domenica 29 gennaio 2017

Io parto: Michele Migliaccio - Australia.

Foto di Michele Migliaccio


Pubblicato su "Nuovacittà", n. 2, del 28 gennaio 2017.


Migliaia di afragolesi, nel corso del Novecento, hanno abbandonato la propria città per tentare la fortuna fuori regione o persino fuori Italia. Partiti, nella maggior parte dei casi, con l’idea di tornare dopo pochi mesi o pochi anni, sono poi rimasti, per la nascita di amori, l’arrivo dei figli, l’instaurarsi di nuove abitudini. Questa nuova rubrica, "Io parto", si occuperà di raccogliere le loro testimonianze, i loro ricordi, i loro pensieri da espatriati, per scelta o, nel 90% dei casi, per obbligo. Iniziamo con il signor Michele Migliaccio, classe 1952, che nacque nel rione Ciampa e da 50 anni vive in Australia, agli antipodi di Afragola.


1. Michael, dacci una tua presentazione.

Mi chiamo Michele Migliaccio, sono nato ad Afragola l’11 novembre 1952, figlio di Alessandro (Santino) e Placida Orefice- Migliaccio. Sono spostato con Teresa Sguazzato e ho tre figli: Alessandro, Melissa e Daniel. Vivo a Scoresby, una frazione del comune di Knox, a 27 chilometri da Melbourne, in Australia. I miei genitori, subito dopo il loro matrimonio, andarono ad abitare sulla strada dove un tempo passava il tram (forse via Sanfelice, ndr), poi alla nascita di mio fratello Luigi si spostarono in Piazza Ciampa, dove vissero per vent’anni e dove nacqui io, nelle case di proprietà di Donna Maria, detta “Onna Marì e’ Pagliacc”. Papà lavorava a Napoli, e frequentava il bar di Biagio in Piazza Ciampa, proprio a fianco del palazzo dove abitavamo (noi eravamo al primo piano). Io ho frequentato le scuole elementari dalle suore Augelle del Sacro Cuore in via Principe di Napoli, e ho fatto la Prima Comunione nella parrocchia della Misericordia (Santa Maria della Misericordia in p. Ciampa, ndr). Poi andai in collegio, dai Missionari del Sacro Cuore a Secondigliano, e infine conseguii la terza media alla scuola statale di via Torrelli, Ad Afragola. I miei amici erano tutti del rione Ciampa, come il mio migliore amico Carmine Russo, figlio di un fioraio che ha continuato l’attività del padre, col negozio “La Florantonia”, adesso gestita dal figlio Francesco, e con cui sono stati in contatto sempre, fin da quando partii per l’Australia, e che nei miei 4 ritorni in città mi ha sempre ospitato per una o due settimane.

2. Quando lasciasti Afragola per l’Australia?

La via per l’Australia si aprì a causa di un fatto di guerra. Lo zio di mia mamma, Giuseppe Credentino, fu catturato durante la seconda guerra mondiale, nel febbraio del 1941, dagli angloamericani. Fu trasferito in Egitto e poi in India nel 1942. Successivamente fu inviato in Australia, nel 1944, come prigioniero di guerra, e fu costretto a lavorare in parecchi campi nelle zone di Murchinson, Broadmeadowa e Rowville, e infine presso una fottoria a New Gisborne. Finita la guerra, nel gennaio 1947 tornò ad Afragola. La vita era molto difficile a quell’epoca, e mio zio si era anche sposato. Così scrisse ai suoi ex padroni di New Gisborne, ed essendo che si era sempre comportato bene come lavoratore, essi lo riassunsero, e lui nel maggio del 1949 tornò in Australia con la moglie. Un paio d’anni dopo, il padrone gli donò 10 acri di terra, con tanto di casa colonica. E così, una volta stabilizzatosi, lo zio potè chiamare gli altri parenti di Afragola: entro il 1957 tutta la famiglia materna, nonni compresi, era in Australia. Mia madre sentiva la mancanza della famiglia, e mio padre decise così di accontentarla, anche se gli costava lasciare i suoi genitori e le sue sorelle a San Giorgio a Cremano. Nel giugno del 1967 lasciammo tutti Afragola per l’Australia, io, i miei fratelli Luigi, Franco e Giorgio e i miei genitori.

3. Com'era la vita in Australia?

Arrivammo qui in Australia alla fine di luglio del 1967, prendendo casa in affitto prima a Springvale e poi trasferendoci a Noble Park nel 1972. Durante i primi anni volevo ritornare in Italia, mi mancava molto il nostro stile di vita: qui alle 5 del pomeriggio le strade erano deserte e i negozi chiudevano. Papà mi rassegnò, e così iniziai la scuola serale per l’inglese, e a lavorare nel supermercato di mio zio Franco. Divenni rappresentante della “Coca Cola”, dove lavorai per 8 anni, per poi passare alla ditta Reckitt&Colman, dove restai 13 anni. Contemporaneamente mi dedicai agli studi di musica, e ho imparato a suonare la batteria, facendo parte di una band per quasi 25 anni! Nel 1998 mi misi in proprio, aprendo due negozi di “Party Shop”, per articoli da festa. Nel 2013, dopo 15 anni, li chiusi a causa dei problemi di salute di mia moglie e per l’inizio della crisi mondiale. Ora lavoro part time e ce la caviamo piuttosto bene. Come vedi Domenico l’Australia dopo un po' di entra nel cuore….Quando siamo arrivati nel 1967 si trovavano abbastanza prodotti italiani, e adesso si trova di tutto, da ogni parte del mondo. Ci sono molte possibilità di lavoro, più dell’Italia, basta avere solo voglia di lavorare. E poi Melbourne è una bella e vivibile città. L’Australia è immensa e bellissima (mai come Napoli). L’Italia potrebbe “entrare” tranquillamente nello Stato di Victoria (una delle 6 partizioni in cui l’Australia è divisa, ndr).

