venerdì 30 dicembre 2016

Nuovo millennio, nuovo corso politico.

Enrico II fra due dignitari di corte


Morto Ottone III senza eredi diretti, i grandi feudatari tedeschi elessero come re di Germania un suo lontano parente, Enrico di Baviera. La scelta non fu dettata tanto da motivi dinastici, quanto dall'opportunità di scegliere un uomo che fosse gradito agli elettori. Essendo Enrico Duca di Baviera, fu necessario convincere della sua candidatura i Sassoni, ma fu eletto senza difficoltà il 6 giugno 1002 grazie al sostegno dell'alto clero, in particolare dell'arcivescovo di Magonza, Villigiso. Enrico, II di questo nome nella serie degli imperatori, concentrò la sua attenzione in gran parte sulla Germania. Ebbe come modello Ottone I, ma si distanziò dalla sua politica romana favorendo le gerarchie locali ecclesiastiche, appoggiando una riforma che doveva partire da lui e non dal Papato - in tal senso bisogna vedere la fondazione del vescovato di Bamberga, centro propulsore della riforma di stampo enriciano, e avverso inizialmente a quella di ispirazione cluniacense. I nobili laici, invece, gli furono contro: la maggior parte di essi erano "homini novi", feudatari che erano giunti a possedere territori più vasti delle comuni contee e recavano danni all'autorità imperiale, come al solito indebolita dal fatto di non possedere un esercito regolare. Non migliori le cose in politica estera: alle alterne vicende con la Borgogna, dove regnava suo zio Rodolfo III, all'amicizia con Stefano I d'Ungheria agli scontri con Boleslao di Polonia e Moravia, fino ai freddi rapporti di "buon vicinato" con Canuto il Grande, che confinava in Danimarca con l'Impero. E l’Italia?

LE GRANE ITALICHE

L' imperatore Enrico II, pur tutto concentrato negli affari tedeschi, dovette per forza di cose rivolgere la sua attenzione anche all'Italia, per interessi dinastici e per l'incoronazione imperiale, che poteva avvenire solo a Roma. Il Regno Italico, o quella parvenza che n'era rimasta dopo il periodo ottoniano, era dominato dalla figura di Arduino d'Ivrea. Costui, già in lotta contro i vescovi piemontesi come Leone di Vercelli e ricondotto a più miti consigli da Ottone II, approfittò della morte di Ottone III per riprendere le posizioni perdute, continuando le razzie ai danni delle chiese locali e dei diritti episcopali. Arnolfo di Milano, in una Dieta tenuta a Roncaglia, invitò Enrico a venirsi a prendere la corona del Regnum Italiae. Il re tedesco inviò il duca di Carinzia, convinto della poca forza di Arduino, il quale sorprendentemente sconfisse il duca a Campo di Fabbrica nel 1003. Nella primavera del 1004 Enrico stesso si presentò a Pavia e a maggio fu incoronato re d'Italia, ma in mezzo a segni d'insofferenza da parte dei cittadini, che lo sentivano come straniero. A questo punto bisogna dire che la figura di Arduino è stata troppo mitizzata nel corso dei secoli a lui posteriori: se n'è fatto un eroe prerisorgimentale contro il dominio straniero sull'Italia, quando in realtà nella sua azione non c'era nessuna idealità superiore e egli agiva solo per proprio interesse, senza richiamarsi a motivi "nazionali". Enrico ripartì per la Germania e così Arduino si ripresentò a Pavia, giubilato dalla popolazione non in quanto "Italico" ma in odio all'Impero come istituzione. Quando Enrico tornò a sud delle Alpi 10 anni dopo, Arduino tentò di accordarsi con lui (altro che "riscossa nazionale") e solo i rovesci militari tedeschi lo resero padrone del campo e libero di commettere razzie, fino al suo ritiro nel 1015 nell'abbazia di Fruttuaria per motivi sconosciuti (malattia? sfiducia nel suo dominio? crisi religiosa?). Intanto Enrico aveva già da tempo rivolto la sua attenzione a Roma.

UNA SEDE TRABALLANTE.

