sabato 30 dicembre 2017

Un giorno, migliaia di anni fa, nella futura Afragola...

Foto 1.


Il 21 luglio di quest'anno io e l'amico Paolo Sibilio ci recammo a bordo della sua moto nelle campagne antistanti la stazione AV di Afragola. Avevo ricevuto una soffiata due giorni prima da parte di un altro amico (essere divulgatore storico è garanzia di povertà ma anche di contatti umani stretti e diversificati) e decidemmo di affrontare i 39 gradi di mezzogiorno per verificare la notizia. Ecco cosa trovammo: scavi archeologici in corso, stratificazioni di epoche nel terreno (nelle foto 1 e 3 si vedono bene), perfino quella che poteva essere una canaletta di scolo (come ipotizzò Paolo, ben più esperto di me). Eravamo a soli 100 metri in linea d'aria da quella stazione coperta di insulti in tutti questi mesi: inutile, cattedrale nel deserto, spreco pubblico, contenitore di rifiuti. La monnezza tombata non è stata trovata perché non c'era mai stata, in compenso da sotto terra sono emersi i resti di un nucleo demico, di un villaggio, forse (anzi, probabile) legato quello trovato nel 2005 poco più a nord di questi scavi. Decidemmo di comune accordo di porre l'embargo sulla notizia e sulle foto fino a quando non si sarebbe risolta la querelle sui rifiuti, alimentati da politici locali con l'aiuto di pennivendoli che in un normale Paese sarebbero anche loro impegnati nei campi, ma per altre attività. Questo mese l'embargo che ci eravamo dati è caduto: Paolo ha pubblicato parte delle foto in un gruppo social, io ne riporto altre qui. Scattammo una settantina di foto e feci io stesso un paio di video (tutto salvato in memorie esterne, inutile che cercate di rubarmi il pc). Previo il consenso di Paolo, un giorno (forse) saranno pubblicate.

Foto 2.
Foto 3.

Foto 4.


mercoledì 27 dicembre 2017

Kimidori e la magia del Natale.

Antonio Carboncino, in arte Kimidori.


Premessa.

Nel dicembre 2011 iniziai una serie di interviste a 12 giovani afragolesi dalle più disparate passioni: dal cinema alla politica, dal calcio amatoriale alla partecipazione alle attività della Protezione Civile. Quel ciclo di interventi, conclusosi nel dicembre 2012, furono caricate su un sito di notizie riguardanti Afragola con cui collaboravo all’epoca. Inutile ricercarle: il curatore di quel sito le ha cancellate al tempo della mia prima permanenza in Germania (2014) nel trasferimento dello stesso da un dominio all’altro. Io le ho conservate tutte, non è escluso che le ripubblichi, ma non è previsto al momento: solo con 4 di loro mantengo rapporti, gli altri si sono persi di vista e poi sarebbero anacronistiche e solo riempitive nei momenti di pausa del blog. Veniamo ad oggi. L’antica idea di riprendere quel ciclo non mi ha mai lasciato in tutti questi anni, ma le mie vicende personali mi avevano distolto dal progetto (e da tanti altri progetti, a dire il vero). Non che abbia abbandonato la pratica delle interviste, come sa chi segue il blog; tuttavia quest’anno ho deciso di riprendere quel ciclo in maniera continuativa – anche se, avendo ora un blog mio, posso gestire io le scadenze di pubblicazione.
Il primo intervistato del nuovo ciclo è Antonio Carboncino, classe 2000, studente del liceo “Filippo Brunelleschi”, da me conosciuto nella prima metà dell’anno grazie alla partecipazione ai progetti dell’ Alternanza scuola/lavoro. Antonio ha una passione particolare e al tempo stesso molto in voga presso i giovani: la magia. La nostra conversazione ha luogo nei locali del lounge “Contropiano”, in Afragola, nel pomeriggio del 14 dicembre.


1. Ciao Antonio, innanzitutto grazie per avermi concesso questo incontro. Lascio a te la parola: presentati ai nostri lettori.

R. Sono Antonio Carboncino, ho 17 anni e frequento la V C del liceo scientifico statale “Filippo Brunelleschi”. Ho un nome d’arte, Kimidori, nome composto da “Ki”, chiaro, e “midori”, verde. che deriva dal giapponese e significa “verde chiaro”. Essendo amante del Giappone e della cultura giapponese, ho trovato che sia una parola troppo bella e poi il verde chiaro è il mio colore preferito. Ho due stupendi genitori, un fratello, Pasquale, che saluto, e una fidanzata, Letizia.

2. Come ti sei avvicinato al mondo della magia?

R. Da un episodio capitatomi da piccolino. A poker perdevo sempre, piccole somme ma ovviamente mi arrabbiavo. Su Internet trovai dei modi matematici per vincere a poker e a Black Jack: contando le carte che man mano uscivano, si può calcolare quanto puntare e limitare le perdite. E’ un metodo veloce e che necessita di rapidi calcoli mentali. Vidi, nella mia ricerca, un video di un ragazzo che faceva apparire e scomparire le carte.
Lì nacque l’interesse, ampliato quando un mio compagno di classe, Angelo Russo, che saluto (e lo saluto anche io, ndr), mi aprì le porte di questo mondo, dandomi dei consigli e facendomi conoscere un altro amico, Stefano Celardo. Avevamo una bella società, che però si sciolse per vari motivi. Intanto avevo conosciuto il mago Saykon, che cercava un assistente. Mi piace molto collaborare con lui. Innanzitutto mi sono sciolto: prima avevo difficoltà nelle relazionarmi con le persone, a causa della mia timidezza. Poi mi ha spiegato come i movimenti del mago siano necessari per la riuscita del numero, con la “misdirection”, cioè portare l’attenzione dello spettatore altrove rispetto al centro del numero. La postura, il tono di voce adeguato sono fondamentali in un’esibizione.

3. Ci deve essere anche una fede da parte dello spettatore.

R. Sì, quella è la cosa piu importante. Il mago mi ha consigliato numerosi libri per impratichirmi, come “L’ arte nella magia”, “Cinque punti della magia” e altri.

4. Quante ore dedichi ad allenarti?

R. Quasi tutta la giornata, pure in classe.

5. Ecco, questo non va bene. A prescindere dal fatto che i docenti se ne accorgano o meno, a scuola si studia.

R. Sì lo so, ma lo faccio nelle pause. Spesso ripeto lo stesso movimento così da perfezionarlo.

6. Torniamo al mago Saykon. Come l’ hai conosciuto?

R. Il mago lavora per “Fabbricamagia” e stava in uno stand all’Auchan di Giugliano. Lo contattai per una festa ed è iniziato tutto da lì. Mi ha preso con sé e dopo mi interrogava in auto: mi chiede “Hai visto come mi sono comportato?”, “Hai notato cosa ho fatto?”. Un mago non si vede dalla sua bravura nel fare le cose ben fatte, ma dalla sua bravura nel rimediare agli errori. Saykon ha 15 anni di esperienza, talvolta può sbagliare ma la sua esperienza lo fa uscire dalla situazione. Mai far vedere che si tentenna. Poichè la persona si fida del mago, non si accorge di un eventuale errore e la sua attenzione è sviata. Il mago Saykon mi spiega sempre come fare le cose, sistemare i microfoni, quando recuperare gli oggetti, ecc.

7. Quando tenesti il tuo primo spettacolo con Saikon?

R. Il primo spettacolo fu la terza domenica di maggio i quest’anno andammo in un locale a Casoria. Preparai gli attrezzi, mi tranquillizzò quando sbagliai a posizionare il microfono ( e da allora non ho più sbagliato), e lo aiutavo nel sistemare gli oggetti già usati o da usare mentre il mago fa i suoi numeri. Il mago Saykon è un vero maestro, oltre ai consigli che mi dà nel lavoro mi dà suggerimenti anche nel migliorare me stesso, dicendomi di non lamentarmi troppo poiché io pretendo molto da me stesso.