4. C'è una comunità di italiani e afragolesi là dove vivi? Come cambiano gli italiani all'estero?

La comunità italiana a Melbourne è abbastanza grande, abbiamo una “little Italy” nell’area di Melbourne detta “Lygon Street Carlton”. Di afragolesi ce ne sono pochi: i miei zii materni e un paio di cugini a Sydney. Faccio parte e sono stato Presidente del Knox Italian Community Club e sono vicepresidente e tesoriere del Knox Italian Senior Citizens Club (pensionati italiani). Ci sono italiani di ogni parte d’Italia, moltissimi campani, parecchi da Benevento e Avellino. Io ho fatto parte di un gruppo multiculturale per 4-5 anni e ho sempre cercato di organizzare un’accoglienza armonica per tutti, perché mi piace aiutare. Ma la maggioranza degli italiani qui non hanno lasciato le idee della terra d’origine, nel bene e nel male: non sono mai usciti fuori dal loro circolo di conoscenze e non accolgono altre persone con entusiasmo e calore.

5. Torni ad Afragola per visita o vacanza? Hai mai pensato di tornarci a vivere?

Sono tornato 4 volte ad Afragola in questi anni. La prima volta per una promessa fatta a papà prima che lui se ne andasse: trovarmi al suo posto per il matrimonio di mia cugina Sonia, figlia della sorella di mio padre che doveva accompagnarla all’altare. Mantenni la promessa e incontrai tutti i miei zii e cugini, ospitato dal mio amico Carmine Russo. L’ultima volta che sono tornato è stato 8 anni fa, nel 2008, e sono rimasto un po' scioccato per le condizioni di certi quartieri, poiché non c’era tanta pulizia. Anche in Piazza Ciampa alcuni ci guardarono in modo strano e non tanto amichevole, e così ce ne andammo verso la zona di Sant’Antonio. Ho sempre pensato di tornare a vivere in Italia. Ma adesso con tre figli che sono la mia vita mi è impossibile. Perciò tornerò solo per vacanza.

 6. Cosa consiglieresti a un afragolese che volesse emigrare in Australia?

La prima cosa che consiglio prima di emigrare qui è di imparare bene l’inglese, così sarà più facile trovare lavoro. Bisogna stare aggiornati su certe modalità australiane, come il visto, che è difficile da ottenere. Se si conosce qualcuno che potrebbe offrire lavoro subito, il visto viene invece rilasciato più facilmente. Il lavoro qui c’è, sopratutto nell’area italiana di Melbourne.

7. Cosa ti piace delle tradizioni afragolesi? E cosa credi che l'Australia possa offrire di più rispetto all'Italia?

Sono e rimarrò sempre afragolese! Molte abitudini mi piace mantenerle, soprattutto se culinarie – la cucina napoletana è la migliore e mi piacciono le ricette tradizionali. L’Australia può offrire molto ai giovani che si impegnano: all’inizio si può lavorare nei ristoranti, nei supermercati, poi dopo un paio d’anni si riesce a trovare un lavoro full time.

8. Hai dei ricordi di Afragola?

Ricordo molto dell’Afragola degli anni Sessanta: le strade e i vicoli lastricati di basoli; il giardino in Piazza Ciampa, che era sul sito dove adesso hanno costruito la scuola; i bus che riuscivano appena a entrare in piazza. Ricordo anche cose meno belle, come un missionario dei sacri Cuori che mi schiaffeggiò pesantemente, motivo per il quale lasciai il collegio di Secondigliano, o quella volta che salvai mio fratello Luigi dal crollo delle scale interne del palazzo dove abitavamo, che si schiantarono poco prima che mio fratello scendesse a prendere il latte. Ricordo la chiesa della Misericordia, e il parroco, don Alessandro, che mi piaceva aiutare nel servire la santa Messa. Ricordo la mia professoressa, la signorina Tuccillo, a scuola dalle suore. Ricordo le feste in piazza, specialmente quando c’era il “palo di sapone”, e io e Carmine Russo e altri amici facevamo esplodere dei “trik-trak”. Bellissimi ricordi, che non dimenticherò mai!


Piazza Ciampa verso la metà del Novecento, così come doveva presentarsi al giovane Michele Migliaccio

mercoledì 25 gennaio 2017

Afragola d'arte. San Domenico - Cappelle destre

Navata e tetto della chiesa


Articolo correlato: Prospetto e nota storica - LINK

La chiesa di San Domenico ha avuto numerosi rifacimenti in seguito al diverso uso dei suoi ambienti nel corso dei secoli, e sopratutto dopo il sisma del 1980, che rese precarie molte delle strutture del tempio, tanto da provocarne la chiusura fin quasi alla fine del millennio. Entrando in chiesa, leggiamo sul pavimento dell’antiporta la scritta “Natale Domini 1965”, il che ci informa che è stata in quella data che l’antico piano è stato sostituito. Il calpestio della chiesa si presentava, come in tutte le altre afragolesi, in mattonelle in cotto maiolicato, a formare una grande corona del Ss. Rosario. Tale calpestio sembrerebbe dunque essere stato sostituito 50 anni fa, ma un’altra fonte ci informa1 che il grosso dei lavori è stato compiuto dopo il succitato terremoto. La chiesa è a croce latina, e presenta una sola navata con 5 cappelle per lato, un transetto che separa la navata dal presbiterio e un’ampia volta a vela all’incrocio dei due assi. Le cappelle sono ambienti separati dalla navata con archi a tutto sesto e di varia profondità.