A Roma la situazione era magmatica e confusa. Morto Ottone III, la città cadde in mano a Giovanni Crescenzio III, un esponente della famiglia Crescenzi che vantava legami parentali coi Teofilatti, la famiglia che aveva dominato Roma per 70 anni tra i secoli IX e X . Crescenzio III dominò l'Urbe evitando di mettersi in contrasto con le forze esterne ad essa (Impero a nord, greci a sud) e dominando indirettamente le elezioni papali. A Silvestro II, morto nel maggio 1003, era succeduto il 16 dello stesso mese Giovanni XVI, che però resse per appena 6 mesi la Sede petrina, e di cui conosciamo appena le date di elezione e morte. Gli successe un altro Giovanni, XVII di questo nome, che regnò 6 anni e diede nuovo impulso all'evangelizzazione degli Slavi, iniziata da Gregorio V un decennio prima. Morto Giovanni, la Sede petrina ebbe un nuovo Papa (il quarto in meno di un decennio), Sergio IV. Anche di questo Pontefice conosciamo poco: alleviò le sofferenze dei romani durante una carestia e fece erigere un'epigrafe sulla tomba di Silvestro II. Morì il 12 maggio 1012, quasi in contemporanea con l'enigmatico Crescenzio III, che così non potè dominare la successiva elezione papale. E fu un bene, perché la Sede di Pietro stava per essere presa da uno dei più energici successori dell'Apostolo: Benedetto VIII.


UN PAPA ENERGICO NELLA ROMA TUSCOLANA.

La morte di Giovanni Crescenzi III permise al clero di Roma di eleggere un proprio candidato al Soglio, proveniente dalla famiglia dei Conti di Tuscolo, che vantava anch'essa legami coi Teofilatti di un secolo prima. Il primo Papa di casa tuscolana fu Teofilatto, che assunse il nome di Benedetto VIII e che giunse al papato direttamente dallo stato laicale nel 1012. 
Benedetto VIII
Si rivelò subito energico e privo di scrupoli, doti non negative ma anzi necessarie in quel contesto violento, e impose da subito un programma riformatore che anticipò di decenni il movimento gregoriano. Si intese subito con Enrico II e lo incoronò imperatore il 14 febbraio 1014, accontentando il sovrano che aspettava da un decennio la corona, in cambio dell'assunzione del ruolo di "advocatus ecclesiae" da parte del tedesco. Prima del 1020 fu Benedetto ad andare in Germania, per chiedere l'aiuto enriciano per una spedizione contro i Greci nell'Italia meridionale. La spedizione non ebbe un buon successo, ma portò Enrico a conoscere anche il mondo bizantino. Poco dopo, Papa e imperatore tennero una Dieta a Pavia per discutere della riforma ecclesiastica. E' curioso notare come Enrico fosse preoccupato di richiamare il clero all'osservanza dei suoi doveri morali, mentre Il Papa fosse più interessato ai danni derivanti dalla dispersione dei beni delle chiese. I fatti successivi, con la lotta alle investiture, diedero ragione a Benedetto più che a Enrico, che pure ebbe difficoltà nell'introdurre i precetti riformatori in Germania. Ma il loro tempo era finito: nel 1024 morirono entrambi, Papa e imperatore, a poca distanza l’uno dall’altro.
Nuovi paradigmi politici si stagliavano già all’orizzonte.

sabato 24 dicembre 2016

Davide Maiello e la magia del Natale.

Davide Maiello in una foto d'autore

Per leggere la prima intervista di Davide, segui questo LINK.


E’ passato un anno e mezzo da quando il giovane talento afragolese Davide Maiello (4 agosto 1999), appassionato di musica e di violino, mi concesse l’onore della sua prima intervista. Fu un incontro interessantissimo, che aprì anche a me nuovi orizzonti, ed è per questo che ho chiesto e ottenuto un nuovo incontro, dopo 18 mesi, per fare il punto delle esperienze da lui vissute.

Davide, innanzitutto una presentazione per i lettori del blog, sia quelli vecchi che già lessero la prima intervista sia quelli nuovi.


