero poi speciale devozione per tre santi guerrieri, simboli della lotta armata contro il demonio: San Michele Arcangelo, San Giorgio, San Martino. I primi due hanno ancora chiese loro dedicate, il terzo la ebbe, anzi potrebbe essere stata la prima in assoluto costruita sul nostro territorio, ma fu distrutta definitivamente nel XVIII secolo- un ricordo di San Martino resta comunque in una tela e in una cappella dedicatagli, entrambe in San Giorgio. Tale devozione “bellica” non è un mistero: il territorio della futura Afragola fu, nell’Alto Medioevo (V- X secolo) al confine tra il mondo bizantino, che venerava San Giorgio, santo orientale, e quello longobardo, che faceva di San Michele, dopo la conversione al cattolicesimo, il suo santo patrono in tutti i conflitti con gli altri popoli. San Martino, uomo d’arme e poi vescovo francese, fu un culto quasi certamente introdotto nell’età normanna, dal XII secolo in poi. Dal XVI secolo, fu introdotto il culto di San Domenico, ad opera dei frati domenicani insediatisi nel 1581 nel rione San Giorgio, mentre l’insediamento dei frati sul territorio, a partire dal 1631, favorì la devozione all’Immacolata, favorita dai frati medesimi. Piu´complesse le vicende delláffezione a San Gennaro, di certo in conseguenza dell´influenza proveniente dalla Capitale, ma poco sentita al giorno d´oggi dagli afragolesi (vedi nota a fine articolo). San Giuseppe ha oggi una cappella dedicatagli fin dai tempi storici in Santa Maria d´Ajello e due statue, una nel tempio dei domenicani e l´altra nel Santuario dei Ss. Cuori. Il suo culto tradisce la devozione che i nostri padri hanno sempre sentito per la Sacra Famiglia e per le tradizioni patriarcali.


San Nicola di Bari
Santi “scomparsi”.

Non sempre una devozione è rimasta nel cuore degli afragolesi: il passare dei secoli ha spento il vivo sentimento religioso che portava a intitolare una chiesa, una cappella o una strada a un santo o a una santa in particolare. Le Sante Visite apostoliche degli arcivescovi di Napoli in città annotano chiese dirute e lasciate abbattere senza che le intitolazioni fossero riprese. Ad esempio, fino al Cinquecento è esistita nell’attuale Piazza Municipio una chiesa intitolata a S. Nicola da Bari. A inizio Seicento risulta già abbattuta senza che il santo avesse intitolata una nuova chiesa, anche se la sua devozione fu “trasferita” alla chiesa madre di Santa Maria d’Ajello, tanto da divenire il patrono della famiglia Corcione – una tela ritraente il santo è ancora custodita nella chiesa mariana.                                                   Meno “fortunato” è stato S. Tommaso: a lui era intitolata una cappella esistente presso l’attuale chiesa di San Domenico (conosciuta popolarmente come chiesa del Ss. Rosario), abbattuta già in epoca moderna: a tutt’oggi non esiste nessun luogo di culto dedicato al santo. La lista si allunga con S. Leonardo: ritratto in una nicchia nella strada a lui intitolata, oggi non ha né l’una e nè l’altra: la nicchia è scomparsa (già nel 1835 era segnalata come distrutta) e la strada è oggi nota come via Principe di Napoli. Stessa sorte per Santa Caterina: onorata di una strada a lei dedicata in un punto non meglio precisato fra la chiesa di S. Domenico e quella di S. Giorgio, certamente per la presenza di una nicchia che ne ospitava un’immagine, oggi non ha titolarità né di un luogo di culto né di una via. Dal Seicento viene introdotta la devozione per la Madonna del Carmine, in un modo “inusuale”. Ma di questo parleremo un’altra volta.


Note correlate

1. Per il culto dei tre santi guerrieri in Afragola, rinvio ai seguenti link: S. Michele (link), S. Giorgio (link), S. Martino (link).

2. Per il cuto di S. Gennaro: link.

3. Per il culto di San Nicola di Bari: link.

domenica 23 ottobre 2016

Afragola d´arte. San Marco in Sylvis - Navata e cappelle.

Affresco della Vergine con Bambino adorata dai Ss. Pietro, Paolo e Antonio. Ignoto, 1521.

Articoli correlati: Nota storica (link), Prospetto e campanile (link).


