domenica 27 novembre 2016

Affare tenebroso, lettura luminosa.


Incontrai per la prima volta Honoré de Balzac (1799- 1850) nel mio cammino nel mondo della letteratura nel maggio 2004. Partecipai a un concorso letterario, per il quale bisognava spedire un proprio racconto a una commissione giudicatrice. Arrivai secondo, e alla premiazione che si tenne a Salerno (fu la mia prima volta anche nella città di Arechi) ricevetti “Papà Goriot”, uno dei più noti romanzi dello scrittore francese. Di quest’opera parleremo nelle prossime settimane, per adesso basti dire che da allora ammiro Balzac, amo Salerno e odio i concorsi letterari – un trittico meraviglioso di sentimenti.
La successiva opera dell’autore d’Oltralpe giunse nella mia biblioteca piuttosto tardi rispetto alla prima, e fu “Un tenebroso affare”, acquistato alla solita bancarella a Port’Alba a Napoli il 27 dicembre 2007. Fu una giornata particolare, quella, la ricordo benissimo anche senza avere sottomano il mio diario dell’epoca. In mattinata visitai il mio antico insegnante, il padre gesuita Pietro Michele Garofalo, nella sua casa in viale Sant’Ignazio di Loyola, ai Camaldoli; e dopo quell’incontro, carico di libri da lui donati, feci incetta di altri volumi in quel tempio della letteratura a basso costo che era Port’Alba a Napoli. In quel giorno molti amici entrarono a far parte della mia cerchia, e ritrovai anche Balzac. Fu un giorno unico, e irripetibile, sia perché Port’Alba è cambiata parecchio (ne ho scritto qualcosa qui: link) sia per la scomparsa di quella fiduciosa speranza giovanile nell’avvenire, che si ha sempre a 20 anni e che termina presto come stoppa al fuoco.
Ma torniamo a dopo dopo questa paura di rimembranza.
Un tenebroso affare”, dunque. Pubblicato nel 1841, è basato, per così dire, su una storia vera: il rapimento del senatore Clemente de Ris durante il periodo del Consolato di Napoleone Bonaparte (1801- 1804). Da questo fatto storico, Balzac realizza la trama dell’opera, che intreccia personaggi reali (Napoleone, Talleyrand, Fouché) a creature della sua fantasia (Laurence Cinq- Cygne, il fattore Michu, il curato di Gondrenville) e realizza una trama densa di azione, di memorabili parti dialogate e col classico colpo di scena finale. Lo scrittore di Tours imbastisce un romanzo che è stato definito “poliziesco” - il primo del suo genere, anticipando il Dupin di Edgar Allan Poe- ma che è un misto tra “noir” e avventura. Protagonista assoluto dell’opera è la Francia postrivoluzionaria, descritta meravigliosamente nelle sue valli e nei suoi campi agresti, per nulla turbati dal caos che regna a Parigi, dove il Direttorio è stato rovesciato e Napoleone si è incoronato imperatore dopo la breve parentesi del consolato. In uno scenario mutevolissimo, dove uomini dell’Antico Regime, come Talleyrand, sostengono Napoleone ma organizzano poi una congiura contro di lui quando si convincono che a Marengo sarà sconfitto – mai previsione fu più bocciata dagli eventi- viene ritratta la contessa Laurence, che dovrebbe essere l’eroina del romanzo. Più che eroina, è un impiastro di prim’ordine, l’unica nota stonata nell’opera. Laurence, che porta il nome di una sorella di Balzac morta anni prima, è dipinta algida e fredda come un uomo, che mostra poco la sua femminilità, che è in contatto coi cugini Simeneuse, nemici della Rivoluzione che li ha privati delle terre e dei genitori, e li fa rientrare segretamente in Francia. Sarà un suo gesto di sfida e di odio verso un ufficiale di polizia, Corentin, a provocare l’avvio di un meccanismo tortuoso e mortale per tutti. Adamantina come una roccia, Laurence si lascia trascinare nel suo odio verso Napoleone dando un fatale consiglio ai cugini, rimproverata dal curato di Gondrenville (“Dite sempre delle sublimi sciocchezze!”) e alla fine si umilierà allo stesso Corso, illusa di aver ottenuto i risultati sperati. Sarà un particolare dimenticato dal fattore Michu a dare un tono tragico alla vicenda: se solo si fosse ricordato che anche i poliziotti sapevano del nascondiglio del bosco….
La spiegazione finale di tutta l’opera sarà data nell’ultimo capitolo, anzi proprio nell’ultima pagina, per tenere desta fin all’ultimo l’attenzione del lettore.
Lettore che è stato esaltato dalla prosa balzachiana, e dalle stupende descrizioni dei tipi umani della società civile, un dono che Balzac aveva e che ritroveremo poi raramente in seguito nel mondo letterario francese.
Prendiamo questa descrizione di Malin, il senatore poi rapito: “E’, come Fouché, uno di quei personaggi che presentano tante facce diverse e tanto spessore sotto ogni faccia, che sono impenetrabili quando giocano e non sono capiti se non molto tempo dopo la conclusione della partita”. Se esistono i dipinti in letteratura, Balzac può benissimo essere considerato il Rembrandt della Francia letteraria ottocentesca.
Cos’era, del resto, la sua  Comedie Humaine , se non un affresco della natura umana?

Titolo precedente della rubrica: “Dracula, il principe della letteratura gotica - link

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