domenica 30 aprile 2017

Sonnenuntergang.

Tramonto a Hundertmorgen, in Reinheim (Hessen)


Inizia un mese indaffarato, che speriamo porti più d'una soddisfazione. Non vi trascurerò, lettori, e fra le Scilla e Cariddi degli impegni aggiornerò il blog, spero tornando ai livelli invernali o almeno mantenendo quelli di aprile.
Seguiteci, e diffondete Vetus nel mondo!

venerdì 28 aprile 2017

Non videbis annos Petri. Aspetti del Papato medievale.

Il Papa e i cardinali, miniatura medievale.

UN PONTIFICATO DI TRANSIZIONE.

Riprendiamo la narrazione storica da dove ci eravamo interrotti due settimane fa, alla morte di Leone IX e all'ingresso sulla scena europea dei Normanni.
Morto Leone, i Romani non osarono procedere a una nuova elezione, e inviarono una delegazione di nobili presso l'imperatore Enrico III. Intanto, la notizia della morte del Papa aveva raggiunto gli esponenti del partito riformatore sparpagliato nel continente, a cominciare da Ildebrando da Soana, suddiacono sotto Gregorio VI, diacono sotto Leone. Anche lui si recò alla corte imperiale e ottenne dal sovrano la nomina di un riformatore, accettando di converso che fosse ancora un uomo di nazionalità tedesca. La scelta cadde sul vescovo di Eichstatt, Gerardo dei conti di Dollnstein. Dopo un uomo di frontiera col mondo franco come Brunone, la scelta ricadeva su un bavarese, che assunse il nome di Vittore II. La nomina avvenne dopo l'estate, in un momento imprecisato fra l'agosto e il settembre del 1054, e il neoeletto svernò presso la corte imperiale, insediandosi a San Giovanni in Laterano nell'aprile del 1055.
Vittore confermò i divieti leonini in materia di simonia e concubinato, e si trovò a reggere l'Impero allorquando Enrico III concluse i suoi giorni prematuramente il 5 ottobre 1056. Il successore presuntivo, un altro Enrico, era minorenne, e i signori tedeschi decisero di affidare il "Consiglio della Corona" (uso un termine improprio) alla vedova Agnese. Nominò suo consigliere per gli affari ecclesiastici Ildebrando, mentre affidò la Germania nel temporale all'arcivescovo Annone di Colonia. Mentre si recava a Roma per convocare un sinodo, avente probabilmente per tema lo scisma con la Chiesa d'Oriente, morì inaspettatamente ad Arezzo il 28 luglio 1057, sicuramente per la malaria. Il suo pontificato, che molti preconizzavano al momento dell'elezione essere lunghissimo, durò in effetti meno di tre anni, e Vittore si è ritrovato, nonostante la giovane età al momento del trapasso (circa 40 anni), nel novero dei cosiddetti "Papi di transizione", benché questa sia una categoria moderna, estranea al pensiero medievale.



STEFANO IX E LA FINE DELLA SERIE TEUTONICA.

Il 2 agosto 1057 fu eletto Papa il giovane Federico di Lorena, abate di Montecassino. Arcidiacono della diocesi di Liegi nel 1050, a circa 30 anni, fu creato cardinale da Leone IX, che accompagnò nella rovinosa campagna militare contro i Normanni. Prigioniero Leone, fu da questi nominato legato pontificio a Costantinipoli, contemporaneamente ai fatti dello Scisma d'Oriente, nel 1054. Nel 1057 Vittore II lo nominò abate di Montecassino, e gli successe pochi mesi dopo. Assunse il nome di Stefano in onore del santo del giorno.
Il suo breve pontificato fu contrassegnato dalla volontà di costituire una coalizione contro i Normanni, che doveva avere come nucleo centrale l'Impero tedesco. Per il trono imperiale, in quel momento vacante essendo Enrico IV minorenne, Stefano propugnò l'elezione di suo fratello Goffredo. Ma i contatti avuti con le casate tedesche si interruppero per la morte del Papa, avvenuta il 29 marzo 1058.
Con Stefano IX si conclude la serie tedesca dei Papi riformatori, una sequenza di 5 Pontefici che avevano avviato quel grande movimento di riforma morale prima ancora che istituzionale che avrà il suo apice 20 anni più tardi con Gregorio VII. I fatti storici dei secoli successivi non permisero più a nessun tedesco di essere candidato al Soglio: la lotta per le investiture rese diffidenti i Pontefici, cosicché per tre secoli il Sacro Collegio non annoverò più ecclesiastici provenienti dalle terre oltre il Reno, e la Riforma luterana affossò la Chiesa cattolica in territorio tedesco fin quasi all'epoca di Federico II di Prussia. Solo nel 2005 fu nuovamente eletto un tedesco al Soglio: Joseph Alois Ratzinger, Benedetto XVI, tuttora vivente.


NON VIDEBIS ANNOS PETRI - IL PAPATO "TRANSITORIO" NEL MEDIOEVO.

La denominazione di pontificato transitorio è affibbiata al regno di un uomo molto in là negli anni o debole in salute, che lascia ragionevolmente pensare a un periodo di governo breve, nel giro di 5, massimo 8 anni, posto fra due pontificati, prima e dopo di esso, di durata più lunga. E' una concezione tipicamente moderna, sconosciuta ai medievali, stante la mancanza di pontificati lunghi. Infatti, escluso San Pietro, all'XI secolo solo pochi vescovi di Roma avevano rasentato o raggiunto i 20 anni di governo, e rari erano stati coloro che avevano superato questa soglia: l'ultimo fu Leone III, che aveva incoronato Carlo Magno, due secoli e mezzo prima dell'epoca di cui trattiamo. Per un uomo di Medioevo, che nel corso della sua breve vita (al massimo un medievale ben in salute poteva raggiungere i 50 - 60 anni), vedeva avvicendarsi Papi sul Soglio ogni 5-6 anni, non aveva senso pensare a regni di transitori, essendo la transitorietà il concetto portante della religiosa del suo tempo: non è questa vita che un passaggio, una dimensione transitoria, che precede la sistemazione definitiva nell'aldilà? Ancora pochi anni, e nel 1064 Pier Damiani conierà la famosa massima "Non videbis annos Petri - Non vedrai gli anni di Pietro", che ricorda la tradizione per la quale Pietro pontificò 25 anni in Roma, e che nessun suo successore potrà mai superarlo in durata: chi è Papa tocca il vertice della piramide dell'umana gloria, ma a quale scotto! Morire entro pochi anni, diventare ossa e cenere, per dare esempio vivente all'Orbe cristiano che "Sic transit gloria mundi" - "Così passa la gloria del mondo".


Leone e Michele
IL PRIMATO E LO SCISMA DEFINITIVO.

Leone IX fu ricordato, oltre che per le sue imprese politiche e le sue peregrinazioni per l'Orbe cristiano (vedansi gli articoli dedicatigli a marzo) anche per lo Scisma d'Oriente, la separazione formale tra Chiesa latina o romana e Chiesa greca. Formale perché, nei fatti, le due Chiese erano separate da secoli, tanto nella liturgia quanto nella condotta e nella morale seguita dai rispettivi membri. Già Gregorio I, nel 597, aveva dovuto vederla col Patriarca di Costantinopoli che pretendeva per sé il titolo di ecumenico, rifiutato da Gregorio. Curiosamente, sarà la Chiesa di Roma, in seguito, sopratutto da Niccolò I (IX secolo) in poi, a rivendicare la potestà ecumenica della Sede di Pietro rispetto a tutte le altre riguardo la conferma della Fede e la giurisdizione ecclesiastica.
Nel 1053 un nuovo dissidio era esploso fra Roma e Costantinopoli in merito alla questione. Appena tornato dalla prigionia normanna, Leone incaricò Umberto di Silvacandida, Federico di Lorena (suo successore col nome di Stefano IX) e Pietro di Amalfi di recarsi in Oriente e mediare col Patriarca bizantino. L'Imperatore Costantino IX li accolse onorevolmente, mentre il Patriarca Michele Cerulario, in una pubblica adunanza del clero locale, rigettò l'idea del primato della Sede di Roma, la potestà data da Cristo e Pietro (e passato ai successori di questi alla sede romana) di decidere cosa fosse giusto o eretico nella fede professata dai cristiani di tutto il mondo. Il 16 luglio 1054 Umberto depose sull'altare della Basilica di Santa Sofia la bolla di scomunica contro il Patriarca e quanti la pensassero come lui, e tornarono in Occidente, via Bari. Qui trovarono la sorpresa di un nuovo Papa, Vittore II: Leone era già morto il 19 aprile dello stesso anno 1054.
Non era la prima volta che le due Chiese si scomunicavano a vicenda, e dunque la notizia non destò scalpore. Tale occasione fu particolare per la Storia perché, benché non passasse secolo in cui le due parti cercassero di riavvicinarsi, non si ritrovò più l'unità. Il Papato, guida della Chiesa latina, fu occupato prima dalla lotta per le investiture fino a metà del XII secolo, poi dall'insicurezza di Roma che costrinse spesso alla fuga, quindi assurse a monarchia assoluta con Innocenzo III e Bonifacio VIII, per finire isolato nel periodo avignonese e perfino scisso durante il quarantennio dello Scisma d'Occidente. Ristabilito l'ordine a Roma, fu la volta di Bisanzio di cadere nella confusione, con l'occupazione dei musulmani nel 1453, che impedì la libertà religiosa degli orientali e rese definitiva la separazione, che dura tutt'oggi.
Dal 1054, la Chiesa latina assunse il nome di Chiesa cattolica romana, quella greca di Chiesa cattolica ortodossa. Notare che lo scisma avvenne tra Roma e Bisanzio e coinvolse successivamente, e per gradi, anche le altre chiese orientali, notoriamente acefale.


