venerdì 18 novembre 2016

Cuore cattolico, stomaco luterano.



Non gli andava proprio giù, no. A Erasmo da Rotterdam (1466- 1536) non piaceva affatto l’usanza alimentare cattolica del venerdì, per la quale era proibito mangiare carne, non essendo lui amante di nessun tipo di pesce. Non riusciva a capire come una tale obbligo – oggi ripreso solo un venerdì all’anno, quello Santo, e neppure da tutti i cattolici – si fosse imposto nella Chiesa. E fu per questo che, nella sua Autoanalisi, scrisse con la solita ironia: “Il mio cuore è cattolico, ma il mio stomaco è luterano”.
Era un modo scherzoso di porre la questione fra Cattolicesimo e Protestantesimo, negli anni infuocati della rottura provocata da Martin Lutero. Nato a Rotterdam – ma forse più probabilmente nella vicina Gouda – come figlio di un prete e della sua governante, presumibilmente il 28 ottobre 1466, Erasmo entrò nell’ordine dei canonici agostiniani e divenne prete nel 1492. Ciò non gli impedì di iniziare già da giovane a criticare le regole monastiche, ormai fuori dal tempo, o il comportamento poco evangelico dei superiori. Lasciato il convento a inizio del Cinquecento, si diede ai vagabondaggi in Europa: studiò a Parigi, conseguì il dottorato a Torino e visse alternativamente tra Olanda, Francia, Inghilterra e Belgio, prima di stabilirsi a Basilea. Dal suo ritiro nella cittadina svizzera, rimasto sempre dichiaratamente fedele a Roma, Erasmo non mancava però di avvertire i Papi che una riforma andasse fatta, per eliminare il consenso alle critiche che sempre maggiori si levavano nelle terre tedesche contro il “papismo”. Rifiutò l’invito di Lutero ad aderire alla Riforma, e al tempo stesso non volle accettare incarichi in Curia da Papa Adriano VI (1521- 1522), olandese come lui e come lui desideroso di eliminare il malaffare insediatosi in San Pietro. Volle restare neutrale, convinto com’era che il suo compito fosse quello di fare da intermediario fra le due fazioni e aiutarle nella ricomposizione. La parte che più gli piaceva era quella di giudice delle idiozie umane, che aveva già raccolto e ridicolizzato nel suo noto “Elogio alla follia”, uno scritto satirico sull’irragionevolezza umana e sulle sciocchezze di cristiani, teologi ed ecclesiastici, redatto nel 1509 durante una visita a Londra dal suo amico Tommaso Moro.
Questa sua indipendenza non fu da tutti capita e non sempre gli fu positiva, ma lui la mantenne convinto com’era che la Riforma era solo uno dei tanti accidenti della Storia della Catholica e sarebbe rientrato presto, tanto più che già negli anni Trenta del Cinquecento iniziavano i primi ripensamenti da parte dei luterani della prima ora. Non seppe prevedere, Erasmo, a causa della sua superficialità nel trattare l’argomento – e, diciamocelo francamente, anche per il timore tutto umano di restare coinvolto in situazioni più grandi di lui in età tarda – che la Riforma stava già creando altre riforme più piccole, e che lo stesso Lutero ormai non aveva più il controllo della situazione.

Erasmo si spense il 12 luglio 1536, per tifo, forse pentendosi alla fine di non essere sceso in campo. Ma il profondo dissidio di quell’anima cattolica nell’intimo e luterana nella pratica non gliel’avrebbe mai permesso.

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