domenica 4 dicembre 2016

"Il parroco ha pigliato a calci il povero sagrestano..."

Chiesa matrice di Santa Maria d'Ajello, XII - XVIII secolo, Afragola.


Non lasciò indifferente le cronache dell’epoca. Vuoi per il suo carattere sanguigno, vuoi per le chiacchiere sul suo conto da parte di parrocchiani anch’essi non proprio di specchiata moralità, vuoi perché all’epoca non poteva andare diversamente. Certo è che il parroco Romualdo Pelella, a capo di Santa Maria d’Ajello dal 1885 fino alla morte, fu uno dei sacerdoti più discussi dell’Afragola di fine Ottocento. Prima di lui, agli “onori” delle cronache paesane, c’era stato il parroco di San Marco, don Giuseppe Scala, di cui mi occupai un anno e mezzo fa (vedi link in fine articolo).
Sul Pelella disponiamo di alcune preziose fonti pubblicate in un testo del 1996 di Carlo Cicala, “La collegiata del Ss. Rosario”. In questa sede noi analizzeremo le fonti più credibili: una relazione del vicario foraneo e una lettera di un gruppo di afragolesi.

Avaro, vendicativo, manesco…

Il ritratto in negativo del parroco Pelella fu stilato in un rapporto redatto dal vicario foraneo, Michele Sibilio, inviato alla Curia arcivescovile di Napoli il 7 dicembre 1900. In questa relazione, che raccoglieva le indagini portate avanti dal vicario stesso sul discusso sacerdote, emergevano tutte le rimostranze della popolazione e del clero afragolese contro Pelella. In questa fase le trascriverò così come appaiono nel testo del Cicala, per poi dare alcune inferenze storiche sotto la mia unica responsabilità.

Il vicario parte nella sua disamina dalla critiche alla pastorale del parroco, che ai suoi occhi sono peggiori di quelle che seguono dopo, circa la sua condotta morale.
Al capo 1 della relazione, Sibilio scrive che Pelella “non fa mai l’omelia al popolo né nelle domeniche, né in altre feste dell’anno. Solo nelle ore vespertine di alcune domeniche dell’anno spiega il Vangelo dalla cattedra” (1).
Al capo 2, è scritto che il parroco “chiamato per assistenza o per confessione degli infermi, se è in casa sua fa dire che non c’è; se è in Parrocchia, con vari pretesti si nega. Nella messa dei giorni feriali non vuole mai fare la Comunione ai fedeli, e vieta al sagrestano di richiederlo”.
Al capo 3 iniziano ad emergere le sue colpe morali, sempre a detta del vicario: “E’ oltremodo dominato dall’avarizia e dall’interesse, onde avviene che persone specialmente povere, dopo sposate civilmente, vivano in concubinato, perché questo Parroco si nega di benedire le loro nozze, se prima non ha esatto i suoi diritti” (2).
Al capo 5: “Ha introdotto uno scisma tra i sacerdoti beneficiati e non beneficiati nella sua Parrocchia, mentre nelle altre parrocchie vi è un perfetto accordo” (3).
Al capo 8 : "Da ultimo con il suo fare presuntuoso, caparbio, vendicativo, si è reso detestabile a tutto, al Clero e al popolo”.

Nota 1: Il cardinale Sisto Riario Sforza (1845- 1877) nel suo episcopato si era molto impegnato per l’adeguata preparazione del clero diocesano, in un ‘epoca in cui positivismo e persecuzione liberale antiecclesiastica mettevano in discusso il primato morale della Chiesa. Quindi, agli occhi della Curia napoletana che ancora risentiva degli insegnamenti sforzeschi, il non predicare il Vangelo e il non assistere i moribondi era la colpa più grave di un sacerdote con responsabilità parrocchiali.

Nota 2: il matrimonio civile era stato introdotto nell’ordinamento unitario già da quasi 30 anni. I parroci cercavano di impedire il matrimonio civile, considerandolo un’offesa a Dio, non riconoscendo ancora la Chiesa cattolica il Regno sabaudo. Nella prassi, però, si era addivenuti a una tacita accettazione della situazione di fatto, e se i parroci non potevano impedire il matrimonio in Comune, almeno riuscivano ad ottenere che si svolgesse anche quello in chiesa. Il parroco Pelella, da questa testimonianza, lungi dall’apparire un moralista, ci appare contrario ai matrimoni civili solo perché così non può esigere i diritti, cioè i guadagni spettanti dalla cerimonia religiosa.
Nota 3: la critica si riferisce ai benefici che alcuni sacerdoti ricevevano in quanto facenti parte della collegiata del Ss. Rosario, e che volevano comunque celebrare anche nella parrocchia di Santa Maria d’Ajello. In questo caso, però, allo stato attuale delle fonti, sembra che avesse più ragione Pelella che i suoi avversari, come vedremo in un prossimo articolo.

Una lettera degli afragolesi.

Cicala riporta anche una lettera che un gruppo non meglio specificato di afragolesi spedì direttamente all’indirizzo dell’Arcivescovo, enumerando le critiche al Pelella e i suoi comportamenti ben poco evangelici nei confronti dei figliani. Di essa riporto l’inizio e la parte centrale:



Come s’è Ella fidata di mantenere fino ad ora il parroco di Santa Maria d’Ajello al posto di parroco, e non l’ha tolto non lo possiamo intendere, ohimè! (…). Non fa un millesimo di elemosina, se si presenta a lui qualche infelice per strada, chiedendogli qualche cosa, sordo non sente, e se quel poverello spinto dalla fame gli ripete due o tre volte di volere qualcosa, alza il bastone e lo caccia, senza pietade, come si cacciano i cani (…).
Se poi si tratta di spendere e comprare bazzecole, non bada al denaro(…). E’ un superbo fuori limiti, se alcuno poco istruito in quanto volle fedi da farsi per contrarre le nozze, si presenta a lui a dimandare di essere istruito, o poco ha capito, immantinente si alza sbuffando d’ira, dicendo: << Quando si ha a che fare con le bestie, cogli animali, che c’è da rispondere...vedete come si possa fare il parroco...è una morte...non si può tirare avanti...è un continuo mentire...sacrestano, sacrestano>>, chiama, dicendo: <<cacciate quest’imbecille animale fuori,buttatelo giù, nol me lo fate vedere>>. E se il sacrestano non è lesto con le buone maniere a metterlo fuori, dopo uscito quel povero malcapitato, dalla chiesa si sente nella sacrestia rumore, fracasso, grida; ch’è il parroco ha pigliato a calci e pugni il povero sacrestano.

Un sacerdote alquanto irascibile, quindi, il nostro Romualdo Pelella, ultimo parroco dell’Ottocento e primo del Novecento a Santa Maria d’Ajello. Le critiche si riferiscono ai primi 15 dei suoi 40 anni di parrocato, ma è probabile che con l’avanzare dell’età (era nato nel 1846) il suo carattere non sia cambiato in meglio. Sibilio,nella sua relazione, fa capire che l’ira di pelella contro tutti sia dovuta alla sua mancata nomina ad Arciprete, nomina che arrivò nel 1902, al momento non sappiamo se con soddisfazione, oltre che dell’energico parroco, anche della parrocchia. C’è una questione in cui, però, Pelella aveva ragione e i suoi critici abbastanza torto. Ma di questo parleremo un’altra volta.



Articolo correlato: “Un parroco a luci rosse nell’Afragola ottocentesca”, vedi LINK.

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