IL SENATO DEL PAPA.

Esistenti fin dall'VIII secolo, è solo nell'XI che i cardinali (i presbiteri preposti alle 7 principali chiese di Roma, i "cardini" dell'Urbe) iniziano ad avere un peso consistente nelle dinamiche della Sede romana e della Chiesa universale. Da semplici sacerdoti romani, in numero di 7, la loro composizione variò in questo secolo sia in numero sia in qualità. Innanzitutto, dalle fonti apprendiamo che non c'era un numero fisso di cardinali, né era delineata chiaramente la loro funzione: erano semplici collaboratori di una Curia ancora antelitteram, e il loro numero variava da una decina a una ventina circa. Erano incaricati della manutenzione della chiese dell'Urbe, della gestione del Laterano in assenza del Papa (e va da sé che con un Pontefice "globetrotter" come Leone IX tale responsabilità aumentò per durata e importanza), di mansioni diplomatiche, come Umberto di Silvacandida a Costantinopoli. Sarà nel 1059, col decreto di Niccolò II che affiderà ai soli cardinali il compito di eleggere il vescovo di Roma, che ci sarà la svolta: da semplici esecutori a collaboratori del Papa, esecutori della sua volontà dopo la morte, trasmettitori della potestas da un Papa all'altro. Pietro muore, i cardinali no, almeno finquando un nuovo Pietro non si sarà installato in Laterano. Da quel fatidico anno, si moltiplicheranno i documenti papali a favore dei suoi senatori: ne sarà fissato l'ordine interno (vescovi, presbiteri, diaconi), saranno assegnate loro prebende e privilegi, saranno coinvolti negli scontri fra Chiesa romana e poteri temporali, saranno sempre sottomessi al potere papale ma saranno spesso loro a fare e disfare Papi e antipapi. Dalla fine del secolo XI vestiranno con un manto rosso, novità assoluta, essendo quel colore riservato ai soli Vicari di Cristo. Sarà il segno, anche simbolico, di come essi rappresentino il "prolungamento" della volontà papale nel mondo, oltre la sua persona (in un'epoca fortemente simbolica come il Medioevo, tale connotazione non passerà inosservata). Popolato di riformatori e gaudenti, di principi romani e poveri frati, il Collegio cardinalizio (che dal XII inizierà a essere denominato "Sacro" nelle fonti) avrà un numero fisso solo nel 1571, con Sisto V. Ma non saremo già più nel Medioevo.



domenica 23 aprile 2017

San Giorgio e la Benedictio Armentorum.



Omnipotens sempiterne Deus...”, così inizia la formula di benedizione dei cavalli, delle pecore e degli altri animali che si usava recitare in occasione della festa di San Giorgio martire, il 23 aprile, in Afragola. La nostra città, originatasi da casali rurali, e avente ancora oggi più del 50% del proprio territorio comunale occupato dai campi, ha perso la memoria della festa legata al santo cavaliere (di San Giorgio ci occupammo circa due anni fa, leggi su: LINK). Negli ultimi anni il parroco don Massimo Vellutino ha cercato di riprendere la tradizione, senza molto seguito a dire il vero, stante il cambiamento di mentalità dei tempi moderni.
Eppure, nei secoli passati, la benedizione annuale dei campi e degli armenti era un appuntamento fisso che nessuno, tra proprietari e coloni, voleva perdere, per assicurarsi dai rovesci del clima e dalle malattie dei capi bestiame. In ciò i contadini afragolesi (ma il discorso va ovviamente esteso a tutte le aree agricole d’Europa, almeno di ispirazione cattolica e in parte luterana) altro non facevano che replicare usi dei loro antenati i cui inizi travalicavano di molti secoli, all’indietro, l’era cristiana: già nella Grecia di Pericle o nell’Impero dei Persi di Serse si tenevano riti di propiziazione alle divinità della natura, subito dopo l’equinozio di primavera.

La Pasqua cristiana, cadendo tra il 23 marzo e il 24 aprile, segnava la rinascita non solo della Fede ma anche della Natura; e non sorprende che i riti cristiani antichi tipicamente agricoli si tenessero nei mesi di aprile e maggio. Come le Rogazioni, processioni del clero e del popolo per le vie di campagna, che avevano luogo una prima volta tra la memoria liturgia di San Giorgio – il 23 aprile- e la festa dell’Invenzione (= Ritrovamento) della Santa Croce– il 3 maggio – per poi replicarsi nel triduo di giorni immediatamente precedente l’Ascensione (40 giorni dopo Pasqua). Le prime prendevano il nome di Rogazioni maggiori, le seconde di Rogazioni minori: entrambi i tipi di processioni sono state abolite dal Concilio Vaticano II, e qui fia laudabile tacerci.
La festa di San Giorgio ad Afragola prevedeva la benedizione dei cavalli, delle pecore, dei bovi (scarsi nel nostro casale, a dire il vero), degli animali da cortile, posti davanti al sagrato dell’omonima chiesa o del vicino castello, per poi passare alla fiera dei cavalli, molto vantaggiosa per gli afragolesi. La fiera copriva anche la successiva festa di San Marco, e terminava dunque con l’inizio delle processioni rogazionali. Non sappiamo quando la festa fu istituita, né quando precisamente decadde. Una fonte ci informa che già negli anni Venti del Novecento la fiera equina si era spostata in estate, in occasione delle festività legate a Sant’Antonio di Padova (leggi: LINK). Né sappiamo al momento perché non attecchì la benedizione fatta in occasione della memoria di Sant’Antonio abate, il 17 gennaio, al quale Afragola pure ha dedicato un tempio. E’ probabile che si volesse una protezione più “specifica” per gli armenti (Sant’Antonio Abate è protettore di tutti gli animali, non solo quelli da cortile), in una società agricola come quella afragolese. Un indizio potrebbe trovarsi nella Santa Visita dell’arcivescovo Ottavio Acquaviva, alla fine del XVI secolo, nel 1598, che visionerò al più presto.

Qui il link per la formula di benedizione degli animali, ovviamente trascritta nell’unica lingua ufficiale della Chiesa: LINK.

venerdì 21 aprile 2017

Discesa.




Raramente pubblico qui pensieri del mio Facebook personale, perchè tanto prima o poi vi finiranno lo stesso, come forma di articolo. Ma questa ispirazione della notte del Giovedì Santo preferisco darvela così come l'ho scritta.