L’interno di San Marco si presenta a unica navata allungata e di forma rettangolare. La volta non esiste, e le capriate lignee che sostengono il tetto sono ben visibili. L’ambiente è intonacato di bianco e illuminato da piccole monofore, risalenti alal fabbrica medievale, e da finestroni moderni. La controfacciata presenta la balconata della Cantoria, il cui elemento precipuo è il tondo chiuso del piccolo rosone che un tempo illuminava la chiesa. La Santa Visita del cardinale Cantelmo, risalente al 1698 e che abbiamo usato spesso per la nostra rubrica, riporta che tutte e tre le antiche chiese di Afragola presentavano un rosone di piccole dimensioni, ma solo San Marco l’ha conservato, sia pure “tappato”. Su questa piccola particolarità, e sul perché il tondo sia fuori asse rispetto alla facciata, rinvio a questo articolo: link. Tornando a noi, la navata presenta archi in muratura che dovrebbero risalire ai restauri vandalici del 1868, regnante sulla parrocchia il discusso parroco don Giuseppe Scala (vedi questo link per sapere di cosa stiamo parlando, se non lo sai ancora).
I primi due archi a sinistra immettono in cappelle intercomunicanti. La prima, che era di patronato della famiglia De Iorio, mostra l’opera più preziosa della chiesa, e più antica di Afragola: l’affresco polittico della “Vergine delle Grazie con Bambino”. L’opera ritrae la Madonna con il Bambino nel registro superiore, e tre santi in quello inferiore, il santo centrale è Sant’Antonio di Padova, ed è da notare che questa è la più antica immagine del Santo esistente ad Afragola. La vivacità dei colori e lo sguardo della Vergine fanno pensare allo stesso autore ignoto dell’affresco originario della Madonna di Costantinopoli nella Scafatella, cappella che condivide con la chiesa dell’Evangelista la posizione ad est, eccentrica rispetto all’abitato. In basso a destra, abbiamo anche la data di completamento dell’opera: 31 agosto 1521. Questa è l’unica data certa per quanto riguarda tutta la produzione artistica afragolese in epoca prebarocca, prima dell’avvento di Angelo Mozzillo, vecchia “gloria” del nostro blog (clicca su questo link); per dare un’idea della vetustà dell’affresco, si pensi che nel 1521 Santa Maria era ancora a navata unica e San Giorgio aveva l’entrata ancora rivolta a est.
Fra il terzo e il quarto arco a sinistra vediamo un’altra apertura ad arco della chiesa, la quale all’esterno si presenta sormontata da un altro arco, un tempo ospitante un affresco della Vergine col Bambino. Questa particolarità architettonica stava a significare l’importanza dell’ingresso, detto dei Notabili, da dove accedevano i maggiorenti del rione. Il quinto arco presenta un calpestio più basso rispetto al pavimento, e porta a pensare che quello della fabbrica originaria fosse a una quota inferiore rispetto a oggi, come abbiamo già detto in un precedente articolo. Sul fondo, è stato rinvenuto nel 1987 un’antica nicchia con i resti, sfocatissimi, del “Monte Calvario”, risalente anch’essa al Cinquecento. 
Madonna con Bambino, ignoto, XVI secolo
A destra troviamo le altre due cappelle, molto più profonde rispetto a quella sinistra. Subito dopo il terzo ingresso della chiesa a sud, nel quarto arco si apre una vano decorato con stucchi barocchi nel Seicento, e dedicato a San Giovanni Evangelista, di cui è conservata un’effige. La cappella presenta un altare in muratura e una cupoletta semisferica senza tamburo e poggiante direttamente sul soffitto della cappella stessa. Nel pilastro fra quarto e quinto arco è visibile un affresco del XVI secolo raffigurante la Madonna con Bambino, ancora in buone condizioni di visibilità e con colori vivaci. Il quinto arco presenta l’ultima delle tre cappelle, molto più elaborata delle altre, e dedicata, come la prima, alla Vergine delle Grazie, di patronato della famiglia Alfieri. La parete sinistra presenta un trittico sbiadito che mostra la “Madonna con Bambino fra Santo Stefano e San Marco”, sormontate da una lunetta in cui sono visibili lacerti di affresco del “Creatore”. Faccio rilevare sopratutto l’immagine di santo Stefano Protomartire, con un rivolo di sangue che gli esce dalla fronte, a ricordo della sua morte per lapidazione, e rarissima rappresentazione del santo nell’area a nord di Napoli.
Il presbiterio è un vano rettangolare illuminato da un finestrone posteriore all’altare a mensa, di fattura recente e che custodisce una reliquia di San Luigi Orione. Dell’altare settecentesco non si ha più traccia. Un’immagine poco originale del Santo titolare chiude il presbiterio e la navata. Da qui arriviamo alla sagrestia, che occupa il piano basamentale del campanile. Nel piccolo vano è presente un’ edicola con un affresco raffigurante la “Vergine che regge il Cristo morto”.
(Continua).

giovedì 20 ottobre 2016

Afragola d´arte. San Marco in Sylvis - Prospetto e campanile.

Prospetto di San Marco in Sylvis, aprile 2016.


Articolo correlato: Nota storica (link).