Kimidori.
8. Cosa provi mentre ti esibisci?

R. Io provo una sensazione bellissima, anche quando faccio quattro spettacoli di fila non sento la stanchezza, mi piace di vedere le reazioni delle persone, mi piace far conoscere quest’arte e far cambiare la loro concezione dei maghi. La maggior parte delle persone alle quali mostro i numeri sono scettiche, poi cambiano idea quando vedono magie più grandi. Le persone restano affascinate.. Un mago fa diventare l’immaginazione realtà, suscita la curiosità delle persone che hanno sia paura sia emozione nel vedere come termina un’esibizione.

9. Cose ne pensano i tuoi?

R. Mio padre ogni tanto vede i miei numeri, mia madre invece non approva. Ma quando hanno visto dei risultati, si sono ricreduti.

10. Quali sono le tue prospettive future?

R. Dopo il liceo, continuerò a fare spettacoli col il mago Saikon e poi cercherò di crearmi un pubblico tutto mio. Saikon è un maestro anche di vita, e lui mi consiglia di intraprendere tentativi anche in altri campi della magia che lui conosceva ma pratica poco. Proprio per questo sto insegnando in un corso presso “Fabbricamagia”, diretta da Antonio Battaglia, una persona squisita, che mi accolto benissimo al corso. Antonio ha permesso la realizzazione di questo progetto e gliene sono grato.

11. Come il 17enne Antonio vede Afragola?

R. Beh, c’è un a mentalità chiusa e un’ ignoranza dilagante paurosa. Vedo molta volontà di lamentarsi in giro ma senza che ci sia poi senso civico.

12. Cosa pensi della tua generazione?

R. Premetto che sono cresciuto con i miei nonni quindi ho idee che magari possono essere definite “antiche”. Fortunatamente anche la mia ragazza, Letizia, che la pensa nel mio stesso modo. La gente dice che siamo dei tipi all’antica, ma a noi non interessa la loro opinione. Vedo una generazione persa dietro l’abuso di tecnologia, se non di droghe. Una generazione senza stimoli o obbiettivi, con tutti i distinguo possibili.

13. Che messaggio vuoi lanciare ai tuoi coetanei?

R. Invece di lamentarsi e di stare dietro a un pc, muovetevi, fate qualcosa! Bisogna fare i sacrifici per raggiungere gli obbiettivi, bisogna muoversi per puntare in alto. Bisogna essere più attivi e più ottimisti.
  • Grazie Antonio, in bocca al lupo per l’esame di Stato a giugno e per il tuo percorso futuro. Ad maiora!

domenica 24 dicembre 2017

Natività.

Natività, XV secolo, tondo di Sandro Botticelli, abbazia di Montecassino.

In questo Natale 2017, con uno spirito natalizio al nadir e molto simile a quello di Ebenezer Scrooge prima della conversione, rinfranchiamoci gli occhi con questa splendida opera, da me fotografata nella visita all'Abbazia cassinese nel 2012.
Buon Natale ai lettori del blog.

sabato 16 dicembre 2017

Afragola d'arte. Il Castello - Nota storica.

Prospetto del castello.


Simboli del passato guerresco e pericoloso dei secoli medievali, i castelli sparsi nelle città odierne sono il retaggio di un’epoca che ancora affascina e pone interrogativi agli storici. Meno affascinanti sono invece le condizioni strutturali in cui questi manieri giacciono: se il castello di Acerra è stato complessivamente ben mantenuto grazie anche alle riattazioni per farlo divenire sede del Municipio nei decenni passati, quello di Afragola è invece oggi irriconoscibile e si mostra come un caseggiato rivestito di orridi mattoncini rossi sulla facciata che dà su Piazza Castello, mentre il resto è clamorosamente “scoperto”, privo di coperture di sorta. Eppure, fra i castelli costruiti in epoca medievale dai governi di Napoli nel suo immediato circondario, quello di Afragola presenta la storia più lineare, rispetto agli altri. Ne troviamo un primo accenno in un’opera anonima medievale, il “Cronicon Siculum incerti Authori ab anno 360 ad annum 1396”. In quest’opera – famosa perché è la prima che riporta il prodigio del sangue liquefatto di San Gennaro – si narra che il 18 gennaio 1388 i soldati di Margherita di Durazzo, vedova di Carlo III d’Angiò e reggente del Regno di Napoli per conto del figlio minore Ladislao, giunsero nel casale di Afragola e conquistarono il “fortillicium”. Qui è da intendersi non come maniero vero e proprio ma più come una struttura difensiva appena abbozzata eppure così importante che il suo possesso era necessario per mantenere il controllo del territorio a nord di Napoli (né è riscontrabile l’idea che ci si potesse riferire al presunto fortilizio di via Alighieri, in realtà una masseria).
Una vera e propria fortificazione è descritta invece in una fonte del tardo XV secolo: parlando delle guerre che opposero i francesi di Carlo VIII a Ferdinando II d’Aragona, la fonte riporta che il 5 ottobre 1495 i francesi “venero a la Fragola et pigliarono lo Castello”. Quindi nel corso di poco più di un secolo il “fortillicium” era diventato un vero e proprio maniero. Esso apparteneva alla famiglia dei baroni Capece – Bozzuto, e fu valutato in 5000 ducati nell’atto di cessione del 1576, che rendeva Afragola uno dei pochi casali privi di baronato dell’area a nord di Napoli. Al momento del passaggio alla pubblica proprietà, il maniero aveva giardini, appartamenti spaziosi e 4 torrioni per ogni vertici della sua struttura quadrangolare. Ma appena 150 anni dopo, nel 1726, venne rivenduto a soli 1000 ducati al Duca Gaetano Caracciolo del Sole, abbandonato e con un solo torrione ancora in piedi. Eviedentemente l’incuria per i beni patrimoniali del demanio non è caratteristica solo dei nostri giorni. Dobbiamo a questo curioso personaggio, Gaetano, la leggenda degli amoreggiamenti della regina Giovanna II e del suo primo ministro Giovanni Caracciolo nel castello: nessuna fonte certifica la veridicità delle scappatelle di Giovanna che da Napoli si portava nel casale delle fragole per dare libero sfogo alla passione con il suo favorito, quindi bisogna concludere che si tratti di storie inventate da Gaetano, 400 anni dopo la morte dei protagonisti, per dare lustro alla sua casata.

Neppure i duchi ebbero per molto la proprietà del castello, ormai trasformato in residenza privata ma dotato di un oratorio intitolato a Maria Addolorata: nel 1805 lo cedettero in enfiteusi al sacerdote Jengo per il ricovero di orfanelle e poveri del casale, e nel 1875 lo stabile passò alle Suore Compassioniste di Maria che vi impiantarono una scuola. L’ultimo fugace ritratto delle vestigia del maniero originario è visibile nel soprapporta dipinto nel 1886 da Augusto Moriani e oggi posto al piano nobile del Palazzo di città: un edificio grande, con la torre dell’orologio, dotato di arcate e con la luce che lascia intravvedere il giardino interno. 
L’attuale aspetto è dovuto ai rifacimenti degli anni Sessanta del Novecento: ne parleremo, seppur a malincuore e solo per dovere di trattazione, nel prossimo articolo della rubrica.

lunedì 11 dicembre 2017

Guida all'analisi delle fonti storiche in 10 punti.