In questa notte di silenzio, decido di uscire. 
L'antica usanza dei sepolcri mi spinge a percorrere le strade deserte, le vene del ventre di Afragola.
Santa Maria d'Ajello, dove tutto sempre inizia: canti in latino, luce diffusa. Accanto a me una donna prega, un banco più avanti un'altra chatta al cellulare. Poi dicono che sono tradizionalista. Mi avvio per Piazza municipio: il Palazzo occhieggia lugubre, fa concorrenza alla luna che fatica ad alzarsi in cielo. Anche lei pare silenziosa, oppressa dallo sforzo. La chiesa del Rosario è semibuia, calda: i canti sommessi si alternano al rumore dei tacchi femminili e allo iato di qualche sbadiglio. San Marco: di nuovo luce, Cristo diventa barocco. Volti raccolti, il sacerdote pensoso confessa i penitenti. Ci penso su, ma rinuncio: a ogni parroco i propri peccatori. Percorro via Nunziatella: archi oscuri, bassi soffocanti di aria e di umanità, una ragazza affacciata alla finestrella parla al cellulare, sorride. Via Nenni: la modernità rompe il raccoglimento ma, eccomi, sono a San Giorgio. Sono di nuovo nel buio, una polifonia spezza il silenzio. Cristo è nel sepolcro, l'antico parroco pure lui, nella sua tomba dietro di me. Sento caldo, esco, mi avvio al ritorno. Rientro nelle viscere di questa città così provinciale eppure così metropolitana, così immobile eppure così irrequieta.
Santa Maria, di nuovo: dove tutto sempre inizia e dove tutto, a Dio piacendo, finisce.

domenica 16 aprile 2017

"Vi precede in Galilea".

Duccio di Buoninsegna, Le tre Marie al sepolcro, 1308-1311


Cristo è risorto, è veramente risorto!
Buona Pasqua da "Vetus et Novus"!

sabato 15 aprile 2017

#SaveRugbyAfragola.




Nota: il gruppo di ricerca “Vetus et Novus”, com’è noto, rivolge la sua attenzione in altri campi rispetto a quello sportivo. Si è tuttavia deciso di dedicarci a questa petizione, visto che il rugby rappresenta un pezzo di storia di Afragola, e noi proprio di Storia ci occupiamo.



La vicenda, se non fosse assurda, sarebbe comica.
Innanzitutto, riepiloghiamo i fatti. Nel 2008 l’amministrazione guidata dal senatore Vincenzo Nespoli manifesta l’intenzione di affidare ad un privato la gestione dello stadio cittadino “L. Moccia”, chiuso da anni. Il progetto non va in porto per varie cause, non ultima l’opposizione delle associazioni sportive a una privatizzazione del palazzetto sportivo. Nel 2013 il governo cittadino passa all’onorevole Domenico Tuccillo, che nel gennaio 2015 inaugura la riapertura dello stadio dopo 8 anni di lavoro. “Inaugurare” è un eufemismo: mentre il campo A si presentava in buone condizioni, il campo B e quello C erano ridotti a campi di patate, parte delle strutture non erano ancora terminate, e lo stesso sindaco, a onore del vero, ammise che c’era ancora molto da fare. Ero presente a quell’inaugurazione, e mi domandavo come sarebbe andata a finire. La risposta arrivò poche settimane dopo: la gestione dello stadio andò a una società di Pomigliano d’Arco dopo un bando molto contestato, nuovamente, dalle associazioni e da politici locali, perché la privatizzazione schivata sotto Nespoli sembrava avvenire sotto Tuccillo, che godeva allora della stima di molti esponenti di suddette società sportive. Il resto è storia recente: l’affido è andato, tramite una convenzione con l’amministrazione, alla squadra calcistica “Vis Afragolese”, che in cambio della cura della struttura ha il diritto di utilizzare il campo A invia, ci è stato detto, “esclusiva”. Ciò ha generato la protesta della società del rugby afragolese, che si è vista tagliare i piedi proprio verso la fine del campionato.
Ma diamo la parola agli interessati. Ho intervistato l’allenatore della squadra giovanile femminile di rugby, Armando Di Maso sulla questione.

D. In che condizioni giace lo stadio attualmente?

Di Maso: “Con l’ amministrazione Nespoli il campo è stato chiuso per due o tre anni e si era avviata la procedura per privatizzare il campo, alla quale noi ci siamo opposti dal primo momento, in quanto crediamo che in una città come Afragola e in un periodo come questo lo sport non debba essere praticato solo da chi abbia possibilità economiche. Siamo convinti che attraverso lo sport si può migliorare la società. i nostri ragazzi da 35 anni non pagano un euro né per l iscrizione né per la retta mensile. Siamo volontari e ci servirebbe l appoggio delle istituzioni x ampliare e migliorare i nostri progetti. L’ amministrazione attuale guidata da Tuccillo ha perseguito l’ obbiettivo di dare un in gestione il campo. Dopo un primo bando la struttura è stata assegnata ad un ditta di Pomigliano, noi continuavamo a giocare sul campo A in alternanza alla Vis Afragolese”.

D. La gestione ha avuto successo?

Di Maso: “Questa gestione è miseramente fallita dopo pochi mesi. Il sindaco ha continuato ad indire bandi andati deserti e nel frattempo ha speso altri 30 mila euro per il rifacimento del manto erboso tenendo di fatto chiuso il campo per tutta la stagione e obbligandoci con le nostre tante squadre a fare i nomadi su i vari campi della Campania creandoci non pochi problemi”.

D. Arriviamo ai fatti recenti: cos’è successo precisamente?

Di Maso: “Nei giorni passati la ditta che ha sistemato l’ erba ha ultimato i lavori, noi abbiamo fatto richiesta per una partita under 14 femminile. Dal Comune ci hanno risposto che non possono concedercelo in quanto lo hanno affidato in via esclusiva alla Vis Afragolese calcio. Questa scorrettezza che abbiamo subito è la peggiore nel corso della nostra storia”.

D. Quale ufficio comunale vi ha dato questa risposta?

Di Maso: “Questa risposta che abbiamo ricevuto è a firma della dott. Iroso, sollecitata dal sindaco. Non è stato fatto nessun bando e noi abbiamo fatto un esposto per verificare la validità e legittimità dell'atto. Vorrei chiarire una cosa: noi del rugby Afragola non abbiamo nulla contro la Vis Afragolese calcio ma contro l’amministrazione comunale”.

Una specificazione alla quale ci uniamo. Perché il punto è questo: se lo stadio è comunale, perché lo si affida in via esclusiva a una sola società? Perché tale società finanzia i lavori? Va bene, ma quando è stato indetto un bando per l’affido in via esclusiva a detta società? E perché al calcio e non al rugby?
Forse perché le urne sono vicine – fra un anno si vota – e si vogliono acquisire consensi? Nel mentre che arrivino le risposte – ma chissà perché crediamo che non arriveranno così presto – ci uniamo alla petizione social, arrivata anche oltre regione, per salvare un pezzo di storia sportiva locale. Restando sempre a disposizione, ovviamente, per chi delle due parti in causa (tre, considerando l'amministrazione comunale), volesse riferirci la propria. 

#SaveRugbyAfragola





venerdì 7 aprile 2017

Quando un Corcione incontra un Mozzillo...


Angelo Mozzillo, L'educazione della Vergine, 1804, ingrandimento foto originale.