Il tempio che oggi osserviamo è stato in gra parte trasformato dai restauri del 1868, che a detta di un parroco della fine del XIX secolo furono “un atto vandalico”. L’edificio originario era più piccolo e più basso rispetto all’attuale: presso il quinto arco sinistro sono state rinvenute tracce di calpestio che indicano un livello di camminamento inferiore di mezzo metro rispetto ad oggi. Fino a pochi decenni fa non esistevano neppure il cancello divisorio e le abitazioni che attorniano la chiesa, che si presentava solitaria in mezzo ai campi come la Scafatella odierna. La facciata è divisa in due livelli: quello inferiore presenta il portale, una volta ad arco, preceduto da una serie di gradini e “abbellito” da due statue di leoni, simbolo tradizionale dell’Evangelista Marco. Un tenue cornicione divide il livello basamentale da quello superiore, movimentato da un’edicola che presenta labili lacerti di un affresco un tempo ritraente la Madonna con Bambino tra gli angeli, di epoca ignota ma probabilmente risalente al XIX secolo. Nelle foto d’epoca la pittura era evidente anche se inscurita, mentre oggigiorno è visibile solo un’ala d’angelo e una macchia triangolare laddove era ritratta la Madonna. Un timpano triangola, sormontato da una croce, chiude il prospetto dalla forma a capanna, tipica dei templi rurali del Mezzogiorno continentale.

La visione dell’esterno è completata dal campanile (che ritengo personalmente  uno dei più belli di Afragola, secondo solo a quello di Santa Maria d’Ajello), che è comunemente datato intorno al XV secolo e costituisce l’unica prova concreta di datazione medievale della chiesa. Esso è a pianta quadrata e consta di tre livelli ristretti “ a cannocchiale”, cioè con monofore allungate e strette. La composizione è chiusa da una celletta ottogonale, ospitante le campane, e da una cuspide poligonale, sormontata da una croce. Il modello non è però originario, come hanno preteso recentemente alcuni studiosi: campanili della stessa fattura è possibile individuali un po' ovunque in campanile, dalla stessa Napoli a San Valentino Torio, nel Sarnese.
Delle croci di marmo e della nota Pietra di San Marco parleremo in altra sede: non è questo il momento.


(Continua).

mercoledì 12 ottobre 2016

martedì 4 ottobre 2016

Afragola d'arte. San Marco in Sylvis - Nota storica.

La chiesa di San Marco in una foto d'epoca.


La nostra rubrica riprende il via dopo tre settimane di pausa, doverose dopo i numerosi articoli finora realizzati sul patrimonio artistico di Afragola. Il nostro itinerario ci porta a lasciare momentaneamente il centro città, e a rinviare la trattazione delle chiese di San Domenico e del Santissimo Sacramento, per dedicarci a quella dedicata al Santo Evangelista. Posta a circa un chilometro e mezzo dall’abitato, la chiesa di San Marco è uno dei pochissimi edifici afragolesi rimasti quasi identici al loro aspetto originario nel corso degli ultimi due secoli. Oggi essa sorge in un quartiere in piena espansione edilizia, ma fino agli anni Sessanta del Novecento si ergeva solitaria in mezzo ai campi, vestigia di un lontano passato religioso e agricolo assieme.

Una Relazione ingarbugliata.

San Marco dovrebbe essere l’unica chiesa, delle tre più antiche, di cui conosciamo la data di fondazione: 10 aprile 1179. Il condizionale è d’obbligo e vediamo perché. La notizia ci arriva da un piccolo testo in rima imperfetta, denominato “Relatione historica della fondatione della chiesa di San Marco della Selvetella”, attribuito a Domenico De Stelleopardis, OP, frate afragolese vissuto tra XIV e XV secolo. Del testo originario, composto in latino1, non si ha più traccia, ma esso sarebbe stato realizzato nel 1390 e stampato tre volte: nel 1581, nel 1608 e nel 1682. Tutte queste notizie (l’attribuzione del testo al frate, la data di composizione e la triplice stampa dello stesso) le veniamo a sapere da una prefazione alla terza edizione del 1682, scritta da un non meglio specificato Giuseppe Bocrene. Una conferma dell’esistenza delle altre due edizioni, o almeno di quella cinqucentesca, ci arriva da una “Relazione della chiesa di San Marco della Selvetella” scritto tra il XVI e XVII secolo da un parroco di Afragola, don Leonardo Castaldo Tuccillo (m.1604) che cita l’operetta del 1581. Carlo Cerbone, che ha dedicato gran parte del suo primo libro su Afragola alla Relatione2, e che propende per la veridicità del testo, conclude che dunque le tre ristampe esistono, e che Bocrene, da lui identificato con l’arciprete e parroco di San Marco Giuseppe Cerbone, non ha inventato nulla3.