La prima cappella del lato destro è priva di altare, anche se una volta ne esisteva uno in muratura, che si è fatto in tempo a fotografare negli anni scorsi2. Presenta una nicchia con cornice in stucco, contenente un crocifisso d’epoca. La seconda cappella è la prima che presenta due cornici ovali in stucco alle pareti, presenti in tutte le altre, anche del lato sinistro, e che probabilmente contenevano pitture in tema con l’Ordine domenicano, oggi tutte scomparse. L’altare è del XVIII, in marmi policromi, con volute laterali laddove, prima del Concilio, si celebrava ancora sugli altari laterali e servivano per dare appoggio ai candelabri. La nicchia presenta una cornice barocca con una statua di San Vincenzo.                               
Terza cappella
Il terzo ambiente è il più importante del tempio, poiché è dedicata a San Domenico, benchè adesso vi sia la statua della Madonna del Rosario che regge il Bambino. Era di patronato dei Castaldi, il cui stemma è in chiave all’arco d’ingresso, separato dalla navata da una balaustra in marmo bianco. La cappella, già esistente fin dalla metà del Seicento, fu poi ampliata dai patroni sul finire dello stesso secolo, creando così due ambienti. 
Nel primo si apre la scalinata che conduce alla cripta di famiglia, attualmente tappata da una lastra in vetro, e presenta due lapidi marmoree alle pareti, che ricordano la famiglia e la fondazione della cappella. Il secondo ambiente è dominato da una cupoletta, retta da un tamburo con 4 finestrelle quadrangolari, alternate da 4 cornici ovali con affreschi molto danneggiati dall’umidità. Queste pitture riprendono i temi della Vita di San Domenico: la Madonna del Ss. Rosario, San Domenico e un angelo, San Domenico benedicente un uomo in un pozzo, San Domenico benedicente un malato, e l’ultimo ormai non più decifrabile. L’altare risale al XVIII secolo, con un paliotto decorato a medaglione con croce raggiata. Non è l’altare originario della cappella, visto che proveniente dall’oratorio della Confraternita del Ss. Rosario, disciolta alla fine del Settecento. La quarta cappella presenta un pavimento maiolicato del XVIII secolo che raffigura intrecci di fogliame, tralci e un cesto con frutta con uccelli ai lati. L’altare è coevo al pavimento, con marmi policromi e un paliotto a forma romboidale. Nella cornice è presente un quadretto di Sant’Anna, anche se fino agli anni Settanta conteneva un affresco di Angelo Mozzillo, adesso spostato in un altro punto della chiesa. La quinta cappella è simile alla precedente, solo cambia il motivo ornamentale del cotto, con anfore traboccanti di fiori. L’altare settecentesco presenta un tabernacolo con porticina in legno dorato, con l’immagine del Sacro Cuore di Gesù. La nicchia d’altare presenta una statua di San Gennaro, in legno dipinto, risalente sempre al XVIII secolo, di autore ignoto.


1 Carlo Cicala, “La collegiata del Ss. Rosario”, A. R. C. A., 1996


2 Alfonso Caccavale, “La chiesa del Ss. Rosario”, A. R. C. A. , 2000

domenica 22 gennaio 2017

Benedetto IX, il Papa che regnò due volte (e non tre).




Già una volta espressi la mia opinione circa i dilettanti storici e in generale di quanto si occupano di Storia senza averne conoscenze adeguate (segui questo LINK). Il caso di Benedetto IX, papa dell’XI secolo, è da manuale su come NON si debba far scrivere di cose storiche giornalisti, romanzieri e persino storici patentati che però non sanno interpretare le fonti scritte (e che hanno ottenuto il posto grazie a un cognome o alla conoscenza giusta, ma questo è un’altra faccenda). La questione dei tre pontificati, che esplode nel 1044, da inizio a una delle storie più ingarbugliate della Storia del Papato, in cui tutti ne uscirono con le ossa rotte: il Papa, il suo successore, i Romani e i presunti storici che si sono occupati della vicenda (redattori dell'Annuario Pontificio compresi). 

Alla morte di Giovanni XIX, nel 1032, fu eletto il terzo papa della famiglia dei Tuscolani, Teofilatto III. Gli altri due furono lo stesso Giovanni e Benedetto VIII Era giovane, ma meno di quanto pretendono coloro che gli assegnano 12 anni al momento dell'elezione e che si basano su fonti partigiane contrarie alla famiglia dei conti di Tuscolo. Teofilatto assunse il nome di Benedetto in onore dello zio (leggi qui: LINK) e governò per oltre un decennio senza sconvolgimenti. Lo assistevano Pietro, suo cancelliere, Lorenzo, ex arcivescovo di Amalfi, Bartolomeo, abate di Grottaferrata, che gestirono il temporale tenendo a freno la condotta di Benedetto, che sembrava dedito al concubinato. Ebbe però buoni rapporti con l'imperatore Corrado II, che incontrò nel 1037 per discutere dell'affaire di Ariberto di Milano, che si era ribellato all’autorità imperiale, e rimase teologicamente ortodosso. Nel 1044, per motivi ignoti, Roma si sollevò contro di lui e la sua famiglia, e i cittadini si misero d'accordo nell'eleggere un sostituto all'indegno Pontefice espulso. Pur ammettendo che la condotta del Papa fosse stata immorale, è da escludere l’ipotesi, reiterata più volte, che volesse sposare una sua cugina. Tali voci furono messe in circolo dopo la morte di Benedetto, quando il partito imperiale dovette giustificare le intromissioni regali nelle lezioni pontificie, successive agli eventi che qui esponiamo. Si fecero avanti così i Crescenzi Ottaviani, che fecero correre del denaro per ottenere l'elezione di Giovanni, vescovo della Sabina, il quale assunse il nome di Silvestro III (1045). I Tuscolani però non si arresero, e rientrarono in città, deponendo Silvestro dopo appena 49 giorni di regno. Il 10 marzo 1045 Benedetto IX fu reintegrato sul trono, di cui era il legittimo titolare: quindi, benché l'Annuario Pontificio lo enumeri con due pontificati diversi, egli rimase in carica ininterrottamente durante la parentesi silvestrina. Tanto più che il partito di Silvestro aveva ottenuto la carica tramite la simonia, benché bisogna rivelare che tale affermazione risalga a una fonte vicina ai Tuscolani. Che però Benedetto fosse riconosciuto come Pontefice lo dimostrò lo stesso avversario, che rinunciò al Soglio, si sottomise e si ritirò nuovamente in Sabina sua diocesi senza essere punito, mentre i Crescenzi tenevano ancora Castel Sant'Angelo, certo più per motivi di potere che per desiderio di riforma ecclesiastica. 