Sono Davide Maiello, nato a Napoli nel 1999, ho intrapreso un percorso musicale intorno agli 8 anni insieme a mio fratello Antonio, prima per competizione poi come passione. Ho intrapreso i miei studi col maestro Leopoldo Fontanarosa di Torre Del Greco, per poi proseguirli col maestro Antonio Colica del Conservatorio di San Pietro a Majella. Ho avuto numerose esperienze in ambito musicale: localmente inizialmente grazie a Enzo Gambardella ed Enzo Campagnoli, con lo stesso maestro Fontanarosa suonando in convegni universitari, e una bella esperienza fu all’Osservatorio Vesuviano l’anno scorso, un tributo al compositore rivitalizzando le sue opere antiche. Ho avuto esperienze nella basiliche più importanti di Napoli, come a San Domenico Maggiore, cosa che mi ha fatto scoprire Napoli. A scuola, al liceo scientifico “Filippo Brunelleschi” di Afragola (diretto dalla mia ex insegnate di italiano e latino, prof Adele Vitale, ndr) sono stato coinvolto grazie alla prof Rosa Fortunato in numerose iniziative nel Giardino Didattico, riprendendo le attività che vorremmo che i ragazzi oggi seguissero. Il giovane d’oggi ormai ha una vita seguita da una colonna sonora continua, e questa è la cosa più bella del mondo. Nel 98% dei casi, oggi per strada vediamo un ragazzo con le cuffiette alle orecchie. Non c’è più un momento per la musica: ci alziamo e ci addormentiamo con la musica, la musica è poesia, usa un linguaggio universale che non ha bisogno di essere tradotto.

Darwin diceva in fondo che la musica è innata nell’uomo.

Sì. Pensiamo al neonato: il pianto di un bambino è il suo primo atto sonoro, quello con cui viene al mondo, anche quella è musica, anche lui, appena nato, manifesta la musica nell’unico modo in cui può farlo, è uno dei suoi primi bisogni.

In questi 18 mesi, quali altre esperienze hai maturato?

Ho avuto altre esperienze col maestro Tommaso Travaglino, presentando il suo libro in giro per l’Italia: Campobasso, Rimini, Bologna, il prossimo 27 gennaio saremo a Messina e a Palermo, bellissime esperienze. E continuo a suonare ogni domenica sera nella Basilica di Sant’Antonio ad Afragola, con la guida del maestro Pasquale Castaldo.

Sei un talento afragolese di una città che di talenti ne ha molti, ma, ahimè, nascosti. Tra poco dovrebbe aprirsi la stazione Tav che collegherà laq città alle grandi città italiane e europee. Secondo te quali opportunità può dare questo nuovo collegamento?

Collegarsi alle grandi metropoli d’Italia può fra aprire Afragola che è chiusa nella propria cultura, un’ apertura mentale, e queste influenze con altri popoli non possono portare altro che positività.

Come la vedi Afragola da adolescente?

Afragola, come Napoli, è nascosta, ha dei luoghi nascosti. Il sabato sera possiamo vedere anche dell’arte. Nella zona del Parco S., Antonio a volte vedo i ragazzi che affrontano sfide di free style, di stile molto americano, ci sono posti su cui puntare, ma i giovani sono delusi, non hanno quell’immaginazione che può spingerli oltre, non coltivano la passione, non crescono., Questo è il problema: vedere tanti ragazzi stare in quell’ozio costante è terribile, perché è anche Afragola che non li spinge ad attivarsi.

Davide Maiello

Come vive il Natale Davide Maiello?

Si è imposto, categorizzato che a Natale ci siano determinate emozioni, determinati sentimenti. Il Natale deve essere vissuto con un’interpretazione propria, ma che porta comunque un’atmosfera calda. E’ un periodo meraviglioso, che vivo con grande serenità, mi piace tanto l’aria natalizia, il sentimento di rinascita di questa stagione. Vivo il Natale come un periodo felice, un periodo di collettività, anche se è diventato un periodo materialista, in cui alcuni perdono di vista i valori veri, che influenzano ancor oggi la cultura umana. Magari è il periodo in cui c’è più altruismo, una stagione in cui si cerca di portare la felicità a se stessi e al prossimo.

Nell’altra intervista accennasti al rapporto col tuo primo fratello. Parlaci del rapporto con Antonio.

Io e mio fratello abbiamo sempre avuto un rapporto di amore-odio, ma ci siamo sempre sentiti stretti, legati. E’ stato l’esempio a cui ho potuto più accedere, perché ho avuto spunti da lui: lui faceva karate, e io andai karate, lui iniziò violino e lo iniziai anche io, idem l’arbitraggio….C’è sempre stato questo rapporto di ispirazione, di reciproco rispetto, di reciproco amore, di reciproco aiuto. Se io faccio qualche errore, lui mi rimprovera severamente, e quindi mi ha cresciuto come un vero fratello maggiore. Talvolta capita qualche litigio perché siamo entrambi delle teste “dure”, ma raramente, perché ci vogliamo un gran bene. E’ un modello per me, ma non lo voglio dire sennò si monta...(risate).