L’attuale epoca storica, caratterizzata da un veloce, facile e quasi gratuito accesso alle fonti storiche disponibili, con riguardi particolari, presso le biblioteche o digitalizzate in Rete è, per paradosso, quella più esposta della Storia umana alle falsificazioni storiche e storiografiche. Ogni giorno siamo fatti oggetto di notizie propinate da giornali, telegiornali, radio, social networks dicotomiche, antitetiche, che ogni sorgente informativa tende a far passare come l’unica “vera verità”, in contrapposizione a quelle altrui etichettate come “fake news”, falsità a buon mercato.
Perché si falsifica una fonte? Per svariati motivi: per prestigio personale o familiare (le fantasiose genealogiche dei signori italiani del XV secolo che facevano risalire le origini della famiglia al Principato Romano), per screditare gli avversari (i Protocolli dei Savi di Sion del XX secolo, realizzati per giustificare le vessazioni contro gli ebrei europei nella Russia e nella Francia novecentesche), per motivazioni economiche (la scoperta dei diari di Adolf Hitler, improvvidamente autenticati da uno studioso di caratura come Hugh Trevor - Roper), per ordine diretto del Potere (e qui ci basti la cronaca quotidiana, che parla di revanscismi fascisti per quattro imbecilli mascherati).
E’ quest’ultimo caso il più pericoloso poiché sottende la volontà di modificare i fatti storici, perpetuarne e solo ciò che conviene, bollare come falsità o revisionismo (una delle linfe vitali della ricerca storiografica) studi che analizzano i fatti sotto altri punti di vista per mantenere in corso la Narrativa dominante.
Tra le branche del sapere, la Storia è quella più esposta, da secoli, alla manipolazione e alla “libera interpretazione” delle fonti, lette o interpolate o cassate affinché aiutino o non contrastino con la sunnominata Narrativa dettata. Non è il caso di pensare solamente al Novecento: ogni epoca ha avuto i suoi falsificatori, proni a interessi vicini o contrastanti i regimi nei quali si trovarono a vivere; da questo punto di vista, non c’è differenza alcuna fra gli scribi del faraone Horemheb che cancellavano dai documenti il nome del predecessore eretico dello stesso, Akhenaton, e gli anonimi redattori del “Constitutum Costantini”, base giuridica del potere temporale dei Papi prodotto forse nell’VIII secolo, 4 secoli dopo la morte dell’imperatore.
Come difendersi, quindi, dalle fake news storiche? Con uno studio serio e approfondito, innanzitutto. Ma ciò non è sufficiente. Chi intraprende la carriera di storico si avvede fin da subito che anche nei manuali specializzati e più analitici si ignorano fatti e note che pure aderiscono ai temi trattati nel libro, si rende conto che spesso accedere alle fonti primarie è difficile a causa del muro di gomma ostentato da istituzioni mediane, realizza che deve attendere settimane o mesi prima di scrivere se vuole sviscerare un argomento in tutte le sue possibili sfaccettature e non limitarsi a un semplice articolo informativo su riviste. Tutte queste limitazioni rendono complesso il tentativo dello storico di analizzare fonti storiche che gli vengono propinate come autentiche, senza avere le necessarie coordinate e i necessari raffronti. Nello stesso dilemma si dibatte il non specialista che, non volendo ragionare in maniera frettolosa e animato dalla curiosità, non possiede quelle conoscenze professionali che costituiscono almeno un salvagente per lo storico. Ecco quindi questa breve Guida alla lettura, un elenco di domande utili per una prima analisi (e conseguente smascheramento) delle fake news storiche che circolano su media e social (ovviamente la si può utilizzare anche per analizzare notizie non propriamente storiche).


  1. Da cosa è costituita la fonte (visiva, monumentale, documentale)?
  2. I fatti in essa riportate sono compatibili con il periodo storico nel quale si pretende che possa essere stata realizzata? Lo stile paleografico/costruttivo/diplomatico è compatibile con detto periodo?
  3. Da chi è riportata la fonte?
  4. Come ha fatto a giungere al giornalista/storico?
  5. Il giornalista/storico che l’ha riportata ha interessi particolari oltre al solo desiderio di pubblicare una fonte per lui rilevante? In altre parole, chi è il giornalista/storico, per chi scrive e perché ha pubblicato?
  6. E’ stata prodotta dal giornalista/storico o egli la riporta solamente?E in questo caso, chi gliel’ha rilasciata?
  7. E’ una fonte originale e primaria oppure deriva da qualche altra fonte?
  8. E’ una fonte che riporta i fatti in maniera diretta o ricorrendo ai “si dice che...”, “si racconta che… “forse che...”?
  9. Esistono interpretazioni diverse della stessa fonte? Ad esse viene dato lo stesso spazio che all’interpretazione autentica? E in che tono (piano, sarcastico, ironico, sprezzante) vengono analizzate?
  10. Che cosa ha voluto trasmettere la fonte? Per quale motivo essa è stata pubblicata e perché proprio in quel momento storico?


Questo breve vademecum vale tanto per lo storico di professione che per il comune lettore di articoli e link, storici e non. Dandosi risposte a queste domande, si riesce a comprendere meglio la realtà intorno a noi e il perché avvengono fenomeni che si sembrano anodini l’uno con l’altro e che invece sono collegati fra loro da sottili e sotterranei fili rossi.

mercoledì 6 dicembre 2017

3 giugno 1799: Afragola in rivolta.

L'esercito della Santa Fede saluta Sant'Antonio.


Il 1799 fu un anno cruciale per l’Italia e per il Regno borbonico in particolare, fondato appena 65 anni prima da Carlo di Spagna. Il vento della Rivoluzione che da 10 anni spirava dalla Francia aveva causato il crollo graduale di tutte le istituzioni politiche principali della penisola, con la fondazione prima della Repubblica Cisalpina (1797) poi della Repubblica Romana (1798). I regni di Napoli e Sicilia non erano stati toccati che marginalmente dal caos provocato dai giacobini francesi e dai loro successori: eccetto la sconfitta dell’esercito napolitano per mano di Napoleone Bonaparte nel 1796, avvenuta oltretutto lontano dal territorio regnicolo, Ferdinando IV di Borbone era rimasto in una situazione di osservazione passiva, ancorché rabbiosa, di quanto avveniva oltre i confini del suo Stato. La situazione precipitò per l’attacco del sovrano alla Repubblica Romana nel tardo autunno 1798: non solo i francesi del generale Etienne Championnet sbaragliarono le truppe napolitane, ma lo stesso Ferdinando dovette nottetempo lasciare Napoli con la famiglia e il Tesoro della corona e imbarcarsi per Palermo con l’aiuto inglese. Il 17 gennaio i francesi entrarono in una Napoli ormai lasciata a se stessa e il 23 gennaio 1799 venne proclamata la Repubblica napolitana.

La sollevazione sanfedista di Afragola.