Mi capita spesso, nel corso delle mie esplorazioni metropolitane, di imbattermi in gradite sorprese, avere inaspettati incontri con amici che mai si immaginava poter ritrovare in posti diversi da quelli dove si è soliti ritrovarli. Napoli, poi, da questo punto di vista è un caravanserraglio confusionario dove, se si ha abbastanza pazienza, si riesce prima o poi, nel corso di una mezza giornata, a scorgere una faccia nota tra le mille che ogni secondo affollano la vista.
Molti sono gli episodi che potrei citare, e ricordo l’ultimo, avvenuto nella chiesa di Sant’Anna dei Lombardi, nei pressi di Piazza Carità. Il tempio merita già di per sé una serie di articoli, anche se quando ne ho attraversato la soglia, dopo una mattinata confusionaria, era solo per un motivo: la pala del coro, intitolata “L’Educazione della Vergine”, opera del nostro comune amico Angelo Mozzillo. I lettori del blog già sanno di chi parlo, e per beneficio di chi si affaccia per la prima volta al nostro sito, riporto questo utile link: QUI. Nel corso di questi anni, salvo le due parentesi in terra tedesca, ho continuato a raccogliere fonti sul maestro e foto delle sue opere sparse per tutta la Campania (e non solo, come vedremo), in attesa di poterle catalogare in maniera scientifica con l’aiuto di esperti di storia dell’arte e dell’iconografia.
Ero quindi soddisfatto già di mio per essere riuscito ad aggiungere un altro tassello al mio mosaico, tra i più difficili da ottenere, essendo che la chiesa apre solo in determinati orari e non è facile ottenere il permesso per le foto – in tal senso, ringrazio il custode Stefano per avermelo concesso.
Cappella Corcione
Immaginarsi quindi la sorpresa quando, leggendo il depliant informativo sulle emergenze della chiesa, ho scoperto esservi una cappella della famiglia Corcione! Precisamente la seconda del lato destro, con sculture e pitture del Sei- Settecento dedicate a Santa Francesca Romana. Vi sono subito entrato, osservando lo stemma, diverso da quello dei Corcione d’Afragola (evidentemente, parliamo di un ramo cadetto), e una lapide marmorea che copriva la tomba di un tal Vincenzo Corcione, morto nel 1637.
Sono momenti in cui lo storico si pone velocemente delle domande, cercando di dominare l’emozione e di pensare scientificamente: i Corcione di Napoli in che rapporti erano con quelli di Afragola? Questo mio nonno seicentesco aveva parenti diretti nel distretto rurale della Capitale? Da dove originava questa devozione a una santa romana del XV secolo? Perchè l’araldica è diversa?
Sono solo alcune delle domande che mi si presentavano alla mente mentre toccavo il marmo dell’altare e osservavo gli angeli scolpiti ai lati. E poi un’altra: Mozzillo, originario della chiesa di Santa Maria d’Ajello di Afragola, in cui si conserva una sua opera posta a poca distanza dalla cappella dei Corcione locali, si sarà sorpreso anche lui nello scoprirne un’altra qui, luogo di una delle sue ultime committenze (la pala è del 1804, lui morì verso il 1810)? Avrà conosciuto qualche discente di quel Vincenzo ivi sepolto, un sacerdote di famiglia che officiava in cappella mentre lui dava gli ultimi ritocchi al dipinto del coro? Avrà lui, un Mozzillo, incontrato un Corcione diverso da quelli di Afragola?

E, sopratutto: è una coincidenza che, dopo due secoli, un Corcione, a caccia un un Mozzillo, si ritrovi in una cappella Corcione?

giovedì 30 marzo 2017

Afragola d'arte. San Domenico - Le cripte.



Colatoi delle cripte della chiesa


Articoli correlati: Nota storica (LINK), cappelle destre (LINK), cappelle sinistre (LINK), abside (LINK).

Per concludere la trattazione sulla chiesa di San Domenico per la rubrica "Afragola d'arte", ripropongo un mio articolo pubblicato agli albori del blog, in attesa di nuove, fresche notizie che pubblicherò in futuro.

Segui il link:  QUI.

domenica 26 marzo 2017

Afragola d'arte. San Domenico - Abside e presbiterio.

Madonna del rosario con Bambino tra i santi Domenico e Gennaro

Articoli correlati: Nota storica (LINK), cappelle destre (LINK), cappelle sinistre (LINK)

Avvertenza: l’avvicinarsi della pubblicazione della 2a edizione de “Il caso Afragola” mi rende necessariamente più sintetico nelle note storiche di questa rubrica, essendo che esse costituiscono il nucleo del volume di prossima uscita. Ho già spiegato il perché di tale scelta editoriale nei mesi scorsi, ma preferisco ribadirla affinché chi la ignori non accusi poi un abbassamento della qualità dei miei articoli.

La navata della chiesa è conclusa dall’area del presbiterio, divisa dalla prima da una balaustra marmorea risalente ai lavori del 1760. L’altare maggiore è della stessa epoca della balaustra, e sostituì la precedente ara seicentesca. Il coro con gli stalli lignei risale alla fabbrica seicentesca della chiesa: adornato con miniatura dei santi, fu rovinato in seguito a un incendio e a danneggiamenti durante il periodo di chiusura del tempio, e oggi resta una sola formella linea, ritraente Sant’Andrea con la croce sulle spalle, con una data: 1654. A lato del coro, è presentata una tela con un “San Domenico che guarisce un’ossessa”, anche se la rappresentazione è più applicabile a San Vincenzo Ferrer. 
La pala dell’abside ritrae “La Madonna col Bambino e i santi Domenico e Gennaro”, copia del XX secolo dell’opera originaria dipinta dal pittore emiliano Giovanni Lanfranco nel 1638 per la Certosa di San Martino a Napoli. La storia di questo dipinto è curiosa: realizzato per i padri certosini con la disposizione di ritrarre la Madonna adornata da putti e dalle figure di Sant’Ugo e Sant’Anselmo, fu dai religiosi rifiutato perché l’artista non si attenne a quanto concordato,. Quest’ultimo e i padri erano già in disaccordo sul pagamento di precedenti lavori svolti per la chiesa, e tutto ciò indusse Lanfranco a donare la pala ai maestri della chiesa di Sant’Anna dei Lombardi. In seguito, il grande Luca Giordano ritoccò i volti di Ugo e Anselmo tramutandoli in San Domenico e San Gennaro, per volontà della famiglia Samueli, patrona della cappella dove l’opera era ospitata. Distrutta la chiesa di Sant’Anna, l’opera passò in mani private, per essere poi acquistata nel 1899 dalla Collegiata della chiesa di San Domenico o Ss. Rosario di Afragola. Pur realizzata per un’altra chiesa, la pala era perfetta per adornare il tempio afragolese, in quanto ritraeva la consegna del Ss. Rosario dal Bambino a San Domenico, considerato l’iniziatore di questa devozione. L’opera rappresenta la consegna della corona del Rosario a San Domenico, ritratto col pastorale e l’abito del suo ordine. La Madonna mostra un viso giovanile, da ragazza, e a lei guarda San Gennaro, che in una mano regge l’ampolla col suo sangue, in ricordo del prodigio napoletano. Gli angeli circondano le figure, e uno di essi regge un drappo rosso con la schiena. La forte cromaticità fra il blu del mantello mariano, lo sfondo dorato, il rosso del drappo e le vesti candide dei due santi esalta le figure, ben delineate e con una bella verosomiglianza con volti umani (il Seicento è il secolo del realismo nella pittura).

Un appello agli afragolesi di buona volontà.

Nel 1984 l’opera fu data “in prestito” al Museo di Capodimonte per la mostra “La civiltà del Seicento a Napoli”. Non fu più restituita alla città di Afragola, e l’ultima notizia che ne abbiamo ce la dà abbandonata negli scantinati del Museo. . Napoli detiene “illegalmente” la pala da 33 anni ormai, un tempo lunghissimo, e credo sia ora che si costituisca un comitato di pressione affinché essa torni al suo posto. “Vetus et Novus” è disponibile a partecipare a quest’iniziativa, per riprenderci ciò che è nostro e garantire che il territorio non venga più depauperato delle sue ricchezze a favore di musei che ne hanno già a iosa.

Nota: un'ora dopo la pubblicazione del presente testo, mi è arrivata la nota da un utente Facebook, secondo il quale la tela si troverebbe oggi al Museo di San Martino in Napoli, custodita in un'ala non visitabile se non saltuariamente. Il commentatore la potè visitare grazie alla gentilezza di un custode. 
Quindi i manufatti d'arte realizzati per essere esposti al pubblico vengono ora mostrati non per un diritto ma per gentilezza degli operatori culturali. Di bene in meglio direi.
Ringrazio il signor Serbati per la sua testimonianza, essa è un motivo IN PIU' per l'istituzione di un comitato ad hoc per riprendersi un manufatto afragolese che, pur essendo esposto, non viene valorizzato.

sabato 25 marzo 2017

L'ascesa di un soldato normanno.

L'insediamento di Roberto il Guiscardo

Articolo correlato: "Un nuovo popolo sulla scena europea"(vedi LINK).