Tempo due mesi e accadde il colpo di scena: Benedetto, malvisto dai riformatori e sentendosi poco sicuro a Roma, abdicò in favore di Giovanni, suo padrino e arciprete di San Giovanni in Porta Latina, divenuto Papa Gregorio VI il 1 maggio 1045. Fu un'abdicazione, non una compravendita, come romanzieri e storici poco adusi a leggere le fonti si ostinano a ripetere: se denaro corse, fu evidentemente fra i Tuscolani e la famiglia del neoeletto, ma l'abdicazione fu concordata fra tutti i partiti in campo e coi cittadini stessi. L'accusa di simonia spunterà fuori per la polemica di Pier Damiani, e verrà ripresa e ufficializzata dal Liber Pontificalis prima, e da Papa Vittore III dopo. Ma può essere che un uomo pio e dalla volontà riformatrice come Gregorio VI inizia la sua opera comprandosi la carica? Avendo oltretutto come cappellano Ildebrando da Soana, che già era noto sotto Benedetto IX per i suoi afflati riformatori? Le fonti sembrano concordare sull'esborso di 200 o 2000 libbre d'argento, ma esse di basano sulle testimonianze di Pier Damiani, polemista della prima ora, e quindi non rispondono al criterio storiografico dell'oggettività. 
Lo sdegno per quanto accadeva in Roma, dove Gregorio stava epurando i Tuscolani, famigliari e alleati di Benedetto IX, e dove un gruppo di sostenitori di Silvestro III ancora imperversava a Santa Maria Maggiore, spinse i riformatori a rivolgersi al "Rex Heinrice, Onnipotentis vice" per porre fine alle tre ubbidienze. Enrico III scese in Italia, e per il 20 dicembre 1046 convocò un concilio a Sutri, feudo della Chiesa ma abbastanza lontano da Roma per non subirne le influenze. Silvestro III fu dichiarato decaduto ufficialmente e fu costretto a rifugiarsi in un monastero, anche se finì i suoi giorni in tranquillità in Sabina. Gregorio VI, che si era già visto col re tedesco a Piacenza ricevendone l'omaggio, fu costretto all'abdicazione volontaria o all'imprigionamento; scelse la prima formula e il concilio lo condannò all'esilio in Germania, nelle terre imperiali. Benedetto IX non si presentò al concilio, e restò a Tuscolo dove non fu possibile snidarlo: la sua abdicazione di un anno e mezzo prima fu ufficializzata e fu anche scomunicato per non essersi presentato. Il 23 dicembre terminava il concilio, e Gregorio, tornato a essere Giovanni, partì in esilio all'inizio del 1047, insieme alle truppe imperiali, seguito da Ildebrando che non volle abbandonarlo.


Il concilio sanzionò formalmente la decadenza di Benedetto IX dalla carica, avvenuta il 1 maggio 1045 con sua volontà esplicita. Il pontificato di papa Teofilatto durò quindi dal 1032 fino a quella data, quando abdicò in favore del padrino Giovanni, divenuto Gregorio VI. Ecco perché il re tedesco Enrico III, terminato il concilio, potè procedere alla nuova elezione: esiliato Gregorio e rinchiuso in Sabina Silvestro, dichiarato deposto e rinunciatario Benedetto, non c'erano più pretendenti al Soglio che potessero vantare diritti. Il 24 dicembre 1046 Enrico III, tramite un'elezione formale del clero e adoperando i suoi diritti a norma del Privilegium Othonis, nominò Pontefice un nobile sassone, Suidgero vescovo di Bamberga e cappellano imperiale. Assunse il nome di Clemente II, e fu il secondo papa tedesco. Il giorno dopo, 25 dicembre, Clemente incoronò Enrico imperatore, e fu forse in quell'occasione che la cittadinanza romana offrì al sovrano il patriziato. Ma i Tuscolani non si erano rassegnati a restare fuori dai giochi. Morto Clemente II a Pesaro il 9 ottobre 1047 (del suo pontificato e di una particolarità del suo regno parleremo in un prossimo articolo), il predecessore Benedetto IX tornò a Roma e si insediò nuovamente in San Pietro. In questa occasione non aveva però più alcun diritto, rispetto al 1045, poichè non solo aveva abdicato spontaneamente ma era stato anche scomunicato a Sutri. Tornò in Laterano quindi come usurpatore invece che di legittimo titolare, e in tal senso non si comprende come l'Annuario Pontificio possa attribuirgli un terzo pontificato, numerandolo diversamente dagli altri due - anche se abbiamo dimostrato che di pontificato ce ne fu solo uno, esercitato in momenti diversi. L'usurpazione di Benedetto durò poco: nel luglio del 1048 fu scacciato da Roma insieme con i suoi alleati, permettendo l'insediamento del legittimo successore, Damaso II. Da questo momento, Teofilatto- Benedetto esce di scena anche dalle fonti dell'epoca, pur essendo citato in un atto notarile circa la donazione di alcune terre a un monastero, che ci informa che era ancora vivo sul finire del 1055 e sicuramente morto nel 1056. Vide quindi il succedersi anche di Leone IX e di Vittore II sul Soglio che lui e la sua famiglia avevano così deturpato.

sabato 14 gennaio 2017

Uno sguardo fuori dall'Impero: l'Europa nell'XI secolo.