Mentre la neonata Repubblica cercava di rendersi finanziariamente e politicamente indipendente dai francesi, senza riuscirci mai per davvero, questi ultimi occuparono le province e l’immediato contado della capitale, giungendo anche nel Casale delle fragole. Fu in questa occasione che dovette essere stato innalzato l’albero della libertà in Piazza dell’Arco (oggi Piazza Municipio), più noto per il basolo che fungeva da base che per sé stesso (della storia – direi più storiella – del basolo bianco leggi questo vecchio articolo: LINK). Le fonti, allo stato attuale della ricerca, tacciono su quanto avvenne in Afragola dalla proclamazione della Repubblica all’inizio della rivolta, eccetto che per un particolare, che qui non pubblico ma di cui parlerò nella 2a edizione de “Il caso Afragola” (vedi LINK). Notizie più corpose sono invece indicate a partire dal maggio di quell’anno quando, in seguito alla risalita dalla Calabria dell’ Esercito della Santa Fede del cardinale Ruffo, i francesi dovettero lasciare prima il contado di Napoli e poi la stessa capitale. Ciò favorì l’esplodere di rivolte antigiacobine in vari casale e varie città: Caserta, Portici, Acerra (ove il potere fu preso da tre ecclesiastici), Teano, Campobasso e infine Afragola. Parte della storia è in “Storia della Repubblica partenopea del 1799 e vite de’ suoi uomini celebri” di Clodomiro Perrone (un personaggio di cui spero di parlare prossimamente nella sezione “Napoli” del blog). Dalle sue parole sembra che sia stato in Napoli al momento dei fatti o che comunque ne sia stato successivamente toccato, poiché il racconto delle vicende (non solo relative ad Afragola) è particolareggiato ed esposto senza alcune. 
Scrive Perrone:
Ma la più terribile (delle rivolte, ndr) fu quella di Afragola promossa da Antonio Larossa (poscia uno de’ membri della Giunta di Stato) la quale scoppio a 3 giugno. Reciso l’albero della libertà e disotterate le armi nascoste all’uopo, per mantenersi furono chiamati in aiuto tutti que’ soldati di Campagna che trovavasi nei luoghi vicini, si passarono a ribellare tutte le altre terre de’ contorni, e si fe’ l’alleanza con Acerra, la quale somministrò al di là di tre centinaia di uomini e arrogantemente vennero essi ad attaccare i Partenopei. A 4 la Repubblica spedì contro i ribelli uniti 300 soldati tra Cavalli e Fanti: incontratili a Capodichino furono attaccati e volti in fuga per tutto il territorio di Casoria fino a un miglio da Afragola; la prudenza consigliò di non spingersi più oltre. I ribelli però quantunque ebbero molti feriti non persero che un sol contadino. Questo colpo fe’ rialzare gli alberi della libertà a’ paesi ribellati da Afragola, ma questa terra fu fatta rimanere ferma nella ribellione dal Larossa, il quale per resistere prima si portò dal Marchese della Schiava e poi dal Ruffo (…). Nel giorno 10 abboccatosi Larossa col Ruffo ebbe 308 sanfedisti a piedi (sotto il comando del prete Pietro Moscia) e 100 a cavallo (sotto il comando di Michele Rega) offrendosi introdursi a Napoli dalla via di Capodichino1.

Afragola sanfedista.

La descrizione della rivolta e del successivo scontro con i napoletani, anche se sintetiche, rappresentano scene di storia viva difficilmente ritrovabili in altri testi coevi a questa “Storia” riguardanti i fatti della Repubblica. Col il nome di “Antonio Larossa” dobbiamo intendere la figura di Antonio Della Rossa, nato a Sant’Arpino nel 1748 da una famiglia benestante locale. Il 30 ottobre 1777 sposò Vincenza Castaldo, afragolese, nella chiesa di Santa Maria d’Ajello2: fu in seguito a questo matrimonio che si trasferì ad Afragola, esercitandovi la carica di magistrato civile e tenendo aperto uno studio anche a Napoli. Realista fino al midollo, organizzò le rivolte sanfediste in Afragola e nei comuni vicini, entrando nelle grazie del Re e divenendo prima capo della polizia, nel luglio del 1799 e successivamente, con la seconda restaurazione, membro del Sacro Real Consiglio.
Analizziamo alcuni punti salienti della fonte. Al momento della rivolta, vediamo che i sanfedisti (chiamati ribelli dal repubblicano Perrone) disotterrano delle armi nascoste “all’uopo”: segno che la rivolta era attesa da tempo e si attendeva solo la partenza dei francesi per agire. L’Albero della libertà fu abbattuto e di esso rimase solo una pietra, nella stessa piazzetta ove sorge la chiesa di San Giovanni Battista, che sarà successivamente restaurata proprio da Della Rossa. Costui riesce in meno di 24 ore a raccogliere 300 uomini da Acerra e altri dai casali vicini: tale efficienza è da spiegare col continuo contatto che i borbonici tenevano fra loro, in modo da aggiornarsi e da aggiornare su quanto accadeva nella Capitale. Afragola, essendo il casale più vicino a Napoli fra quelli rivoltatisi, opera come testa di ponte della restaurazione borbonica. Né bisogna però immaginare che la Repubblica non avesse propri uomini e proprie spie sparse nel contado: alla notizia dell’organizzazione della rivolta, i repubblicani, orfani dell’aiuto francese, inviano 300 uomini. Lo scontro avviene a Capodichino: bisogna quindi immaginare che la marea umana di afragolesi e acerrani abbia percorso tutta Casoria, seguendo il percorso dell’attuale via Sannitica, fronteggiando i napoletani forse al quadrivio della Calata di Capodichino. I repubblicani sono meglio organizzati e riescono a rintuzzare la marcia dei casalini verso la Capitale, inseguendoli fin dentro Casoria per poi fermarsi. E’ un successo per la Repubblica che conta solo un altro mese di vita ancora; ma, come lo stesso Perrone sottolinea, i “contadini” perdono un solo uomo (non sapremo mai chi) e, pur feriti, restano attivi. La notizia della sconfitta dei sanfedisti antigiacobini corre per i casali “sottomessi” da Afragola, che rialzano gli alberi della libertà abbattuti il giorno prima. Dobbiamo supporre che tali casali siano Casoria, Casalnuovo, Licignano, Caivano, Cardito e forse Frattamaggiore, tutti nell’immediato circondario di Afragola e Acerra. La nostra città rimase ferma nel suo sanfedismo grazie a Della Rossa, che anzi riesce ad ottenere, in meno di una settimana, oltre 400 uomini di rinforzo per marciare su Napoli, l’11 giugno. 
E qui noi lo lasceremo, per il momento.

Note: 


1 Clodomiro Perrone, Storia della Repubblica partenopea del 1799 e de’ suoi uomini illustri, Napoli 1860, tomo III, pag. 328-9.

2 Libro dei Matrimoni, anno 1777, APSMDA.

venerdì 1 dicembre 2017

Bill Denbrough, how are you?

Jonathan Brandis (1976 - 2003)



Quando quasi ricorda la sua infanzia e gli amici con cui l’ha vissuta”.
Così si conclude “IT”, forse il più noto romanzo di Stephen King, pubblicato nel 1986, dal quale sono state tratte due adattamenti video, una miniserie del 1990 e il film uscito quest’anno. La chiusa si riferisce a Bill Denbrough, il coprotagonista assoluto del libro (assieme al mostro) che rappresenta l’ideale dell’amico di infanzia di tutti noi. Alto, magro, capelli rossi e occhi azzurri, affetto da una balbuzie psicosomatica che invece di sminuirlo aumenta il suo carisma agli occhi dei giovani amici, William Denbrough è il componente che, fra i 7 membri del Club dei Perdenti, più ha a che fare col mostro che vive sotto Derry, in una fetida tana posta a 900 metri sotto la superficie della città. Inutile raccontarvi i particolari del libro: lo farò in un’apposita recensione che scriverò non appena mi sarà passata l’ansia che sempre provo ogni volta che finisco di leggere le 1238 pagine del libro. E’ successo di nuovo ieri, quando alle 22e45 ho letto quell’ultima frase per la terza volta in 5 anni, che si riferisce alla perdita di memoria del Bill adulto dopo la fine delle vicende accadute nelle fogne di Derry, città apatica, spesso violenta, indifferente al Male perché da esso compenetrata (e quanto la mia Afragola somiglia alla Derry di Bill? Quanto questa città, che non riconosco più, rassomiglia a quell’immaginaria cittadina del Maine?).