Vedemmo nel precedente articolo come i Normanni riuscissero a insediarsi nel territorio campano, ad Aversa, insinuandosi negli scontri fra il mondo bizantino di Napoli e quello longobardo di Capua. E' stato fatto notare, altresì, come i nuovi arrivati cercassero "una legittimità per giustificare di fronte ai compagni e ai poteri preesistenti l'esercizio di un'autorità successivo alla violenza della conquista" (Enrico Cuozzo). Avvenne così ad Aversa, concessa dal duca Sergio III, e così nel 1042, quando Guglielmo Bracciodiferro chiese a Guaimario, principe di Salerno, attraverso l'omaggio vassallatico, il riconoscimento delle conquiste pugliesi. Guaimario nominò vassalli lui e altri 11 capi normanni, affidando loro quelle terre. Guglielmo, seppur era il capo militare indiscusso da tutti, dopo la ripartizione di Melfi, si ritrovò ad essere solo un "primus inter pares" sul piano politico-istituzionale: fatto non secondario che condizionerà i rapporti fra i vari gruppi normanni e la famiglia di Guglielmo, gli Hauteville.
I Franco-normanni si erano inseriti appieno nel contesto magmatico dell'Italia meridionale allorquando l'imperatore svevo Enrico III, avversando la politica di Guimario di Salerno, volle infeudarli nell'Impero, ponendoli quindi sullo stesso piano dei principi longobardi salernitani. In questo gioco-scontro fra diplomazie, verso il 1047 arrivò nel Meridione un tal Roberto, ultimo del casato degli Hauteville, insieme a un manipolo di uomini pronti a tutto. In questa fase della Storia, egli altro non era che un ladrone privo di terre ma ricco di ambizione. I fratelli, Drogone di Puglia in testa, non volevano concedergli nulla, e lo mandarono a conquistare la Calabria, terra fino a quel momento non toccata da nessun normanno. Roberto ci andò e la conquistò con ferocia, ordinando ai suoi uomini (ce lo racconta Guglielmo di Puglia) "praedas, incendia ubique/terraqrum fieri quas appetit et spoliari/quodque metum incutiat cultoribus omne patrari" ("di saccheggiare, incendiare, devastare le terre occupate e di incutere con ogni mezzo terrore agli abitanti"). Divenne così il piccolo signore della Val di Crati, destinato però a vedere ampliata la sua fama e importanza dopo una battaglia fondamentale, quella di Civitate, e la cattura di Leone IX. Era il giugno 1053.


ROBERTO DUCA DELL'ESTREMO SUD.

Roberto fu uno dei protagonisti della battaglia di Civitate (18 giugno 10539 in cui fu rovinosamente sconfitto l'esercito pontificio e fu catturato lo stesso Papa Leone IX. I Normanni accolsero benevolmente l'illustre prigioniero, ottenendo tra l'altro la costituzione della diocesi di Aversa in luogo di quella di Atella. Liberato Leone, che andò a morire a Roma, il Guiscardo divenne inarrestabile e si spinse fino a Cosenza e Martirano, completando la conquista della Calabria con la presa di Reggio nel giugno del 1059, in seguito alla quale i soldati lo acclamarono sul campo "duca". Egli era già tale, a titolo puramente onorifico, della Puglia. Le nuove conquiste obbligavano gli altri signori normanni a rivedere la mappa dei domini, senza peraltro che questi acconsentissero di buona voglia. Roberto si mise così alla ricerca di una legittimazione negli schemi di una superiore autorità universale (quella di cercare sanzioni d'autorità alle conquiste fatte sul campo rappresenta una costante dei primi franco-normanni in Italia). L'occasione gli venne dall'inizio della lotta per le investiture fra Impero e Papato e mediatore fra quest'ultimo e i Normanni fu Desiderio di Montecassino, già abate di San Benedetto di Capua e destinato egli stesso al pontificato. Nel Concilio di Melfi del 1059 il papa investì dei loro territori Riccardo Drengot di Capua e Roberto. I due volevano soltanto un titolo di legittimità ai loro domini, ed erano certamente del tutto estranei all'idea di riconoscere nel Papa un "dominus mundi" dotato di incerti poteri vassallatici - come del resto fu atipica la stessa investitura feudale. Roberto divenne così "duca di Puglia (già lo era), di Calabria (conquista fatta sul campo), e di Sicilia (che era più che altro un'ipoteca sulla conquista dell'isola nelle mani islamiche).

Cosa accadeva, intanto, nella Roma lasciata in balìa degli eventi dopo la morte di Leone IX? Lo vedremo prossimamente...

domenica 19 marzo 2017

Io parto: Giuseppe Amelio - Stati Uniti (Florida)

Giuseppe Amelio con la moglie

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Terzo appuntamento con “Io parto”, la nostra rubrica dedicata agli afragolesi che vivono in Italia o all’estero. Dopo Germania e Australia, restiamo ancora fuori dai confini nazionali, con la storia del signor Giuseppe Amelio, dalla Florida, negli Stati Uniti.


1. Una sua presentazione: chi è, dove e quando è nato, dove viveva ad Afragola.

Nasco ad Afragola in Via San Felice 13 (nella proprieta’ di famiglia ove molti dei miei progenitori erano nati) il 7 Luglio 1944 figlio di Antonio Luigi e Rosa Di Iorio. Sposato con un’ afragolese doc incontrata qui in Florida, Orsola Tremante , ho 7 figli, 9 nipoti ed il numero va’ crescendo. Vivo in Vero Beach una citta’ balneare sulla costa est della Florida che e’ anche residenza dei miei figli. I primi dieci anni dellla mia vita li ho vissuti in Via San Felice dopodiche’ con il crescere del nucleo familiare, andammo ad abitare alle palazzine del Corso Napoli. Papa’ era un piccolo impreditore edile e gestivamo anche un piccolo Coloniale nello spiazzale antistante la quinta palazzina. Le scuole elementari le frequentai ai Sacri Cuori, ancora ricordo quasi tutti I cognomi dei miei piccoli compagni di scuola, poi conseguii la licenza media alle scuole statali dove una volta c’era la prefettura , poi mi iscrissi all’Enrico Fermi di Napoli. All’eta’ di 19 anni fui assunto anche io al Rhodiatoce di Casoria in funzione di magazziniere,correva l’anno 1963. Era un posto sicuro e molto attraente per un giovane ma io ero un ragazzo dall’anima irrequieta.

2. Che ricordi ha di Afragola?

Chi ha la mia eta ricordera’ benissimo che la nostra Afragola era per lo piu una zona agricola ed i limiti della citta’ erano facili da individuare: il Rettifilo finiva con il vecchio deposito dei tram; le 5 palazzine al corso Napoli delimitavano il confine con l’autostrada che portava a Caserta; Via Nunziatella finiva con il cimitero ed al bivio una piccolo cappellina e poi tutta campagna. Dietro “ o maciello” ,una strada solitaria fatta da muri di cinta che forse proteggevano I giardini di qualcuno e la strana sensazione che provavo al passare a fianco di quell mattatoio che sapevo che all’interno ammazzavano I buoi locali, correvo per passare al piu presto le sue mura. A San Michele era tutta campagna. Con il passare degli anni tutto e’ cambiato sotto ai miei occhi a tal punto che ogni volta che ci torno mi sento sempre piu’straniero nella terra dei miei natali e confuso. L’ultima mia visita ad afragola e’ stata nel 2004. A dire il vero non e’ piu il mio paese come lo ricordavo .Il tempo nella mia mente si e’ fermato nel giorno in cui ho lasciato. Conto di ritornarci per una visita presto. Tutti I miei figli tranne due hanno visitato la città natale dei loro genitori.

3. Quando e perchè lasciò Afragola? E perché proprio in America?

Lasciai Afragola nel 1966 insieme a tutto il resto di famiglia per raggiungere una sorella sposata , che si era trasferita negli USA nel 1958. Decisione che avevo forzato sui miei genitori perche’ non vedevo un futuro raggiante per il resto del nucleo. Non fu facile lasciare patria, amici e parenti ma delle volte si fa anche una scelta perche’ si mettono da parte I sentimenti per far posto alla sicurezza del futuro.

4. Come furono i primi tempi in America? Aveva nostalgia di Afragola? 

Per noi l’integrazione fu facile anche perche’ cominciavamo ad essere riconosciuti per il nostro valore culturale e lavorativo. I primi anni vissuti qua furono tra New York e New Jersey dove lavorai in un ristorante di un parente ove appresi l’arte della cucina.
Nel 1969 con l’aiuto finanziario di uno zio ,aprii il mio primo ristorante in una piccola citta’ del N.J. Fu l’inizio di una esperienza che mi ha guidato per il resto di una lunga carriera di ristoratore

Giuseppe Amelio col Presidente degli Stati Uniti George Bush sn. e il figlio Jeb Bush, poi governatore della Florida

5. Come si è svolta la sua vita in America?

Aprii il primo ristorante qua in Florida nel 1973 assieme ad altri membri di famiglia ,poi col passare del tempo ognuno ha preso vie diverse con un successo altrettanto diverso ma comunque soddisfacente per tutti. Rimasto nell’ambito di ristorazione negli anni , posso dire che la fortuna mi benedetto . Oggi gestisco due ristoranti di successo insieme a tre dei miei figli.
Negli anni trascorsi sono stato coinvolto nella politica Americana come sopportatore di partito ed altro. Ho fatto parte del “Rotary Club “ del mio paese ed del” Lion Club”, sono stato president e per due consecutivi termini dei “ Sons of Italy" del mio paese, un organizazione che rappresenta Americani di discendenza Italiana dedicati alla promozione della nostra cultura, le nostre tradizioni e la nostra lingua.