Monumento equestre del Cid, in Spagna, protagonista della Reconquista dell'XI secolo.


Dopo il Mille, la ripresa economica e culturale dell’area mediterranea- atlantica dell’Europa interessò non solo l’Impero, stabilizzatosi con la dinastia degli Svevi (vedi QUI), ma anche le nuove formazioni politiche che nascevano o andavano rafforzandosi nella prima metà dell’XI secolo. Il quadro d’insieme era ancora mutevole, il dualismo Impero- Chiesa ancora dominava lo scenario politico e culturale del continente. Ma, seppure in maniera marginale, le nuove “nazioni” ebbero modo anch’esse di partecipare agli eventi epocali che interessarono l’umanità europea in questi 100 anni. Nella seguente panoramica ci occuperemo quindi di analizzare le nuove entità politiche che contornavano l’Impero, dandone le essenziali coordinate storiche (poiché ognuno di questi popoli meriterebbe una trattazione singola che occuperebbe molte pagine, ma non è questa la sede adatta, per il momento) e osservando come esse si relazionavano con l’Impero tedesco e la Chiesa precluniacense.

FRANCIA (987 - 1060)

Il 1 giugno 987 avvenne l'incoronazione di Ugo Capeto a re di Francia. Il titolo, come già scrivemmo in un precedente post, aveva più valore simbolico che effettivo riscontro sul territorio: la giurisdizione del "Ciappetta" (per dirla con Dante) era sì estesa a buona parte dell'attuale Francia nord- occidentale, ma era frenata nella sua espansione dall'esistenza di regni minori, il maggiore dei quali era quello di Borgogna, sul quale si appuntavano le mire imperiali. Appoggiato dai tedeschi - vero artefice della sua incoronazione fu l'arcivescovo di Reims, Adalberone - Ugo associò al trono il figlio Roberto per rendere più sicura la successione. Roberto I regnò dal 996 al 1031, e attuò la centralizzazione del potere regio: abbassò la potenza dei duchi, avocando a sé il privilegio di decidere il destino dei feudi vacanti, trovò accordi con la Chiesa nazionale, iniziò la serie delle "tregue" o "paci di Dio" per ristabilire l'ordine nei territori della ex Gallia, ed ebbe buoni rapporti con l'imperatore Enrico II, col quale si incontrò nel 1021. Si associò al trono il figlio Enrico I, che regnò poi dal 1031 al 1060, contrastato in primo luogo dalla madre che gli oppose l'altro figlio, e in seguito dai nobili che volevano rendersi più indipendenti. Il lungo regno enriciano fu meno felice anche in seguito alle sconfitte subite per mano dei Normanni, e alla riduzione di prestigio della monarchia. Nel 1060 Enrico morì e il trono passò al figlio di soli 8 anni: Filippo I: era iniziata così la lunghissima serie dei "Filippi e Luigi" (per dirla ancora con Dante).


INGHILTERRA (980 - 1066).

I re sassoni dell'VIII e IX secolo (Alfredo il Grande, Edoardo il Vecchio, ecc.), aveva unificato l'isola sotto un unico dominio, con l'aiuto del clero locale, in primis l'arcivescovo di Canterbury, e dell'assemblea legislativa del Witena - Gemot (riunione dei saggi). Negli ultimi decenni del X secolo e nei primi dell'XI, minorità o debolezze dei sovrani avevano permesso ai Danesi di Canuto il Grande (1014 - 1035) di prendere il controllo della Gran Bretagna, conquistata definitivamente nel 1017 dopo eroiche resistenze. Canuto amministrava, come vedremo in un successivo articolo, un miscuglio troppo eterogeneo di popoli per lasciare un'impronta durevole; ebbe però il merito di far penetrare appieno la religione cristiana in Scandinavia, fino ad allora poco e male assimilata. Scomparso Canuto, i sassoni ripresero il potere con Edoardo, che si circondò di consiglieri normanni, cosa malvista dai funzionari locali, i quali riposero le proprie speranza in Aroldo, figlio di Godwin. Costui però, in seguito a un naufragio sulle coste della Normandia, cadde nelle mani di Guglielmo, duca della regione e cugino del re Edoardo. Aroldo gli giurò fedeltà cosicchè, quando nel gennaio 1066 Edoardo morì ed egli presentò la propria candidatura al trono, apparve come uno spergiuro. Guglielmo ebbe quindi buon gioco per lamentarsi a Roma presso Papa Alessandro II, che lo sostenne e gli inviò il vessillo di San Pietro, rendendo l'Inghilterra un regno vassallo della Sede Apostolica. Fu organizzata una spedizione punitiva contro Aroldo, impegnato intanto contro i Norvegesi a nord- est dell'isola. Sconfitti questi, il re sassone aveva però un esercito stanco e decimato allorquando affrontò i Normanni, e così si spiega la sconfitta ad Hasting il 14 ottobre 1066, e la morte sul campo di Aroldo stesso. Guglielmo fu incoronato sovrano d'Inghilterra il 25 dicembre 1066, dando inizio al dominio franco normanno sull'isola e alla dinastia che, seppur in maniera indiretta, regna ancor oggi sull'isola britannica.