Troppo bello per essere vero. E difatti il testo del parroco complica le cose più che chiarirle, e la questione sulla veridicità o meno del poemetto non è ancora stabilita con certezza, come vorrebbe troppo frettolosamente Cerbone. Rimando alla 2a edizione del mio libro “Il caso Afragola” (gennaio 2017, vedi questo link) una trattazione più ampia della questione, ma intanto già qui possiamo affrontarla in maniera concisa. Innanzitutto, partiamo dall’opera stessa: dov’è finito l’originale? Perchè non se ne trova traccia neppure nei regesti dei Registri della Corte angioina, dove fra Domenico era il predicatore favorito del re? Perchè nessuno storico dell’Ordine domenicano cita quest’opera del frate? Come fa Bocrene a dare con tanta precisione la data del 1390 come quella in cui il poemetto è stato scritto? Ha visto, Bocrene, le prime due edizioni? Il parroco Tuccillo cita la prima come esistente, e siamo d’accordo, ma quella del 1608? Ecco che già inizia a cadere tutta la sicumera circa l’esistenza del testo originario, e di conseguenza delle notizie da esso riportate (e dunque anche della data di fondazione della chiesa). In storiografia, il metodo base per il confronto di una determinata notizia è quella della molteplice attestazione: se un fatto è riportato da più fonti, anche da diversa angolazione narrativa, si deve concludere che quel fatto si è svolto davvero nella realtà, è un episodio realmente accaduto. 
Nel caso della Relatione, lo storico serio altro più non vede che un racconto riportato in un unico testo della fine del Seicento, che pretende di raccontare fatti accaduti 500 anni prima, e che da una prefazione scritta da un individuo non meglio identificato è detta essere una ristampa, per precisione la terza, di un testo del 1390, senza che si riportino fonti o richiami ad altre opere. Converrete con me che tutto ciò è un po' troppo poco per essere sanzionato come vero. Ma ammettiamo, per un momento e solo per concessione, che il testo del 1390 sia davvero esistito, che l’abbia davvero scritto Stelleopardis, che le informazioni a noi giunte tramite l’edizione del 1682 (la sola che possediamo) siano tutte davvero state scritte dal frate. Quest’ultimo, a sua volta, da dove prese queste informazioni? Dove ricavò la data del 1179? In quale testo, afragolese o napoletano, lesse della visita di Sergio III, arcivescovo di Napoli, in Afragola per verificare che avvenissero davvero miracoli presso la costruenda chiesa? Allo stato attuale della ricerca, non possiamo rispondere. La distruzione degli Archivi angioini nel 1943, e la dispersione dei primi probabili registri della chiesa di San Marco sono pietre d’inciampo nel percorso della ricerca storica che forse non troveranno mai soluzione.

E dunque? A quando risale la chiesa di San Marco? Possiamo con certezza dire che risale al periodo angioino, quindi nel periodo 1265- 1404, e ciò spiegherebbe anche la sua tarda elevazione in parrocchia, che secondo la tradizione risale al 1356. Bisogna concludere perciò che prima del 1356, o almeno fino agli inizi del Trecento, San Marco non esisteva, e che dunque la data del 1179 è un falso storico. Ma perché bisognerebbe creare un falso storico, direte voi. Chi ci guadagna? Un motivo c’è, e ce lo dice lo stesso Bocrene nella sua prefazione. Ma qui ci dedichiamo all’arte, e non alla storiografia: se quindi volete approfondimenti, vi consiglio di attendere la 2a edizione de “Il caso Afragola”, tra pochi mesi. Intanto la rubrica per oggi chiude qui: la settimana prossima inizieremo a “fare sul serio” con la vetusta chiesa di San Marco.

Note:


1Così Catello Pasinetti in “Le due chiese di San Marco”, in Afragola Oggi, 1993.

2Carlo Cerbone, Afragola feudale. Per una storia degli insediamenti rurali nel napoletano, Frattamaggiore 2002.


3Carlo Cerbone, op. cit., pag. 48, nota 3.   

domenica 2 ottobre 2016

Angeliche pitture.

Guariento da Arpo, Schiera di angeli armati, Padova, XIV sec.

Oggi la Chiesa celebra gli Angeli custodi. Una carrellata di angeliche immagini è dunque l'ideale in questa domenica un pò troppo lunga. L'ultima immagine è poi quella di un vecchio amico del blog, scoprite da soli chi è :).


Luca Giordano, San Michele, Vienna, 1666 ca.

Guido Reni, San Michele schiaccia il diavolo, Roma, 1635


Josè Camaròn Bononat, San Gabriele, Valencia, XVIII sec.


Angelo Mozzillo, San Raffaele e San Tobia, Casoria, XVIII sec.