6. C'è una comunità di afragolesi nel posto in cui vive?

Nel paese in cui viviamo gli unici afragolesi siamo noi. Gli emigranti per quando mi concerne sono trattati civilmente, infatti ne ho un bel po’ che lavorano per me. La maggior parte di loro sono di origine latina.

7. Ha ancora qualche contatto ad Afragola? Ritorna in città ogni tanto?

Ho amato ed amo la mia Afragola. Sul muro del mio ufficio stende orgoglioso lo stemma della citta’ di Afragola donatomi anni addietro dal Prof. Luigi Grillo in una delle mie visite fatte ad Afragola. Ancora annovero tanti amici afragolesi.

8. Cosa suggerirebbe a un afragolese che volesse espatriare in America?

Per chi avra’ la fortuna di poter emigrare in questa terra e abbia volontà di lavorare, non avrà difficolta’ sulla scelta ma solo il limite ove voler arrivare.

venerdì 17 marzo 2017

Fonti storiche e topoi apologetici/2. Il caso di Giovanni III.


Cratere del Vesuvio da me fotografato nell'agosto 2015

Articolo correlato: Il caso dello Stilita (vedi LINK).


In questi giorni l’Etna sta dando spettacolo con le sue eruzioni effusive e pressoché innocue, non fosse per gli imbecilli che prima si avvicinano al cratere, magari per farsi selfie, e poi piangono davanti alle telecamere. Questo episodio mi ha fatto ricordare di un gustoso aneddoto raccontato da Pier Damiani nell’XI secolo, riguardante un episodio storico accaduto un secolo prima, ovviamente trasfigurato in chiave apologetica, essendo l’autore un medievale e un dottore della Chiesa.

La morte di un peccatore.

Damiani racconta, in una sua chronica, che un devoto, mentre recitava dei salmi, notò alcuni negri che portavano del fieno, diretti verso il Vesuvio. Avendo domandato loro chi fossero, essi risposero di essere demoni che trasportavano fieno per alimentare il fuoco del vulcano, su cui sarebbe stato bruciato Giovanni III, a loro dire prossimo alla morte. Il sant’uomo corse dal duca a riferirgli l’accaduto, ma Giovanni lo rassicurò, dicendo che per espiare le sue colpe avrebbe preso gli ordini sacri e sarebbe diventato sacerdote, dopo l’incontro con l’imperatore Ottone II. Incontro che però non avvenne, perché dopo qualche giorno, Giovanni morì e sul monte Vesuvio comparvero le fiamme.

Un monte demoniaco.

L’episodio storico riguarda la morte di Giovanni III, duca di Napoli, che resse la città dal 928 al 968, anno della sua morte. Formalmente sottoposto all’autorità di Bisanzio, si ribellò agli orientali, che nel 955 assaltarono Napoli per ricondurla a più miti consigli. Non per questo Giovanni si arrese, e iniziò a guardare con interesse le vicende dell’Impero tedesco, in quei anni retto dagli Ottoni. Morì nel 968, non amato dalla popolazione a causa dell’assedio di bizantini (e dei saraceni) di cui fu ritenuto responsabile, né dalla Chiesa, con la quale evidentemente entrò in contrasto.
Il racconto, per chi, memore della lezione di Bloch, sa interrogare le fonti, offre numerose informazioni sulla mentalità dell’XI secolo, e va da sé su quella di Pier Damini (figura che approfondiremo nelle prossime settimane).

L’accenno ai negri segnala che, all’indomani della caduta dell’Impero Romano, la presenza di genti di colore non era affatto diventata inusuale in Europa, sia perché i traffici fra l’una e l’altra sponda del Mediterraneo erano continuati fino all’arrivo dei musulmani (Pirenne illustra perfettamente tale continuità, interrottasi o almeno diminuita dall’VIII secolo), sia perché nell’immaginario europeo non ci si era dimenticati dell’esistenza del Regno di Etiopia, un dominio dell’Africa profonda in cui si praticava la religione cristiana, pur non essendoci da secoli contatti fra gli etiopi e gli europei. I negri venivano però adesso associati alle forze di Satana, divenendone servitori, e apparendo come messaggeri di forze ultraterrene che annunciano un prossimo lutto.
Satana non è citato direttamente nel racconto, ma la sua presenza si intuisce poiché si parla del Vesuvio, vulcano che era stato fatto oggetto di demonizzazione da parte della Chiesa fin dal primo Medioevo. La montagna di fuoco, dopo i fatti del 79 con la distruzione dell’area pompeiana e di quella stabiese, fu vista come anticamera dell’inferno, ritrovo del diavolo e dei suoi demoni che, fuoriusciti dal cratere, venivano inviati nel mondo per diffondere il male e mettere a soqquadro la Res publica Christiana. Dalla storia apprendiamo indirettamente che, ai tempi di Damiani e del duca Giovanni un secolo prima, il cratere era aperto ed emanava fumi di zolfo. Ciò non era affatto scontato: come dimostrano l’annientamento di Pompei ed Ercolano nel 79 e quello di Torre del greco nel 1631, il Vesuvio era andato incontro a periodi di acquiescenza magmatica, e talvolta il condotto si era proprio chiuso, come accadde al tempo dell’Impero Romano e com’è anche oggi. Se il cratere fosse stato fumante ai tempi dell’antica Pompei, del resto, Spartaco e i suoi non avrebbero potuto conquistare il monte e salirvi in cima, durante la guerra servile del 73 a. C.
Un altro dato che traiamo dalla storia è l’accenno a Ottone II, regnante dal 961 al 983 come re di Germania e dal 972 come imperatore del Sacro Romano Impero Germanico (vedi LINK). Ciò ci informa che l’attenzione che gli imperatori rivolgevano alle terre a sud di Roma, ricambiata, non fu prerogativa solo di Ottone III o degli Svevi ma anche dei primi Ottoni, interessati a insinuarsi nelle vicende dell’Italia meridionale e a sostituirsi alla lontana Bisanzio come punto di riferimento per le realtà locali. Non sappiamo se l’incontro citato fosse stato storicamente stabilito o se sia frutto della fantasia di Damiani, che però ricordiamo scriveva in un’epoca più vicina della nostra rispetto ai fatti ricordati.

Un’ultima notizia fornita dal racconto è quell’accenno alla presa dei voti di Giovanni III per sfuggire al castigo divino per i suoi peccati, e fors’anche alla giustizia terrena, visto che i sacerdoti subivano un particolare tipo di processo per i reati, in foro interno alla Chiesa, cosa malvista dai poteri temporali e che sarà uno dei temi di scontro della riforma gregoriana, alla quale Pier Damiani partecipò in primo piano.

giovedì 16 marzo 2017

Afragola d'arte. San Domenico - Cappelle sinistre.