DANIMARCA (986-1035)

Già Ottone I aveva dovuto prendere atto che oltre l'attuale regione dell'Holstein non avrebbe potuto spingersi, per la presenza del forte dominio dei Danesi. Questo popolo, sotto la guida di Harold Zanna Azzurra, era riuscito a ricacciare ogni influenza tedesca nel proprio territorio già a metà del X secolo. Sotto Sweyn I Barbaforcuta (986 - 1014), i Danesi occuparaono la Norvegia, fino alla regione artica, e sottomisero, nel 1013, l'Inghilterra dei sassoni (vedi post precedente). Nel 1014 il trono danese passò ad Aroldo II, mentre quello inglese fu occupato dal fratello Canuto, che dovette spezzare anche una rivolta causata dalla nobiltà sassone. I due regni, quello di Danimarca e Norvegia e quello d'Inghilterra, furono riuniti nella persona di Canuto nel 1018. Il giovane sovrano (era nato nel 994) si trovò così a regnare su un eterogeneo agglomerato di popoli, dalla Norvegia alla bassa Vistola, dall'Oder al Tamigi, oltre naturalmente alla Danimarca e alle estreme isole settentrionali che ne riconoscevano almeno la supremazia. I 16 anni di regno furono forti dal punto di vista militare, e guadagnarono al sovrano danese il titolo di Grande, ma mancava un vero principio unificatore per un impero così vasto, nè la religione cattolica tornava utile alla bisogna, essendo che essa era stata variamente accolta o respinta in quelle terre così lontane da Roma. A Canuto va comunque il merito di aver introdotto i popoli del Nord nella comunità dei popoli cristiani, ponendo davvero fine alle scorrerie piratesche dei secoli precedenti.


POLONIA (963 - 1025).

Per alcuni popoli stanziati nell'area centro- orientale europea il Medioevo ebbe inizio dopo il Mille e fu preceduto solamente da una lunga preistoria: ossia si passò direttamente dalla fase acivile , con culti pagani e disorganizzazione economico- sociale, a un ordinamento e a una religione, quella cristiana, che di solito associamo al periodo medievale. Basta questo per farci capire che per "Medioevo nell'est Europa" dobbiamo intendere un Medioevo in senso lato, mancando qui la lunghissima fase preparatoria dell'età imperiale romana.
Il primo dato oggettivo che colpisce chi si dedica alla storia orientale europea è la costante attenzione posta da quei popoli per salvaguardare la propria indipendenza e, nel contempo, arrivare al livello di chi era più progredito di loro:
un nazionalismo con ispirazioni universalistiche, potremmo dire. Ad accentuare la loro tensione era anche la loro posizione geografica, nel cuore dell'Europa, privi di barriere naturali, posti fra i Tedeschi e gli Slavi, e al centro della grande contesa religiosa fra la Roma cattolica e la Costantinopoli ortodossa, che manifestavano nei fatti la divisione che sarebbe formalmente arrivata a metà del secolo. 

Mieszko I di Polonia
Il primo popolo per eminenza, tra quelli orientali, era quello polacco. La Polonia nacque come individualità nazionale nella seconda metà del X secolo, come nucleo statale nato intorno al bacino del fiume Vistola e poi man mano allargatosi a oriente. Come sempre avviene in questi casi, la nascita della nuova nazione fu dovuta a una personalità d'eccezione, Mieszko I, della dinastia dei Piasti, che regnò dal 963 al 992 come duca. Mieszko fu in buone relazioni con Ottone I e II, sposò la figlia del duca di Boemia in modo da rassicurarsi sui confini meridionali del suo regno, e promosse la cristianizzazione del suo popolo secondo i riti della Chiesa cattolica, arrivando a donare il suo regno al Papa Giovanni XV, ponendo inoltre la prima diocesi del suo Stato, quella di Poznan, alle dirette dipendenze della Santa Sede, Mieszko, a capo di un regno privo di difese naturali impegnative, guardava lontano, nell'intrattenere buone relazioni con i vicini. Suo figlio, Boleslao I (portava il nome del nonno materno), fu più orgoglioso e meno attendista. Il suo regno, durato dal 992 al 1025, vide il capovolgersi della politica paterna: Boleslao combattè l'imperatore Enrico Ii e tentò di unire Polacchi e Boemi. Non riuscì il suo intento a causa dell'alleanza tra Enrico II e la Russia di Kiev, che stringeva in una morsa la Polonia (e quante altre volte sarebbe successo, nella Storia!). Nel 1018 fu conclusa la pace di Bautzen fra Impero e Polonia, diventata regno per opera di Papa Giovanni XIX. Pacificata la situazione ai confini, rimase turbolenta quella interna, per le spinte separatiste di alcune tribù sobillate dai russi, dai tedeschi e dai boemi, che miravano a disarticolare in tanti principati il giovane regno.

UNGHERIA (970- 1038).

Lo studioso boemo Fr. Palacky ha scritto, riguardo all'invasione magiara nell'Europa centrale del X secolo, che essa è stata "la maggiore disgrazia che abbia colpito il mondo slavo". La presenza del cuneo magiaro spezzò di fatto la continuità slava, separando il gruppo meridionale (Serbi, Croati, Bulgari) da quello orientale (Russi, Ucraini, Cechi, Slovacchi). I Magiari erano un popolo di tribù ugro-finniche stanziatesi nella piana danubiana e partendo da lì per le loro note incursioni in Italia, Germania e Borgogna. Con il capo tribù Geza (970- 997) cominciarono a trasformarsi da pastori e razziatori in agricoltori, ed ad avere le prime forme di stanziamento demico stabili. Il figlio di Geza, Stefano I (997- 1038) fu il vero fondatore della nazione ungherese. Egli contrastò il paganesimo, promuovendo al contempo la cristianizzazione del suo popolo secondo il culto di Roma, e dichiarò il latino lingua ufficiale del regno.
Stefano I d'Ungheria
Ebbe buoni rapporti con l'imperatore tedesco Ottone III, suddivise il territorio a lui soggetto in 45 distretti comandati da governatori dipendenti direttamente da lui, fondò due arcidiocesi e otto diocesi e pose il regno sotto le dipendenze della Santa sede, come accadde in Polonia (vedi articolo di ieri). Papa Silvestro II gli inviò la corona reale nell'Anno Mille, e così Stefano potè essere in breve riconosciuto sovrano unico di tutte le tribù magiare. La dipendenza da Roma gli garantiva inoltre una difesa contro le mire espansionistiche dei Tedeschi, che malcelavano il desiderio di allargarsi a est. Alla sua morte, nel 1038, l'Ungheria aveva assunto una posizione di primo piano nel concerto delle nazioni europee tanto da essere temuta da Enrico II, imperatore di quello stesso Impero così tanto aggressivo a inizio secolo. Morto Stefano, ci furono torbidi per la successione e un indebolimento della casa regia, ma le linee fondamentali della nuova nazione - cristianizzazione secondo i dettami di Roma e potenza militare in grado di tenere a bada Tedeschi a ovest e Russi e Ucraini a est - erano state ormai tracciate.