Solo in una cosa mi pare non ti abbia ispirato: lui segue Giurisprudenza, mentre tu mi dicesti che vorresti intraprendere Medicina…

Sì, fin da piccolo ho sognato fare il medico, ispirandomi anche a mio padre che era responsabile della Croce Rossa Italiana. Vedere il sorriso sul viso delle persone in difficoltà mi ha sempre emozionato, e credo che fare il medico, aiutare gli altri, sia la cosa più giusta per me.

L’altra volta chiudemmo con una tua bella frase, “Suonare è poesia”. In futuro, come si evolverà questa tua passione, se rimarrà tale, o evolverà.

Per me la musica è la voce dell’anima. Ho scoperto qualcosa che mi ha davvero commosso e mosso dentro. Mi capita ancora oggi di emozionarmi ascoltando un brano musicale, e perciò non riesco a capire quei musicisti che suonano con freddezza. Credo che chi intraprende un’arte deve farlo col cuore, ho sempre cercato di emozionarmi ed emozionare, perché se l’emozione non parte da me non può arrivare agli altri. Per me la musica è poesia e rimarrà tale per sempre, la musica smuove sentimenti che con le parole non è possibile fare. Il mio percorso musicale continuerà comunque, anche se dovrò dare il giusto spazio alla musica e all’ambito lavorativo. Voglio restare in Italia, perché voglio provare che non serve la fuga dei cervelli, dobbiamo essere grandi e non dobbiamo esportare questa grandezza fuori dal nostro Paese.

Grazie, Davide, ci risentiamo, magari fra un anno. 
Buon Natale a te e ai lettori del blog.

domenica 18 dicembre 2016

Afragola d'arte. San Domenico - Nota storica e prospetto.


Chiesa di San Domenico o del ss. Rosario

Avvertenza: l’avvicinarsi della pubblicazione della 2a edizione de “Il caso Afragola” mi rende necessariamente più sintetico nelle note storiche di questa rubrica, essendo che esse costituiscono il nucleo del volume di prossima uscita. Ho già spiegato il perché di tale scelta editoriale nei mesi scorsi, ma preferisco ribadirla affinché chi la ignori non accusi poi un abbassamento della qualità dei miei articoli.

Dopo aver trattato le tre storiche sedi parrocchiali, la nostra rubrica riprende fiato e si ferma idealmente presso la seicentesca chiesa di San Domenico o del Santissimo Rosario, nel cuore del quartiere omonimo posto fra Santa Maria e San Giorgio. Il tempio e l’adiacente ex convento furono fondati nel 1602 dai padri dell’Ordine Domenicano, insediatisi ad Afragola fin dal 1575. I predicatori furono inizialmente ospitati presso al chiesa di San Giorgio, in una casa di proprietà della stessa parrocchia, ma poi chiesero e ottennero l’autorizzazione di realizzare una propria struttura al centro del casale di Afragola. Nel 1603 furono completati i lavori della chiesa, mentre il convento, con annessa scuola di Metafisica, fu completato nel decennio successivo, con ampi rimaneggiamenti lungo tutto il XVII secolo. La scuola ospitava sia seminaristi sia giovani del casale, per i quali l’amministrazione si impegnava a versare 20 ducati per la loro istruzione. Il convento afragolese era uno dei principali della Provincia domenicana della Campania, e aveva rendite provenienti sia dai beni di patronato sia da terre possedute in Terra di Lavoro. Nel 1809 fu chiuso per disposizione del regime filonapoleonico instauratosi a Napoli, e i padri furono dispersi per le diocesi campane. Rimasero però due ecclesiastici a custodia della chiesa. Con la Restaurazione, i Domenicani abbandonarono definitivamente la città dopo un tentativo di ricostituzione della comunità, e l’ex convento e la chiesa passarono di proprietà alla municipalità. La chiesa divenne comunale, per poi essere chiusa, mentre il convento fu adibito a carcere cittadino. Per buona parte dell’Ottocento la situazione rimase inalterata, fino al 1899, quando la struttura passò all’Arcidiocesi. Fu quindi costituita una collegiata di sacerdoti nei locali dell’ex convento, e la vita della stessa comunità non fu sempre avulsa da conflitti e lotte per il potere. Nel 1927 la chiesa divenne sede parrocchiale, e tale rimase fino alla riorganizzazione diocesana degli anni Ottanta, quando fu soppressa. Il sisma del 1980 apportò notevoli danni alla struttura, che fu chiusa per diversi anni. Dal 1999 il tempio fu riaperto, a cura dei padri missionari francesi che tuttora svolgono la loro attività nell’antica struttura domenicana.