Fatico ogni volta a staccarmi da questo romanzo e da Bill in particolare, devo ammetterlo. Ogni volta che si avvicina la fine di un’opera e e con essa il congedo dai personaggi che l’hanno animata mi sale una leggera ansia, che termina con la posa del libro sullo scaffale, dove sarà lasciato a dormire per alcuni anni, prima di essere ripreso. Con Bill Denbrough è diverso. Lui è l’amico che da piccoli ci trascinava nei giochi, è l’amico che aveva le idee migliori, è l’amico che attraeva le ragazzine perché bello ma non faceva ingelosire gli altri perché era simpatico, è l’amico da cui si correva per parlare dei grandi problemi dell’esistenza infantile, tipo il classico bullo delle classi superiori o il rinvio del cartone animato su Italia 1 per far spazio ad altri programmi. Carismatico anche fisicamente, con la capigliatura rosso fuoco: il rosso, colore diverso sia dai comunissimi marrone e nero sia dal regale biondo, associato alla malizia (e Bill non sfreccia tante volte sulla sua Silver per “battere il diavolo”?). 
Faccio fatica a staccarmi ogni volta da Bill perché è come un inconscio rinnovarsi dell’abbandono del mio Bill reale, in carne ed ossa, che mi lasciò in un triste giorno di quarta elementare, mai più rivisto da allora. E, da allora, nessun altro l’ha sostituito: ci sono stati conoscenti, compagni e due o tre persone che ho chiamato amici (intendendo con ciò qualcuno per il quale avrei sacrificato volentieri me stesso) che mi hanno non solo tradito quando non ero più utile ai loro scopi (principalmente economici, come mi avvidi troppo tardi) ma anche diffamato presso gli altri comuni conoscenti. Non ritrovai più Bill in nessuna delle numerose persone con cui ebbi a che fare nei successivi 22 anni dalla partenza di quello originario: forse perché la vera amicizia nasce nell’infanzia o nell’adolescenza e, perso quel momento magico, tutto risulta più difficile.

domenica 26 novembre 2017

Un ospedale ad Afragola. Nel 1873.

Il complesso antoniano di Afragola a fine Ottocento.



Mi scuseranno i miei pochi lettori per aver trascurato il blog in questi ultimi due mesi ma la ricerca su Angelo Mozzillo è giunta finalmente al termine (almeno, la sua prima parte). Adesso è tutto un sentire parlar di Mozzillo, quando Vetus è stato il primo a rinverdirne, dopo decenni, la memoria. Meglio così, più se ne occupano meglio è.
Riprendiamo il discorso sulle fonti riguardanti Afragola nell’Ottocento che inaugurammo con l’analisi del testamento Fatigati (LINK per chi se lo fosse perso). Stavolta la fonte non è un documento di natura privata, ma pubblica: trattasi della Relazione del cavaliere Giuseppe Arpa, Regio Delegato del governo, del 1873. Arpa rivestì la carica di Commissario straordinario del governo in Afragola fra il 1870 e il 3 luglio 1873, data in cui convoca il Consiglio comunale appena rinnovato e presieduto dal consigliere anziano Nicola Setola, successivamente sindaco dello stesso casale per due diversi (e lunghi) mandati. In una Guida alla città, del 1993, don Gaetano Capasso lo dava come commissario dal 1873 al 1876: c’è quindi una discrepanza di date fra quanto datato nella Relazione e quanto scrive il defunto sacerdote. Ovviamente noi propendiamo, in mancanza di altri riferimenti, per la data desunta dalla Relazione; non sarebbe del resto né il primo né il più grave degli errori del cultore di storia locale Gaetano Capasso (leggi questo LINK). La Relazione ci informa ci notizie interessanti e sopratutto complete sullo stato del casale di Afragola nei primi anni Settanta del XIX secolo. Noi oggi ci soffermeremo in particolare sulla questione dell’igiene pubblica.

L’ospedale di Afragola.

Città popolosa e dai vasti confini, Afragola giace ancora oggi priva di una struttura ospedaliera organizzata. Le promesse fatte negli ultimi decenni da personaggi ancora sulla ribalta politica danno il senso di straniamento e della perfetta inutilità dell’indignazione che esplode nei social e non nelle urne. Eppure non è sempre stato così. Afragola, nel corso della sua storia unitaria, ha avuto ben due ospedali. Uno nel 154, presso la chiesa di Santa Maria d’Ajello; l’altro nel periodo di cui trattiamo, sito nel convento di Sant’Antonio, trasformato dopo l’Annessione del 1861 in una struttura sanitaria e per i mendici. La situazione non era affatto florea, come desumiamo dalla Relazione Arpa. Scrive il Commissario, a pagina 21: “Sì da il pomposo titolo di Spedale Civico a cinque angustissime celle senz’aria, senza luce nell’interno dell’ex Convento di Sant’Antonio dove si trovano dieci miseri lettucci. Questo Spedale è sussidiato dal Comune con L. 1000 annue, più la somministrazione di medicinali, ciò che porta un aggravio all’Amministrazione Municipale di L. 2000 circa. Il servizio è fatto dai Monaci che tuttora abitano detto Convento, e alla deficienza d’entrata si supplisce ricorrendo alla carità cittadina”. Il funzionario prosegue affermando che “non esistono in guardaroba che pochi stracci di biancheria”, proponendo che il nuovo Consiglio si adoperi per l’istituzione di “una sala ampia, ventilata, e che presenti tutte le garanzie igieniche, il che potrebbe facilmente ottenersi valendosi della terra esterna al primo piano già coperta, per cui non occorrono altre spese se non tenuissime riparazioni al soffitto”.
Questo passo ci fornisce molteplici informazioni. Innanzitutto, lo stato del Convento doveva essersi degradato nei 13 anni di assenza di cure da parte dei frati (qui chiamati monaci): screpolature nel soffitto, finestre crepate, celle asfissianti. I religiosi abitavano ancora la struttura, evidentemente sotto la spinta di San Ludovico da Casoria, che nelle strutture dei francescani fondò un mendicicomio. Non venivano però usati tutti gli spazi a disposizione dell’ex struttura religiosa, per motivi che la fonte non riporta: c’è da supporre che tali spazi non fossero agibili o che venissero volutamente lasciati a disposizione dei frati. L’amministrazione forniva 1000 lire all’anno per le spese di mantenimento della struttura, oltre ad altre 2000 per l’acquisto di medicinali: in rapporto alla popolazione di Afragola dell’epoca, che assommava a circa 18000 abitanti (come riporta la Relazione in un altro passo), era una cifra bassa, che non riusciva a coprire tutto il fabbisogno. Arpa invitava il Consiglio comunale ad affidare la struttura alla “Congregazione della carità” (San Ludovico da Casoria) per alleviare il peso per le casse statali, considerando anche che era la carità pubblica che sopperiva alla mancanza di denaro. 

Sì alle vaccinazioni!

Buona la situazione dei medici condotti nel casale, numerosi presso le tre parrocchie di Afragola, e notevole anche l’attenzione di Arpa per la vaccinazione di massa. Scrive difatti Arpa alle pagine 25-26:
E’ stata eseguita una straordinaria vaccinazione sopra numero 410 bambini, e perché riuscisse più sicura ed efficace, deliberai d’accordo con i Medici e col Commissario del vaccino del Circondario di servirmi del pus attinto direttamente dalla vacca, che più volta venne condotta in Afragola, e se ne ebbero splendidi risultati”. Non è indicato contro cosa ci fu questa vaccinazione di massa, ma vista l’epoca e il luogo la malattia non poteva essere che il vaiolo; le vaccinazioni contro il tetano iniziarono nel 1880, quelle per le altre malattie a inizio Novecento. Il vaiolo era più comune di quanto si pensi in Afragola: durante l’epidemia del 1834, neppure 40 anni prima del giorno in cui Arpa leggeva la sua Relazione nel Palazzo di città, Afragola era stata decimata di un terzo della propria popolazione a causa della pestilenza.

