venerdì 30 dicembre 2016

Nuovo millennio, nuovo corso politico.

Enrico II fra due dignitari di corte


Morto Ottone III senza eredi diretti, i grandi feudatari tedeschi elessero come re di Germania un suo lontano parente, Enrico di Baviera. La scelta non fu dettata tanto da motivi dinastici, quanto dall'opportunità di scegliere un uomo che fosse gradito agli elettori. Essendo Enrico Duca di Baviera, fu necessario convincere della sua candidatura i Sassoni, ma fu eletto senza difficoltà il 6 giugno 1002 grazie al sostegno dell'alto clero, in particolare dell'arcivescovo di Magonza, Villigiso. Enrico, II di questo nome nella serie degli imperatori, concentrò la sua attenzione in gran parte sulla Germania. Ebbe come modello Ottone I, ma si distanziò dalla sua politica romana favorendo le gerarchie locali ecclesiastiche, appoggiando una riforma che doveva partire da lui e non dal Papato - in tal senso bisogna vedere la fondazione del vescovato di Bamberga, centro propulsore della riforma di stampo enriciano, e avverso inizialmente a quella di ispirazione cluniacense. I nobili laici, invece, gli furono contro: la maggior parte di essi erano "homini novi", feudatari che erano giunti a possedere territori più vasti delle comuni contee e recavano danni all'autorità imperiale, come al solito indebolita dal fatto di non possedere un esercito regolare. Non migliori le cose in politica estera: alle alterne vicende con la Borgogna, dove regnava suo zio Rodolfo III, all'amicizia con Stefano I d'Ungheria agli scontri con Boleslao di Polonia e Moravia, fino ai freddi rapporti di "buon vicinato" con Canuto il Grande, che confinava in Danimarca con l'Impero. E l’Italia?

LE GRANE ITALICHE

L' imperatore Enrico II, pur tutto concentrato negli affari tedeschi, dovette per forza di cose rivolgere la sua attenzione anche all'Italia, per interessi dinastici e per l'incoronazione imperiale, che poteva avvenire solo a Roma. Il Regno Italico, o quella parvenza che n'era rimasta dopo il periodo ottoniano, era dominato dalla figura di Arduino d'Ivrea. Costui, già in lotta contro i vescovi piemontesi come Leone di Vercelli e ricondotto a più miti consigli da Ottone II, approfittò della morte di Ottone III per riprendere le posizioni perdute, continuando le razzie ai danni delle chiese locali e dei diritti episcopali. Arnolfo di Milano, in una Dieta tenuta a Roncaglia, invitò Enrico a venirsi a prendere la corona del Regnum Italiae. Il re tedesco inviò il duca di Carinzia, convinto della poca forza di Arduino, il quale sorprendentemente sconfisse il duca a Campo di Fabbrica nel 1003. Nella primavera del 1004 Enrico stesso si presentò a Pavia e a maggio fu incoronato re d'Italia, ma in mezzo a segni d'insofferenza da parte dei cittadini, che lo sentivano come straniero. A questo punto bisogna dire che la figura di Arduino è stata troppo mitizzata nel corso dei secoli a lui posteriori: se n'è fatto un eroe prerisorgimentale contro il dominio straniero sull'Italia, quando in realtà nella sua azione non c'era nessuna idealità superiore e egli agiva solo per proprio interesse, senza richiamarsi a motivi "nazionali". Enrico ripartì per la Germania e così Arduino si ripresentò a Pavia, giubilato dalla popolazione non in quanto "Italico" ma in odio all'Impero come istituzione. Quando Enrico tornò a sud delle Alpi 10 anni dopo, Arduino tentò di accordarsi con lui (altro che "riscossa nazionale") e solo i rovesci militari tedeschi lo resero padrone del campo e libero di commettere razzie, fino al suo ritiro nel 1015 nell'abbazia di Fruttuaria per motivi sconosciuti (malattia? sfiducia nel suo dominio? crisi religiosa?). Intanto Enrico aveva già da tempo rivolto la sua attenzione a Roma.

UNA SEDE TRABALLANTE.

A Roma la situazione era magmatica e confusa. Morto Ottone III, la città cadde in mano a Giovanni Crescenzio III, un esponente della famiglia Crescenzi che vantava legami parentali coi Teofilatti, la famiglia che aveva dominato Roma per 70 anni tra i secoli IX e X . Crescenzio III dominò l'Urbe evitando di mettersi in contrasto con le forze esterne ad essa (Impero a nord, greci a sud) e dominando indirettamente le elezioni papali. A Silvestro II, morto nel maggio 1003, era succeduto il 16 dello stesso mese Giovanni XVI, che però resse per appena 6 mesi la Sede petrina, e di cui conosciamo appena le date di elezione e morte. Gli successe un altro Giovanni, XVII di questo nome, che regnò 6 anni e diede nuovo impulso all'evangelizzazione degli Slavi, iniziata da Gregorio V un decennio prima. Morto Giovanni, la Sede petrina ebbe un nuovo Papa (il quarto in meno di un decennio), Sergio IV. Anche di questo Pontefice conosciamo poco: alleviò le sofferenze dei romani durante una carestia e fece erigere un'epigrafe sulla tomba di Silvestro II. Morì il 12 maggio 1012, quasi in contemporanea con l'enigmatico Crescenzio III, che così non potè dominare la successiva elezione papale. E fu un bene, perché la Sede di Pietro stava per essere presa da uno dei più energici successori dell'Apostolo: Benedetto VIII.


UN PAPA ENERGICO NELLA ROMA TUSCOLANA.

La morte di Giovanni Crescenzi III permise al clero di Roma di eleggere un proprio candidato al Soglio, proveniente dalla famiglia dei Conti di Tuscolo, che vantava anch'essa legami coi Teofilatti di un secolo prima. Il primo Papa di casa tuscolana fu Teofilatto, che assunse il nome di Benedetto VIII e che giunse al papato direttamente dallo stato laicale nel 1012. 
Benedetto VIII
Si rivelò subito energico e privo di scrupoli, doti non negative ma anzi necessarie in quel contesto violento, e impose da subito un programma riformatore che anticipò di decenni il movimento gregoriano. Si intese subito con Enrico II e lo incoronò imperatore il 14 febbraio 1014, accontentando il sovrano che aspettava da un decennio la corona, in cambio dell'assunzione del ruolo di "advocatus ecclesiae" da parte del tedesco. Prima del 1020 fu Benedetto ad andare in Germania, per chiedere l'aiuto enriciano per una spedizione contro i Greci nell'Italia meridionale. La spedizione non ebbe un buon successo, ma portò Enrico a conoscere anche il mondo bizantino. Poco dopo, Papa e imperatore tennero una Dieta a Pavia per discutere della riforma ecclesiastica. E' curioso notare come Enrico fosse preoccupato di richiamare il clero all'osservanza dei suoi doveri morali, mentre Il Papa fosse più interessato ai danni derivanti dalla dispersione dei beni delle chiese. I fatti successivi, con la lotta alle investiture, diedero ragione a Benedetto più che a Enrico, che pure ebbe difficoltà nell'introdurre i precetti riformatori in Germania. Ma il loro tempo era finito: nel 1024 morirono entrambi, Papa e imperatore, a poca distanza l’uno dall’altro.
Nuovi paradigmi politici si stagliavano già all’orizzonte.

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