San Giuseppe, mosaico novecentesco, 5a cappella sinistra

Articoli correlati: Nota storica e prospetto (LINK), Cappelle destre (LINK)

Gli ambienti del lato sinistro del tempio sono speculari a quello destro, eccettuato il quarto. La prima cappella è più piccola delle precedenti, in quanto ospita la scala che porta al campanile. E’ priva di altare, occupata al centro dalla vasca battesimale in marmo bianco con pannelli superiori lignei, poggiante su un tronco di colonna, marmoreo anch’esso. La manifattura è recente e risale all’istituzione parrocchiale del Novecento: presenta l’inciso: “Vincenzius M. Can.us Iazzetta – Huius ecclesiae primus parochus – Fecit – 1927”. La copertura è a volta a botte con una cornice in stucco, che ritroviamo anche sulla parete divisoria con il secondo ambiente. Il pavimento è similare a quello delle prime cappelle destre: figure geometriche multicromatiche.
La seconda cappella presenta un altare in marmi policromi del XVIII secoli, con due volute laterali per ospitare i candelabri durante le funzioni sacre prima del Concilio Vaticano II. La tela d’altare ritrae un San Nicola, di ignoto autore, forse seicentesco, molto oscurato dal tempo, anche se sarebbe ancora recuperabile. Volta, pareti e pavimento sono identici alla prima cappella.
Porta laterale, prima del sigillamento
Il terzo spazio sinistro, dirimpetto alla cappella Castaldi, presenta un’ ara marmorea policroma del Settecento, con un bel paliotto romboidale a doppia cornice, con incisi dei fiori al centro. La santa onorata nel luogo è Santa Rita, la cui immagine è incorniciata in una cornice marmorea con cartigli e festoni. Una scritta del 1931 ricorda la devozione di Angelo Maiello, il cui stemma dominava l’architrave d’ingresso e che ora è finito nelle cripte della chiesa (come io stesso ebbi a verificare durante una mia visita ai sotterranei nel 2014 in compagnia della dottoressa Raffaela Loreto e del reverendo Paul Crochat). Il pavimento si segnala per i blocchi di marmo chiaro alternati a quelli di grigio scuro, che almeno spezzano la monotonia degli ornamenti dei precedenti ambienti.
La quarta cappella è attualmente chiusa da un vetro in plexiglas, che chiude la porta secondaria che immetteva in via Rosario (scandalosamente sigillata da una lamiera metallica a causa degli sversamenti dei rifiuti). Ugualmente sigillata è la botola di accesso alle cripte sottostanti, come da notizia di una fonte del 2000. Tra questo ambiente e il successivo è presente il pulpito, in legno di noce, molto semplice ed essenziale, con un baldacchino con merlature metalliche pendenti, e che fino al 1976 aveva, come tutti i pulpiti, una colomba dorata all’interno a simboleggiare lo Spirito Santo che ispirava il predicatore.
La quinta cappella presenta un altare marmoreo policromo del XVIII secolo, privo di paliotto trafugato negli anni Ottanta. E’ dedicata a San Giuseppe, il cui bel mosaico degli anni Sessanta del Novecento domina in una cornice a stucco. E’ una dedicazione molto significativa, poiché San Giuseppe, il “Santo degli ultimi giorni”, non ha molte dedicazioni in Afragola - l’altro luogo che lo onora è la Cappella omonima in Santa Maria d’Ajello (vedi LINK). Insieme alla prima cappella, è una delle più piccole della chiesa, in quanto qui si apre la scala d’accesso al pulpito.

lunedì 13 marzo 2017

L'arte "sotto casa".

Cupola del Santuario di San Biagio (XVI - XVII secolo).

Come scrivo spesso in questo blog, non bisogna andare lontano da casa per godere di perle d’arte di notevole bellezza. Sopratutto se viviamo in Italia, un Paese che, se lo spread si misurasse in beni artistici e non in fiducia d’investimenti, scalzerebbe gran parte dei Paesi europei, per limitarci solo al nostro continente. Chi vive nell’area a nord di Napoli, poi, è particolarmente favorito dalla presenza di innumerevoli manufatti artistici: a titolo personale, penso che solo in Puglia se la passino meglio di noi. Questo penso ogni volta che, la domenica pomeriggio, mi ritrovo a passeggiare per le città limitrofe di Afragola, il centro d’attività del nostro blog (ancora per pochi mesi, poi...vabbè, fia laudabile tacerci). Ieri, ad esempio, ho visitato il Santuario di San Biagio, a Cardito, diocesi di Aversa, dopo 6 anni dall’ultima volta. Sono rimasto affascinato da ciò che ho visto e mi era sfuggito nel 2011: le balaustre di marmo rosso, le tele seicentesche, l’acquasantiera di marmo policromo, una bella statua dell’arcangelo Michele, la pala d’altare…E poi, ecco, la cupola affrescata del transetto: un’esplosione di oro e azzurro, di bianco e blu che non sfigurerebbe a Napoli (del resto, gran parte degli arredi architettonici del tempio provengono da una chiesa napoletana distrutta nel Settecento). Adornata da 8 finestroni che riverberano la luce dall’alto al centro del transetto e del presbiterio, è adornata da quattro spicchi, che ospitano le rappresentazioni dei 4 evangelisti, ognuno accompagnato dal suo simbolo allegorico, e ospita al suo centro la Trinità che irradia luce alle figure angeliche tutt’intorno. Alternati ai finestroni, altri affreschi con ritratti di apostoli. 
Un rinfresco per gli occhi, e una magnifica cornice per i riti religiosi. 






domenica 12 marzo 2017

Nota sul centro storico di Afragola.

Carta di Afragola Dell'I. G. M. del 1957

Le trasformazioni urbane dell’ultimo mezzo secolo hanno stravolto la fisionomia del centro storico di Afragola, intendendo con questa definizione quell’area che comprende i quartieri di Santa Maria, San Giorgio, Rosario, Ciampa e Casavico, con estremi che vanno dall’attuale via Alcide Degasperi (nord) a Corso Garibaldi (sud), dalle vie Giovanni Ciaramella e Dario Fiore (ovest) alle vie Pietro Casilli e San Giovanni (est). Tali delimitazioni sono riconducibili sia a evidenze architettoniche, con la presenza di edifici storici con più di 200 anni; sia a fonti letterarie, in particolare gli scritti di Giuseppe Castaldi, che testimoniano in alcuni passi fin dove si spingessero, nella prima metà dell’Ottocento, le propaggini abitative di Afragola; sia a fonti cartografiche, con la rappresentazione degli assi viari su stampe sette-ottocentesche, una su tutte la Carta Rizzi Giannoni del 1793.
Bisogna innanzitutto distinguere fra centro antico e centro storico. Nel linguaggio degli urbanisti, le due definizioni indicano entità specifiche, con elementi non confondibili. Il centro antico di una città indica l’area dei primi insediamenti demici, con evidenze archeologiche visibili o sepolte e successivamente riscoperte. Il centro storico delinea invece l’area di insediamenti successivi, che presenti abitazioni, luoghi di culto o elementi artistici più vecchi di un paio di secoli. Va da sé che le due aree possono coincidere, con la seconda che si sovrappone alla prima. Nel caso delle città italiane, visto l’antichissimo periodo abitativo stabile vissuto dalla nostra Penisola, il centro antico solitamente ai resti di insediamenti greci, romani o italici, mentre il centro storico rivela i nuclei di origine medievale. Nel caso di Afragola, il centro storico è delineato dal quadrilatero di strade che ho indicato all’inizio, mentre per centro antico dovremmo intendere i resti archeologici trovati nell’area della stazione Tav. E’ naturale che i profani utilizzino le due terminologie in maniera intercambiabile, meno normale che lo facciano anche architetti e professori che dovrebbero correggere i primi.

Le memorie storiche del comune di Afragola”, scritte nel 1830, sono l’opera forse più nota dell’umanista Giuseppe Castaldi. Aldilà dei limiti evidenti di un’opera scritta più per compendio che per elencazione scientifica, esse restano una colonna portante per la storiografia locale afragolese. In un passo, l’autore cita la Regia strada di Caserta (l’attuale Sannitica), con la quale Afragola comunicava “per una lunga via selciata di basoli di circa 300 passi” (cap. VI). L’unica strada che oggi conduce direttamente dal centro storico alla Sannitica è via Dario Fiore. Poco dopo, cita l’esistenza di “un’altra bella strada della lunghezza di un miglio benanche selciata ed alberata ai due lati (che) mena dallo stesso Comune alla Capitale per mezzo di Casoria”, che altro non può essere che l’attuale Corso Giuseppe Garibaldi. Castaldi quindi delimita due confini dell’allora casale di Afragola, accennando all’esistenza di strade selciate e quindi di abitazioni (impensabile pensare che le due vie fossero circondate da soli campi).
Altrove, Castaldi scrive che ancora ai suoi tempi “dietro le chiese di San Marco e di San Giorgio, fino al Salice vi sono in vari luoghi (…) fabbricati dagli abitanti del luogo si chiamano pozzelle, per le quali in alcune più vicine al Salice vi passa l’acqua, ed in altre vi si ravvisano sicuri indizi, che vi sia passata una volta”. Se non si sbaglia, ciò testimonia che resti dell’acquedotto di epoca romana erano ancora visibili nella prima metà dell’Ottocento nei territori orientali del casale, e anche questa è una delimitazione territoriale su fin dove si sviluppasse anticamente il tessuto urbano. In questi anni molti hanno screditato Castaldi, a cominciare da Carlo Cerbone, un appartenente all’ “élite” culturale afragolese, che ha scritto tre libri, di cui uno proprio su Castaldi, recandosi una mezza volta in archivio a Napoli e sbagliando pure i riferimenti, il tutto condito da un’inaccettabile superbia davvero mal rispondente ai lavori svolti – di lui ci occuperemo nelle prossime settimane.
Infine, la cartografia ci aiuta a delimitare l’area di ricerca del centro storico, ponendo fine salomonicamente a certe stronzate scritte in questi anni, che appioppavano arbitrariamente la qualifica di “storici” anche alle palazzine sorte 50 anni fa sul rione Miranda. Ognuna delle carte meriterebbe un’inferenza propria e particolareggiata, cosa che esula dalla presente nota: mi limiterò quindi a riportare quella più vicina a noi nel tempo, la carta dell’Istituto Geografico Militare del 1957 (in alto; qui la carta di inizio Novecento). Ognuno faccia le sue valutazioni, in attesa di riparlarne, fra un mese.