Il prospetto che il tempio offre al fedele affaccia su una piazza scarna e ancora incompleta nel suo arredo urbano. Un’ elegante cancellata racchiude la gradinata che porta al portale d’ingresso. Questo è racchiuso da lesene piatte e da un piccolo cornicione aggettante che lo separa dalla finestra ad arco, chiusa da vetrate che recano il simbolo della Sacra Ostia. Portale e finestra sono racchiusi da una cornice formata da semicolonne di stile ionico e da un timpano, rifacimenti di fine Ottocento. Al di sotto del timpano leggiamo il cartiglio con la dedicazione della chiesa alla Madonna del Rosario:

VIRGINI A SACRATISSIMO ROSARIO INSIGNE CANONICORUM COLLEGIUM


Adiacente alla facciata e senza soluzione di continuità con questa è il piccolo campanile, con due campane. Il prospetto si presenta semplice e in condizioni degradate, segno della scarsa cura data alla ricostruzione post terremoto.

mercoledì 7 dicembre 2016

Democrazia apocalittica.




Articolo pubblicato su "Kairos" n. 5 del 3 dicembre 2016

Ho già preparato tutto. Ho messo da parte centinaia di chili di alimenti surgelati, ho raccattato quanto più denaro possibile nelle più diverse valute dei più diversi Paesi, ho rinforzato quanto più potevo le pareti del mio bunker sotterraneo delle campagne di Afragola, ho dato abbracci commossi ai miei più cari amici che hanno scelto altre vie di salvezza. Sono dunque pronto. All’Apocalisse referendaria, ovviamente.
In queste settimane più che di un referendum costituzionale si è parlato della fine dell’Italia, dell’Europa e va da sé del mondo il giorno dopo il referendum stesso. Il popolo, i politici, la gente comune, perfino i vescovi e i preti si sono divisi nelle due tifoserie del sì e del NO, nel solito tifo da stadio di ogni tornata elettorale italiana. Però questa volta i toni sono stati totalitari, biblici, apologetici, escatologici. I partigiani del sì hanno promesso la Terra Promessa, un nuovo Ordine (mondiale?), una nuova Alleanza fra Governo e Popolo, e più terra terra un risparmio per le casse pubbliche che è tutto da verificare. I sostenitori del NO hanno gridato che siamo già in Israele, ma niente funziona perché sono i farisei del sì che non vogliono che qualcosa funzioni, che la Costituzione, la nostra Bibbia, funziona perfettamente e non ha bisogno né di modifiche né di esegesi alcuna.
Entrambi gli schieramenti hanno promesso che, se vincono gli avversari, arriverà la fine del mondo, hanno solo diversificato le modalità di estinzione dell’italica razza. Se vince il NO, quelli del sì dichiarano che il governo illuminato cadrà e farà buio su tutta la Terra (e non si capisce perché anche austriaci e cileni debbano essere condannati al nostro stesso destino), la Borsa crollerà, le banche perderanno milioni di dollari/euro/yen (ma non lo fanno già oggi, tipo Monte dei Paschi?), l’equilibrio europeo si spezzerà , lo spread s’innalzerà (insieme al livello del mare, che salirà di botto di due metri ovunque), arriveranno terremoti che manco in Irpinia nel 1980 e via di seguito. Se vince il sì, i sostenitori del NO annunciano che saremo nelle mani dei potentati lobbistici stranieri, che aumenterà la povertà ovunque, che milioni di italiani lasceranno l’Italia per un destino ignoto (ma non succede già adesso?), che torneranno i Savoia (e questo sì che sarebbe apocalittico), che prevarranno le Porte dell’Inferno, vale a dire che con il giochino della nomina dei sindaci al Senato ci terremo per vent’anni personaggi politici sullo stomaco.
L’Apocalisse, dunque, al netto delle trombe degli angeli sterminatori per chi non ha fede religiosa. Forse solo nelle Politiche del 1948 si arrivò a un tale stato di ansia, di scontro frontale, di accuse di annientamento della specie umana se avesse vinto il fronte avversario.
Ora, al netto dell’ironia, bisogna guardare alla realtà: la Costituzione ha bisogno di modifiche perché sono 70 anni che ha solo limature e non cambiamenti organici, e il mondo va più veloce della luce. Ma essa non ha bisogno di QUESTE modifiche, che neppure stavolta ci faranno votare da soli e senza intermediari il Presidente della Repubblica, che in caso di approvazione sarà eletto da una Camera dominata da un solo partito e da un Senato che funzionerà meno senza per questo costare anche di meno.
I sostenitori del sì parlano del “treno che arriva una sola volta nella vita”, dimenticando che è già la seconda volta in 10 anni che votiamo sulle modifiche alla Costituzione; e non riuscendo a farci capire perché chi vota NO è un troglodita uscito dalla caverne mentre chi vota sì è un progressista che punta al futuro, quando il capo stesso della riforma appartiene al partito più antico presente oggi in Parlamento.
Le urne diranno chi ha convinto di più. Intanto, se pure non vi sarà nessuna Apocalisse (in Austria e in Cile ringraziano) pure mi rinchiuderò nel mio bunker da domenica sera, ché sentire i commenti post-voto dei politici è pur sempre una tortura da risparmiarsi.