(Continua)

martedì 14 novembre 2017

Democrazia apocalittica.

L'ex  Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, fautore della riforma costituzionale.

Articolo pubblicato su una rivista locale nel dicembre 2016, ora riproposto a un anno quasi di distanza.


Ho già preparato tutto. Ho messo da parte centinaia di chili di alimenti surgelati, ho raccattato quanto più denaro possibile nelle più diverse valute dei più diversi Paesi, ho rinforzato quanto più potevo le pareti del mio bunker sotterraneo delle campagne di Afragola, ho dato abbracci commossi ai miei più cari amici che hanno scelto altre vie di salvezza. Sono dunque pronto. All’Apocalisse referendaria, ovviamente.
In queste settimane più che di un referendum costituzionale si è parlato della fine dell’Italia, dell’Europa e va da sé del mondo il giorno dopo il referendum stesso. Il popolo, i politici, la gente comune, perfino i vescovi e i preti si sono divisi nelle due tifoserie del sì e del NO, nel solito tifo da stadio di ogni tornata elettorale italiana. Però questa volta i toni sono stati totalitari, biblici, apologetici, escatologici. I partigiani del sì hanno promesso la Terra Promessa, un nuovo Ordine (mondiale?), una nuova Alleanza fra Governo e Popolo, e più terra terra un risparmio per le casse pubbliche che è tutto da verificare. I sostenitori del NO hanno gridato che siamo già in Israele, ma niente funziona perché sono i farisei del sì che non vogliono che qualcosa funzioni, che la Costituzione, la nostra Bibbia, funziona perfettamente e non ha bisogno né di modifiche né di esegesi alcuna.
Entrambi gli schieramenti hanno promesso che, se vincono gli avversari, arriverà la fine del mondo, hanno solo diversificato le modalità di estinzione dell’italica razza. Se vince il NO, quelli del sì dichiarano che il governo illuminato cadrà e farà buio su tutta la Terra (e non si capisce perché anche austriaci e cileni debbano essere condannati al nostro stesso destino), la Borsa crollerà, le banche perderanno milioni di dollari/euro/yen (ma non lo fanno già oggi, tipo Monte dei Paschi?), l’equilibrio europeo si spezzerà , lo spread s’innalzerà (insieme al livello del mare, che salirà di botto di due metri ovunque), arriveranno terremoti che manco in Irpinia nel 1980 e via di seguito. Se vince il sì, i sostenitori del NO annunciano che saremo nelle mani dei potentati lobbistici stranieri, che aumenterà la povertà ovunque, che milioni di italiani lasceranno l’Italia per un destino ignoto (ma non succede già adesso?), che torneranno i Savoia (e questo sì che sarebbe apocalittico), che prevarranno le Porte dell’Inferno, vale a dire che con il giochino della nomina dei sindaci al Senato ci terremo per vent’anni personaggi politici sullo stomaco.
L’Apocalisse, dunque, al netto delle trombe degli angeli sterminatori per chi non ha fede religiosa. Forse solo nelle Politiche del 1948 si arrivò a un tale stato di ansia, di scontro frontale, di accuse di annientamento della specie umana se avesse vinto il fronte avversario.
Ora, al netto dell’ironia, bisogna guardare alla realtà: la Costituzione ha bisogno di modifiche perché sono 70 anni che ha solo limature e non cambiamenti organici, e il mondo va più veloce della luce. Ma essa non ha bisogno di QUESTE modifiche, che neppure stavolta ci faranno votare da soli e senza intermediari il Presidente della Repubblica, che in caso di approvazione sarà eletto da una Camera dominata da un solo partito e da un Senato che funzionerà meno senza per questo costare anche di meno.
I sostenitori del sì parlano del “treno che arriva una sola volta nella vita”, dimenticando che è già la seconda volta in 10 anni che votiamo sulle modifiche alla Costituzione; e non riuscendo a farci capire perché chi vota NO è un troglodita uscito dalla caverne mentre chi vota sì è un progressista che punta al futuro, quando il capo stesso della riforma appartiene al partito più antico presente oggi in Parlamento.

Le urne diranno chi ha convinto di più. Intanto, se pure non vi sarà nessuna Apocalisse (in Austria e in Cile ringraziano) pure mi rinchiuderò nel mio bunker da domenica sera, ché sentire i commenti post-voto dei politici è pur sempre una tortura da risparmiarsi.

venerdì 10 novembre 2017

"Riscatteremo Angelo Mozzillo!"

Madonna con i sette Santi fondatori, olio su tela, 1777, chiesa di San Lorenzo martire, Ottaviano.

La nostra ricerca delle opere del pittore afragolese Angelo Mozzillo (1736 - 1810) è quasi conclusa. Come già annunciato, il gruppo di Vetus et Novus si è limitato all'area napoletana nel corso delle campagne fotografico - esplorative della Campania, tralasciando per gli anni a venire le ricerche nelle altre zone della regione ove il maestro ha lasciato opere sue.
Quest'oggi mi limito a lasciarvi una delle tante foto raccolte durante la visita nell'area vesuviana, ricadente nella cura d'anime della diocesi di Nola. La tela "Madonna con i sette Santi", risalente al 1777 (firma e data sono visibili nell'angolo formato dai piedi dei santi, a sinistra) esposta al soffitto della chiesa di San Lorenzo martire, si presenta inscurita nonostante un restauro conservativo di alcuni anni fa. Il tempio si trova nel centro storico di Ottaviano, città con la quale Mozzillo ebbe un rapporto particolare, come spiegheremo tra qualche settimana.

domenica 5 novembre 2017

Lo stemma di Afragola. Un appunto.

Lo storico simbolo di Afragola.


Afragola fu fondata da Ruggero il Normanno”.

E’ uno dei mantra storici della città, una delle peggiori leggende a sfondo storico più dure a morire fra la massa dei popolani e anche fra parecchi appartenenti alla cosiddetta “società civile”. A dispetto del magnifico monumento posto nell’Oberdan, non è affatto certo che Ruggero I (1095 – 1154, dal 1130 Re di Sicilia, duca di Puglia e principe di Capua) sia passato per le terre che sarebbero diventate Afragola. Certamente, se vi passò, non fu per fondare qualcosa ma per distruggere: nelle fonti normanne del XII secolo, relative all’anno 1137, è descritta concisamente la lucida rabbia del condottiero di fronte agli attacchi che gli venivano da nord e da sud, distruggendo Aversa, per poi attaccare Napoli, devastandone il contado e prendendo essa e il suo duca Sergio VII per fame, e tornando quindi ad Aversa, anche stavolta, facendo bruciare i campi e abbattere ogni qualsivoglia casupola che si incontrasse nel cammino fra la costa e l’interno. Il territorio della futura Afragola sorgeva proprio su questa direttiva e quindi fu devastato dai franco- normanni: è un po’ difficile pensare che uomini di tal genere potessero ri-fondare qualcosa che avevano distrutto precedentemente.
Accanto a questa, sussiste l’altra favola per la quale il termine “Afragola” significherebbe “senza fragola”: come illustri grecisti si affannano a spiegare su Facebook, la -a sarebbe privativa ed escluderebbe la presenza del falso frutto nel territorio afragolese fin dal Medioevo. La leggenda ebbe origine quando Giuseppe Castaldi, nel 1830, scrisse nelle sue “Memorie storiche del Comune di Afragola” che il nome dell’allora casale significava “absque fragis”, proprio “senza fragole”. Ora, per uno di quei curiosi fenomeni per i quali le nostre azioni hanno effetti opposti a quelli che desideriamo (faccio sfoggio anche io di cultura e vi dirò che tali fenomeni hanno il nome di “eterogenesi dei fini”) Castaldi, scrivendo per confutare quella leggenda, le diede inavvertitamente nuovo vigore, ed ecco oggi novelli grecisti ripetere quello che dicevano loro le maestre delle elementari, cioè che mentre tutta l’area a nord di Napoli produceva fragole proprio da noi mancavano. Amen.