venerdì 10 marzo 2017

Architetture civili ad Afragola - II parte.

Masseria Lupara, oggi in tenimento di Caivano, in una foto del 2013


L'articolo che segue è un sunto del tema trattato ne "Il caso Afragola" (LINK), la mia prima opera storiografica, che raccoglie diversi miei interventi sulla storia locale di Afragola. La seconda edizione è ormai ultimata, ma l'arrivo di sempre nuove notizie mi ha indotto a procrastinarne l'uscita nel corso del 2017.

Articolo correlato: "Architetture civili ad Afragola - I parte" (vedi LINK)


Sorte come luoghi di raccolta della manodopera e delle derrate alimentari, e successivamente usate come vere e proprie abitazioni estive, le masserie che punteggiano ancora il territorio rurale di Afragola sono retaggio di un passato contadino che si avvia ormai al termine. La presenza del latifondo e di una grande e corposa classe di proprietari terrieri garantiva l'affluenza nell'antico casale di numerosi contadini anche forestieri, attirati dalla richiesta di manodopera e dalla buona paga, superiore a quella delle terre vicine. Ciò permise un veloce arricchimento degli stessi latifondisti, e la creazione di una rete capillare di masserie, assurte a punti di riferimento nei contratti di locazione, nelle dispute sui confini e persino nell'odierna toponomastica cittadina.
Una masseria era generalmente formata da due piani: quello inferiore comprendeva le stalle, i porcili, il forno, i depositi delle derrate e gli alloggi per gli inservienti e i lavoratori che stazionavano in essi soprattutto durante l'estate, nel tempo di raccolto; al piano superiore viveva la famiglia del padrone, generalmente ospitata in almeno tre grandi stanze. L'accesso tra un piano e l'altro era permesso da una scala, raramente due. Una cinta muraria divideva la masseria dall'esterno e creava un corte interna, nella quale si svolgevano quasi tutte le attività: sfilacciamento della canapa (in luglio), lavorazione delle conserve di pomodoro (in agosto), produzione di vino novello (agosto e settembre), lavori di falegnameria, pulizia degli armenti ecc..
All'esterno della masseria, prima di giungere ai campi veri e propri, di solito c'era un giardino con alberi da frutta a esclusivo consumo della famiglia padronale. Le più grandi presentavano un pozzo (spesso preceduto da un avampozzo) e vasche per la lavorazione della canapa durante l'estate.
Le masserie venivano quindi a configurarsi come eredi delle curtis di epoca medievale, e come centri di aggregazione nei mesi cruciali del lavoro agricolo. Solo intorno alla fine del Settecento, alcune di queste strutture iniziarono a essere utilizzate come residenze estive del latifondista, che si spostava dal casale per sorvegliare meglio i lavori. 

Masseria Aiello, località Salice (lato Afragola), foto del febbraio 2013
Di conseguenze ci fu un abbellimento anche delle sale interne, ma non abbiamo riscontro della presenza di affreschi o opere d'arte. Il frazionamento del latifondo comportò la creazione di moltissime masserie nel territorio afragolese e in quelli vicini. Molte di esse sono state distrutte, e ce ne restano notizie solo nelle carte catastali, nelle cessioni di terreni o in carte territoriali antiche.
Per esempio, la masseria Saggese, che dà il nome all'intera borgata, fu rappresentata all'interno della carta Rizzi – Giannoni del 1793, e ora non è più presente. Si trovava all'incirca dove adesso è resente la rotatoria che immette in via Saggese, nei pressi del sito dove un tempo sorgeva anche l'ex lazzaretto. Simile destino hanno avuto, tra le altre, le masserie Arcopinto (sostituita dall'odierna struttura della sala da gioco di un “bingo") e la masseria Casilli (che presentava archi in sommità e abbattuta per far posto a un parcheggio, a sua volta abbandonato e diventato l'ennesima opera incompiuta).
Il gruppo di ricerca di "Vetus et Novus", nelle estati del 2013 e del 2014, ne individuò ben 49 esistenti ancora, mentre nel 1956 esse erano circa una sessantina. Le strutture furono fotografate, catalogate in base ad altezza e mole e secondo l'area in cui si trovavano: erano i preparativi per una grande pubblicazione sull'argomento, che spero veda la luce nel 2018. Qui di seguito riporto alcune delle masserie elencate; non tutte, visto che gli storici locali della domenica sono sempre all'erta per rubare il lavoro altrui (l'elenco completo è presente ne "Il caso Afragola");

  • Aiello, località Salice ( in ottimo stato di conservazione)
  • Vescovo, località Canterello (recentemente confiscata alla criminalità organizzata)
  • Cimino, località Salice (di fronte a quella Aiello, per metà è stata distrutta)
  • Mosca, nella XXII traversa Saggese (appena un casotto)
  • Loreto, sul lato destro di via Venezia Giulia provenendo dalla rotatoria della chiesa di San Michele. La voce per cui sia la sede dell'antica chiesa dedicata all'arcangelo non ha trovato finora riscontro nei documenti
  • Controlloro, in località Sanguineto, visibile da via Arena, sulla destra, prima di giungere alla rotatoria delle Cinquevie. E' una delle più estese.
  • Balsamo o Castaldo, località Marziasepe. E' un semplice edificio quadrangolare col tetto sfondato, visibile dal ponte dell'asse Mediano appena usciti dal parco “Le Porte di Napoli”
  • Gaudioso o Castaldo Gaglione, in località Vatracone. Presenta un avampozzo, una vasca per la lavorazione della canapa ed è priva di infissi. E' un tipico esempio di residenza stagionale della famiglia padronale.
  • Pellegrini, località Marziasepe, distrutta per la costruzione del parco commerciale “Le Porte di Napoli”
  • Gargiulo, località Marziasepe, distrutta per la costruzione del parco commerciale “Le Porte di Napoli”
  • Friscone, località Marziasepe, distrutta per la costruzione del parco commerciale “Le Porte di Napoli”
  • Giacca, località Marziasepe, distrutta per la costruzione del parco commerciale “Le Porte di Napoli”
  • Tufarella, località Capomazzo, nella XVI traversa Saggese. Ridotta a un rudere.
  • Russo, presso il lagno di Acerra, poco oltre e già visibile dalla masseria Vallicchio. Di essa resta appena un muro portante e quello che sembrerebbe il resto di un focolare.
  • Casilli, presso il ponte omonimo sul lagno di Acerra, distrutta. Presentava notevoli archi al piano superiore. E' stata rasa al suolo per costruire un parcheggio afferente a un mai realizzato parco giochi. Il parcheggio giace in condizioni pessime, pieno di sterpi, pali dell'illuminazione divelti.
  • Santa Teresa, località Ferrarese, distrutta. Dava il nome all'attuale via Masseria S. Teresa
  • Tuccillo, località Vatracone. Ridotta a un rudere
  • Suera, località Vatracone. Presenta una scalinata esterna, nonostante abbia un solo piano
  • Muto, località Salicelle, distrutta durante la costruzione dell'omonimo quartiere.
  • Porcheria, via Sannitica (Cardito), sostituita da un caseggiato privato