SPAGNA (1000 - 1086)


Dal centro Europa passiamo oggi alla Spagna, o meglio ai territori iberici oggi conosciuti come tale Paese. A partire dall'XI secolo, la riconquista cristiana fece passi da gigante nella lotta al dominio musulmano, sia per il valore dei cavalieri in campo, per lo più francesi, sia per la debolezza dei vari regni islamici. Papa Alessandro II concesse inoltre le indulgenze a chiunque si fosse recato in Iberia a combattere in nome della Fede. Si ebbero così vere e proprie spedizioni armate, che precedettero di vent'anni la Prima Crociata. Accanto ai successi cristiani, come la conquista di Barbastro, ci furono riprese musulmane, come la battaglia di Zalocca nel 1086. Campione dei cristiani fu Ruy Diaz del Vivar, popolarmente conosciuto come El Cid, che sconfisse più volte i musulmani pur non disdegnando di accordarsi con essi. Ma abbiamo già oltrepassato il limite del 1040 che ci siamo imposti in questi articoli di respiro illustrativo, e quindi rimandiamo la trattazione delle imprese del Cid prossimamente.

LE REPUBBLICHE MARINARE: AMALFI, BARI, PISA, GENOVA, VENEZIA.


Benché non assimilabili a vere e proprie nazioni, anche le Repubbliche marinare italiane meritano una citazione nel discorso che stiamo svolgendo sulle realtà europee della prima metà dell'XI secolo. Amalfi, Pisa, Genova, Bari e Venezia erano, per esigenze commerciali, in contatto continuo con realtà esterne alla "respublica christiana", e anzi erano il tramite fra questa e le altre civiltà del Mediterraneo.
Amalfi, formalmente bizantina ma nei fatti indipendente, seppe mantenere buoni rapporti coi i musulmani e così per 200 anni circa sfruttò la sua posizione geografica e i suoi rapporti commerciali per fondare sue colonie a Costantinopoli ed Antiochia, in diverse città siciliane (la Sicilia, ricordo, era musulmana), in diversi punti dell'Adriatico, finquando non sorse la potenza di Bari. Il periodo d'oro ebbe termine allorché prima i principi di Salerno, poi i Normanni la insidiarono, togliendole l'indipendenza e facendo cessare gran parte dei traffici, già compromessi dall'infelice posizione geografica del piccolo centro, stretto lungo una breve striscia abitativa con alle spalle i roccaforti rocciosi della Costiera. Dopo 30 anni di dominio saraceno, Bari alla fine del IX secolo tornò bizantina, diventando la capitale di uno di quei domini retti da un Capitano, godendo di una buona prosperità economica e servendo da punto di imbarco per i pellegrini che si recavano in Terrasanta; nel 1087 alcune navi baresi dirette in Siria presero Mira (Turchia) e prelevarono il corpo di san Nicola, portandolo in patria ed erigendogli un tempio che, assieme ad altre architetture coeve, è la miglior testimonianza della ricchezza raggiunta dalla città e in genere dalla costa pugliese (Trani, Barletta, Siponto). I due soli porti di rilievo del Regno d'Italia medievale erano Pisa e Genova, che proprio a causa di ciò tardarono a rendersi autonome. Decaduta la classe mercantile in seguito all'invasione longobarda in Italia, che aveva interrotto i rapporti con l'Impero d'Oriente, dal X secolo la minaccia fu rappresentata dai musulmani, e gli abitanti dovettero pensare più alla difesa che all'espansione. Furono dapprima i Pisani a slanciarsi verso la Sardegna, la Corsica, le Isole Baleari e l'Africa settentrionale, sottraendo aree all'influenza islamica e utilizzando finanche la giurisdizione ecclesiastica come di un'avanguardia, perchè laddove arrivavano vescovi e preti sarebbero poi seguiti mercanti, funzionari, amministrazione civile.
Chiesa di San Michele al Borgo, Pisa
Genova ebbe una decadenza economica più lunga, essendo tagliata fuori dalle grandi vie di comunicazione (la via Francigena evitava la costa infestata dai pirati). L'unica istituzione sovracittadina era l'episcopato, di antica fondazione. Distrutto il centro musulmano di Frassineto nel 987 (ne parleremo in un prossimo post), anche la città ligure iniziò ad espandersi, a stringere rapporti commerciali con altre realtà. Le Crociate della fine dell'XI secolo segneranno il periodo d'oro di Genova, che espanse così i suoi traffici anche nel Mediterraneo orientale, mentre per tutto il secolo la sua potenza era rimasta limitata a quello occidentale (Francia, Sicilia, Spagna cristiana).