Ma ci sono due ma. 
Il primo: ai tempi del Castaldi come fino alle soglie del Terzo Millennio, Afragola produce(va) fragole proprio come i territori vicini, semmai più aspre, ma ne produce(va). 
Il secondo: guarda un po' i casi della vita, credi di vivere in una città che è maledetta da chissà per non produrre il falso frutto e però possiede uno stemma che riproduce una mano che stringe 4 fragole. Un simbolo araldico che è variato nel corso dei secoli – le prime versioni riproducevano tre frutti – ma che ha sempre mantenuto i simboli della mano, delle fragole e degli steli, aggiungendo la corona turrita all’indomani del titolo di città del 1935, assegnato dal Re Vittorio Emanuele III. Castaldi ne descrive una prima forma nel 1830, il che significa che l’immagine dovesse esistere ben prima di tale data, forse fin dal XVIII secolo.

Possibile, chiedo ai miei 4 lettori, sicuramente dimezzati a causa delle partite, che i nostri avi avessero un tale senso dell’umorismo da tenersi uno stemma contenente una mano con delle fragole quando le campagne non ne producevano? Non credo, considerando anche che, dalle fonti storiche, risulta che i nostri nonni di senso dell’umorismo ne avessero ben poco (leggi QUI e anche QUI). Gli stemmi sono simboli, che devono riassumere in una sola immagine la caratteristiche di un territorio o di una comunità (o di entrambe le cose, trattandosi di un’amministrazione civica). Se quindi il nostro riporta delle fragole, e le riporta da secoli, significa che Afragola di fragole ne produceva eccome, e che quindi qualcuno ha avuto delle maestre elementari un po’ bugiarde o un po’ ignoranti sulla storia locale. Ora vi direte: allora questo nome “Afragola” da dove spunta fuori? Io ne ho già scritto anni fa e vi lascio con questo articolo in merito, che vi farà vedere le cose da un altro punto di vista. Buona lettura: LINK.



venerdì 27 ottobre 2017

Luoghi del passato, luoghi dal passato.



Mi piace passeggiare, quando ho tempo, per i campi sterminati della Pianura Campana. Perdersi tra i viottoli, avventurarsi nei lembi di terreno, godersi il panorama che, nelle belle giornate che seguono un temporale, regala una vista mozzafiato dai monti azzurrini dell'Appennino al Vesuvio, alla penisola sorrentina.
Mi piace inoltrarmi nelle masserie che punteggiano il territorio, antichi luoghi di fatica, di dolori, di soddisfazioni. Entrare in una di queste antiche abitazioni, esplorarne gli ambienti, far risuonare dopo decenni una voce umana tra quelle mura un tempo tanto movimentate.
Entro in una di esse, una delle 48 sparse nei campi di Afragola. Entro nella corte interna, vedo arcate laggiù, al piano terra. Dove ora l'erba domina sovrana, fino a 50, 70 anni fa anonimi braccianti lavoravano la canapa lasciata ammollire nelle vasche poco lontano dalla masserie, mandriani si occupavano delle stalle, inservienti intrecciavano capi d'aglio e di cipolle. Là, dove un cumulo di spazzatura copre il buco, c'era un pozzo che riforniva uomini e animali. Qui, dove la volta è crollata lasciando intravvedere il piano superiore, c'erano le cucine e i forni, più d'uno per le necessità dei numerosi coloni che curavano, piegandosi sotto il sole cocente della primavera campana, le terre del signore. Ecco le scale che portano alle stanze del padrone: una serie di ambienti, un tempo più caldi rispetto a quelli sottostanti e adesso simili a questi per la distruzione arrecata dal tempo e dai vandali. Mi intrufolo incuriosito in queste stanze dal soffitto altissimo, e dalle finestre piccole. Niente balconi, solo un loggiato dove affacciano tutti questi locali, divenuti vuoti ambienti, un tempo pieni di vita, oggi freddi più della morte.
Qui, in questa sala che affaccia su un Vesuvio dalla cima tagliata di netto da una bizzarra nuvola, il padrone comandava famiglia e coloni, decideva con una parola l'andamento economico di interi nuclei famigliari, poteva rendere sollevati o disperati padri di famiglia, arrogante come non mai, vero signore del colono ignorante più del lontano re a Napoli.
E ora? Dove sono quei coloni ansiosi di non perdere un lavoro massacrante? Dove sono quei padroni che giocavano con destini di loro simili solo per eredità mal guadagnate? Cosa resta di quei tempi? Pietre distrutte ed erba alta.

Questi monumenti al passato che sono le masserie dei nostri avi sono patrimoni abbandonati, che gridano attenzione all'ignaro passante dei campi. Da queste pietre il vento della Storia accarezza il viso del viandante, e gli ricorda un passato lontano e recente, e un presente tecnologico, comodo, ma meno vissuto rispetto a quelle epoche. 
Perché, come è stato detto, “ai nostri tempi la vita è un mestiere. Allora, invece, era un'esistenza”.

domenica 22 ottobre 2017

Segni dei tempi e segno del Tempo.

Verso il mistero...

Bisogna discernere i segni dei tempi” ci dicono da pulpiti religiosi e laici, ci dice (ci impone) il baraccone massmediatico di fronte ai cambiamenti sempre più veloci, sempre più violenti, del nostro vivere quotidiano. 
Ma cosa sono, esattamente, questi segni? Sono univoci o sono tutti diversi fra loro? Segni dei tempi che corrono sono essere le conquiste democratiche dei Paesi del Sud- est asiatico, per troppi anni ridotti nell'immaginario collettivo a semplici paradisi esotici. Segni ulteriormente positivi possono essere le conquiste in campo tecnologico del MIT di Boston, che accelerano la ricerca per la cura delle malattie più spaventose del nostro secolo. Ma segni dell'epoca sono anche i naufragi dei clandestini sulle coste della classicità greca, fallimento eclatante dell'Europa dei diritti e accusa fatta carne agli egoismi di Turchia e Arabia Saudita. 
Simbolo di questo momento storico è anche l'omicidio a un festino omosessuale a base di droga, stupro e immoralità, nella Roma un tempo cristiana, compiuto “per vedere che effetto fa”. Tutti segni, di uguale potenza ma contrario effetto, che mostrano un'epoca febbrile, che non sa neppure essa cosa voglia essere: sviluppo o immoralità, vita o morte, assoluta libertà o licenza assoluta di uccidere.

Ma chi li deve interpretare, poi, 'sti segni? La massaia che vive nel bozzolo caldo e stretto della propria cittadina del Cilento, o il magnate della Silycon Valley che riceve 50 mail al giorno da ogni punto del Globo? E a chi deve comunicarli? La verità è che di segni ce ne sono moltissimi, molti di noi li sanno capire, ma nessuno riesce a spiegarli univocamente, perché c'è sempre un parere diverso, una lettura ulteriore, una prospettiva che dissente. Solo su una cosa sono tutti d'accordo, dallo spazzino che alle 6 di mattina pulisce le strade ancora deserte alla modella delle sfilate milanesi con 5 centimetri di trucco sul volto: il segno del Tempo sui corpi, sulle cose, sulle anime. Il Tempo, quello vero, scorre, e nessuno lo può fermare: perfino i Greci, che pure davano agli dei poteri colossali, affermavano che lo stesso Zeus non poteva fermare lo scorrere continuo dei secondi. E' questa la differenza, che tutti discerniamo stavolta, fra equivoci segni dei tempi e univoco segno del Tempo. I primi sono soggettivi, perché toccano l'esterno della realtà. Il secondo è oggettivo e universale, perché tocca l'intima realtà di ognuno di noi, di ogni cosa che ci circonda. Davanti a un omicidio sadico, dire che esso sia simbolo della nostra epoca decadente è opinabile, ed è un'opinione che troverà sostenitori e denigratori. Ma davanti a una ruga, o a un capello argenteo, tutti saranno d'accordo nel dire che il tempo sta passando, e un pezzo di vita se n'è andato per sempre. 
Tutti, eccetto i poeti. Ma questi sono giustificati: non vivono nel Tempo, ma durano per sempre. 

venerdì 13 ottobre 2017

Un porto antico.