domenica 4 dicembre 2016

"Il parroco ha pigliato a calci il povero sagrestano..."

Chiesa matrice di Santa Maria d'Ajello, XII - XVIII secolo, Afragola.


Non lasciò indifferente le cronache dell’epoca. Vuoi per il suo carattere sanguigno, vuoi per le chiacchiere sul suo conto da parte di parrocchiani anch’essi non proprio di specchiata moralità, vuoi perché all’epoca non poteva andare diversamente. Certo è che il parroco Romualdo Pelella, a capo di Santa Maria d’Ajello dal 1885 fino alla morte, fu uno dei sacerdoti più discussi dell’Afragola di fine Ottocento. Prima di lui, agli “onori” delle cronache paesane, c’era stato il parroco di San Marco, don Giuseppe Scala, di cui mi occupai un anno e mezzo fa (vedi link in fine articolo).
Sul Pelella disponiamo di alcune preziose fonti pubblicate in un testo del 1996 di Carlo Cicala, “La collegiata del Ss. Rosario”. In questa sede noi analizzeremo le fonti più credibili: una relazione del vicario foraneo e una lettera di un gruppo di afragolesi.

Avaro, vendicativo, manesco…

Il ritratto in negativo del parroco Pelella fu stilato in un rapporto redatto dal vicario foraneo, Michele Sibilio, inviato alla Curia arcivescovile di Napoli il 7 dicembre 1900. In questa relazione, che raccoglieva le indagini portate avanti dal vicario stesso sul discusso sacerdote, emergevano tutte le rimostranze della popolazione e del clero afragolese contro Pelella. In questa fase le trascriverò così come appaiono nel testo del Cicala, per poi dare alcune inferenze storiche sotto la mia unica responsabilità.

Il vicario parte nella sua disamina dalla critiche alla pastorale del parroco, che ai suoi occhi sono peggiori di quelle che seguono dopo, circa la sua condotta morale.
Al capo 1 della relazione, Sibilio scrive che Pelella “non fa mai l’omelia al popolo né nelle domeniche, né in altre feste dell’anno. Solo nelle ore vespertine di alcune domeniche dell’anno spiega il Vangelo dalla cattedra” (1).
Al capo 2, è scritto che il parroco “chiamato per assistenza o per confessione degli infermi, se è in casa sua fa dire che non c’è; se è in Parrocchia, con vari pretesti si nega. Nella messa dei giorni feriali non vuole mai fare la Comunione ai fedeli, e vieta al sagrestano di richiederlo”.
Al capo 3 iniziano ad emergere le sue colpe morali, sempre a detta del vicario: “E’ oltremodo dominato dall’avarizia e dall’interesse, onde avviene che persone specialmente povere, dopo sposate civilmente, vivano in concubinato, perché questo Parroco si nega di benedire le loro nozze, se prima non ha esatto i suoi diritti” (2).
Al capo 5: “Ha introdotto uno scisma tra i sacerdoti beneficiati e non beneficiati nella sua Parrocchia, mentre nelle altre parrocchie vi è un perfetto accordo” (3).
Al capo 8 : "Da ultimo con il suo fare presuntuoso, caparbio, vendicativo, si è reso detestabile a tutto, al Clero e al popolo”.