Porto di Napoli, Peter Bruegel il Vecchio (attribuito), 1556 ca.

Porto di Napoli, anonimo, 1485 ca.


martedì 10 ottobre 2017

Il "pezzo di carta" più antico d'Europa.




A Palermo, nell’Archivio di Stato, è conservato il documento cartaceo più antico d’Europa. Si tratta di una lettera bilingue, in greco nella parte superiore e in arabo in quella inferiore, di Adelasia del Vasto (1074 – 1118), terza moglie di Ruggero I conte di Sicilia e Calabria (1130 ca. - 1101), fondatore della dinastia dei Normanni nell’isola. Adelasia scrisse il mandato nel 1109 per ordinare ai vicecomiti della terra di Castrogiovanni (oggi Enna) di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, che rientrava nel suo patrimonio personale.
L’eccezionalità del documento è duplice: testimonia sia lo scambio culturale e continuo che avveniva con il mondo musulmano stanziato sull’isola – la carta è composta da una pasta di fibre di grano di provenienza africana – sia l’uso, per quanto secondario, di questo nuovo materiale per la scrittura. L’uso della carta, già nota presso gli arabi e in Estremo Oriente, iniziò nelle aree europee a dominio musulmano verso al fine dell’XI secolo, principalmente in Spagna a Cordoba, Toledo e Granada. Successivamente, dal XIII secolo in poi si diffusero le cartiere in tutta Europa: la più nota in Italia fu quella di Fabriano. La carta sostituì gradualmente e lentamente la pergamena, essendo considerata un materiale di scarto. Le pergamene venivano usate per documenti diplomatici e catastali, destinati a durare nel tempo; fu probabilmente per questo che Adelasia, dovendo comunicare ai suoi vassalli una sua volontà, utilizzò la carta, a mo’ di rescritto di secondaria importanza. La lettera di Adelasia finì nello speculario dell’abbazia di San Filippo di Fragalà, che nei secoli successivi fu acquisito dall’Ospedale Grande di Palermo e quindi all’Archivio di Stato.
Dal punto di vista dell'informazione interna, il documento fa intendere che il monastero era soggetto a minacce esterne o a vessazioni di altri feudatari, non adeguatamente respinte dai vassalli della contessa; ciò spiegherebbe il motivo della missiva.

Adelasia del Vasto, di origine ligure, sposò in prime nozze Ruggero di Sicilia per suggellare l’alleanza fra i Normanni e gli Aleramici, signori dell’area ligure avente come centro la Marca di Saluzzo. Le nozze furono celebrate nel 1089 e dall’unione nacquero i figli Simone (morto nel 1105) e Ruggero II, detto il Normanno, fondatore del Regno di Sicilia nel 1131, e due femmine. Ruggero I morì nel 1101 e Adelasia assunse la reggenza. Nel 1113 sposò Baldovino, re di Gerusalemme, nella speranza evidentemente di aumentare l’eredità del figlio Ruggero, ma il matrimonio fu un fallimento e fu annullato dopo 3 anni e mezzo, in seguito anche alla malattia di cui fu affetto Baldovino, la lebbra (torneremo a parlarne in un prossimo articolo). Tornata in Sicilia nel 1117, condusse con sé i padri Carmelitani, iniziandone la diffusione, e morì il 16 aprile 1118.

mercoledì 4 ottobre 2017

Acchiappali tutti?!

Sì, anche io resto basito come Psyduck, leggendo e osservando certe cose...

Ormai non ci sorprendiamo quasi più di nulla. 
La morfina quotidiana che viene somministrata da tv, giornali, social ha reso gran parte della popolazione dormiente e indifferente davanti alle spaventose idiozie che accadono nel mondo e che hanno un influsso diretto sulle nostre vite. Per fare un esempio, l’Italia è in recessione demografica, non nascono più italiani figli di altri italiani, però l’attenzione è concentrata sui matrimoni gay e sulla legalizzazione della cannabis. Le banche italiane sono debolissime, Monte dei Paschi di Siena è moribonda e perde in continuazione soldi, però si è tutti euforici per la riapertura del campionato di calcio. Il Regno Unito decide di lasciare la dittatoriale Unione Europea? Noi abbiamo altro a cui pensare, come le Olimpiadi e le curve delle nostre atlete. Si è arrivati a una perdita del senso delle priorità, a uno smarrimento della bussola dei valori che realmente contano in un’esistenza, per dedicarsi ad amenità varie che interessano, tutto sommato, solo una piccola parte della popolazione nazionale (e mondiale).
La mia generazione, che ha ereditato un mondo avvelenato e tumorale da quella sessantottina (LINK), è quella più esposta al lavaggio del cervello che le lobby mediatiche propinano ogni giorno. Sarà per la crisi economica, sarà per gli anni Duemila, sarà per quel che si vuole, ma una minchiata (scusate) come quella della “caccia” dei Pokemon tramite cellulare poteva attecchire solo tra gli idioti della mia generazione (e di quella successiva, quella dei ragazzini di 16 anni tutti fighetti e già esperti del mondo, ma poi ne parleremo). Abbiamo balene in via di estinzione, abbiamo cani abbandonati per strada, abbiamo orsi bianchi sempre più dimagriti a causa del cambiamento climatico, e questi minus habens di 20, 25, 30 anni pensano a girare per le città con un cellulare in mano a catturare creature immaginarie. Per cosa poi? Che premio si vince alla fine? Cosa ha vinto quel 22enne che ha mollato il lavoro in Australia per andare a catturare i mostriciattoli giapponesi? Cosa vincono quelli che provocano incidenti, mortali per sé e per gli altri, mentre tentano di catturare esseri virtuali mentre sono alla guida di autoveicoli? L’unica che vince in questa storia è la Nintendo, il colosso giapponese dei videogiochi, i cui responsabili si fregano le mani e sorridono compiaciuti per l’ennesimo trionfo di marketing, per l’ennesimo successo che riempie e riempirà ancora a lungo i loro portafogli. Nel Medioevo gli untori della peste veniva armati di campanello appeso al collo e fatti allontanare dalla città; oggi, nei tempi illuminati della scienza, gli untori della peste mentale divengono ricchi e attraggono nella loro rete anche i potenti (vedasi il caso del Presidente dello stato d’Israele). E non si dica che bisogna essere dei liberali: vorrei vedervi se foste ancora così aperti di mente se quel 28enne di New York si fosse schiantato con la propria auto addosso a voi e non addosso a un albero, distratto da Pikachu&Co. Che fare, soprattutto in questa Italia del Duemila ostaggio di tutte le mode estere? Bloccare l’app su tutto il territorio nazionale, come ha fatto la Corea del Sud? 
Oppure, molto più semplicemente, appioppare due ceffoni ben assestati a questi giovani uomini e donne che sembrano più bambini dei bambini? Uno schiaffo fa male, ma educa: ed è proprio l’educazione (ai valori del vivere civile, alle priorità nella vita) la grande assente di questi anni. 
Acchiappiamoli tutti, i giovani plasmati dai videogiochi, prima che li acchiappi lo psichiatra.