Nota 1: Il cardinale Sisto Riario Sforza (1845- 1877) nel suo episcopato si era molto impegnato per l’adeguata preparazione del clero diocesano, in un ‘epoca in cui positivismo e persecuzione liberale antiecclesiastica mettevano in discusso il primato morale della Chiesa. Quindi, agli occhi della Curia napoletana che ancora risentiva degli insegnamenti sforzeschi, il non predicare il Vangelo e il non assistere i moribondi era la colpa più grave di un sacerdote con responsabilità parrocchiali.

Nota 2: il matrimonio civile era stato introdotto nell’ordinamento unitario già da quasi 30 anni. I parroci cercavano di impedire il matrimonio civile, considerandolo un’offesa a Dio, non riconoscendo ancora la Chiesa cattolica il Regno sabaudo. Nella prassi, però, si era addivenuti a una tacita accettazione della situazione di fatto, e se i parroci non potevano impedire il matrimonio in Comune, almeno riuscivano ad ottenere che si svolgesse anche quello in chiesa. Il parroco Pelella, da questa testimonianza, lungi dall’apparire un moralista, ci appare contrario ai matrimoni civili solo perché così non può esigere i diritti, cioè i guadagni spettanti dalla cerimonia religiosa.
Nota 3: la critica si riferisce ai benefici che alcuni sacerdoti ricevevano in quanto facenti parte della collegiata del Ss. Rosario, e che volevano comunque celebrare anche nella parrocchia di Santa Maria d’Ajello. In questo caso, però, allo stato attuale delle fonti, sembra che avesse più ragione Pelella che i suoi avversari, come vedremo in un prossimo articolo.

Una lettera degli afragolesi.

Cicala riporta anche una lettera che un gruppo non meglio specificato di afragolesi spedì direttamente all’indirizzo dell’Arcivescovo, enumerando le critiche al Pelella e i suoi comportamenti ben poco evangelici nei confronti dei figliani. Di essa riporto l’inizio e la parte centrale:



Come s’è Ella fidata di mantenere fino ad ora il parroco di Santa Maria d’Ajello al posto di parroco, e non l’ha tolto non lo possiamo intendere, ohimè! (…). Non fa un millesimo di elemosina, se si presenta a lui qualche infelice per strada, chiedendogli qualche cosa, sordo non sente, e se quel poverello spinto dalla fame gli ripete due o tre volte di volere qualcosa, alza il bastone e lo caccia, senza pietade, come si cacciano i cani (…).
Se poi si tratta di spendere e comprare bazzecole, non bada al denaro(…). E’ un superbo fuori limiti, se alcuno poco istruito in quanto volle fedi da farsi per contrarre le nozze, si presenta a lui a dimandare di essere istruito, o poco ha capito, immantinente si alza sbuffando d’ira, dicendo: << Quando si ha a che fare con le bestie, cogli animali, che c’è da rispondere...vedete come si possa fare il parroco...è una morte...non si può tirare avanti...è un continuo mentire...sacrestano, sacrestano>>, chiama, dicendo: <<cacciate quest’imbecille animale fuori,buttatelo giù, nol me lo fate vedere>>. E se il sacrestano non è lesto con le buone maniere a metterlo fuori, dopo uscito quel povero malcapitato, dalla chiesa si sente nella sacrestia rumore, fracasso, grida; ch’è il parroco ha pigliato a calci e pugni il povero sacrestano.

Un sacerdote alquanto irascibile, quindi, il nostro Romualdo Pelella, ultimo parroco dell’Ottocento e primo del Novecento a Santa Maria d’Ajello. Le critiche si riferiscono ai primi 15 dei suoi 40 anni di parrocato, ma è probabile che con l’avanzare dell’età (era nato nel 1846) il suo carattere non sia cambiato in meglio. Sibilio,nella sua relazione, fa capire che l’ira di pelella contro tutti sia dovuta alla sua mancata nomina ad Arciprete, nomina che arrivò nel 1902, al momento non sappiamo se con soddisfazione, oltre che dell’energico parroco, anche della parrocchia. C’è una questione in cui, però, Pelella aveva ragione e i suoi critici abbastanza torto. Ma di questo parleremo un’altra volta.



Articolo correlato: “Un parroco a luci rosse nell’Afragola ottocentesca”, vedi LINK.