Venezia ebbe una storia a sé anche prima della ripresa dopo il Mille, pur segnata dalle lotte intestine delle famiglie di rilievo della cittadina. Il doge Pietro II Orseolo aveva ottenuto dall'Impero d'Oriente una Bolla d'Oro (992) che consentiva alle navi veneziane di operare in piena libertà nel porto di Costantinopoli. Aveva poi aggiunto alla sua carica l'impegnativo titolo di Dux Dalmaticorum, e raggiunto l'apice del potere. Ma, morto lui, la sua famiglia fu cacciata dalla laguna perché considerata troppo filobizantina e costretta a rifugiarsi in Istria. I dogi suoi successori cambiarono politica, rivolgendosi all'imperatore tedesco Corrado Ii, creando un complesso dualismo politico. Il Patriarca di Aquileia, amico della corte tedesca, riprese così il controllo su Venezia a scapito del Patriarca di Grado, sostenuto da Roma, che in quel momento andava ben poco d'accordo coi sovrani salici. Il contatto con l'Oriente non cessò, tuttavia. Venezia possedeva un servizio di posta regolare fra l'Europa centrale e Costaninopoli, cosa che dimostra che i traffici tra laguna e Corno d'Oro aveva raggiunto una notevole regolarità. La potenza veneziana fu poi ulteriormente allargata da un diploma dell'imperatore orientale Alessio I, del 1082 e che qui citiamo per completezza di informazione anche se scavalca il limite temporale che ci siamo dati: col privilegio imperiale, veniva data ai veneziani la possibilità di aprire fondachi e negozi nella capitale, nonché di avere approdi liberi da esenzioni in Siria, Tracia, Asia Minore, Grecia. Era l'inizio della potenza "nazionale" veneziana, che fu indebolita nel XVI secolo e sparì definitivamente solo con Napoleone, 7 secoli dopo.

venerdì 13 gennaio 2017

La mano storta di Hoffman.





Mi capita a volte di leggere libri che all’inizio promettono molto, poi vengono a perdersi in maniera indegna, con finali che non reggono l’inizio della storia. Quando succede, ho la sensazione di essere stato in qualche modo defraudato del mio tempo e della mia voglia di leggere. E la prima reazione è un “Bah!Bubbole!” diretto non tanto all’opera quanto all’autore, che evidentemente aveva perso ispirazione in corso d’opera. Un’occasione del genere mi è capitata tre sere fa, terminando la lettura de “La mano sinistra di Dio”, opera del 2010 di Paul Hoffman. Un libro che poteva dare decisamente di più, e si è perso frettolosamente.
La trama è semplice. In un Santuario gestito da pazzoidi amanti delle torture chiamati Redentori, vivono Cale, protagonista del romanzo, e i suoi amici Kleist e Henry. In effetti solo Henry è amico di Cale, mentre Kleist è il solito approfittatore che segue il protagonista per poter ricavare il meglio dalle situazioni che si presentano, non disdegnando di lamentarsi a ogni pagina. Al Santuario avvengono allenamenti estenuanti, con scarsa nutrizione e indottrinamenti continui contro il peccato, contro i nemici della fede – chiamati Antagonisti – e contro le deviazioni dalla fede nel Redentore impiccato che ha dato la vita per la salvezza di tutti. Già alla terza pagina il lettore riconosce la critica al Cristianesimo, al cattolicesimo romano in particolare, rappresentato da torturatori e sodomiti per tutto il libro. Bisogna a questo punto trattenere l’istinto di abbandonare la lettura, perché in fondo merita per la trama. Con uno stratagemma, i tre riescono a fuggire dal Santuario portandosi dietro anche una ragazza che era destinata a essere vivisezionata da un Redentore, ed entrano in contatto con i soldati della città di Memphis, capitale di un vastissimo impero, retta da un Maresciallo buontempone (finquando non gli toccano la figlia Arbell) e dal primo ministro Vipond, dotato di arguzia diplomatica e di moltissimi contatti fra le più varie classi sociali. I tre fuggiaschi vengono assunti ben presto come guardie del corpo di Arbell, che naturalmente sarà fatta oggetto di un tentato rapimento ad opera dei Redentori, e che naturalmente si innamorerà di cale – è la parte più noiosa dell’intera opera, anche perché in questa storia d’amore fra la bella e il bruto non c’è nulla di originale. Cale assisterà poi alla battaglia fra Redentori e Ferrazzi, i nobili guerrieri di Memphis, alteri e sdegnosi di combattere con chi non ha una tradizione nobiliare alle spalle. La foga di questi idioti dal sangue blu voler partecipare per primi alla lotta porterà all’estinzione di un esercito tre volte maggiore di quello dei Redentori, che alla fine conquisteranno Memphis e…..e qui mi fermo, perché non è bene rivelare il finale, che mi ha lasciato senza parole per la sua inconcludezza. Perchè è vero che questo romanzo si inserisce in una trilogia, ma il mondo in cui questo libro si conclude….Basta, non una parola di più.

Ora, finquando si parlava di lotte contro i Redentori, avventure notturne al Santuario, litigi e ricomposizioni fra amici, progetti di fuga dall’inferno, l’opera è filata liscia come non mai. Dici: accidenti, non vedo l’ora di arrivare al prossimo capitolo. Poi, l’aggiunta dell’elemento femminile, e dell’attrazione che tre 14enni provano per la prima ragazza che hanno mai visto in vita loro, ha già cominciato a guastare tutto. L’azione viene rallentata, si vaga nel deserto, in fuga dai redentori, e si arriva allo scioglimento del gruppo, prima di ritrovarsi tutti e 4, giusto in tempo per essere catturati dai soldati di Memphis. Nella seconda parte del libro, ambientata in questa città, c’è la ripresa dell’ispirazione iniziale: l’avversione di cale per l’addestratore Solomon Solomon, la lotta contro il Ferrazzi Conn, con in più l’aggiunta dello scenario politico, mostrando l’abilità e la conoscenza degli uomini e degli eventi del primo ministro Vipond (il mio personaggio favorito) e la partecipazione di Cale a una missione fuori Memphis. Tutto viene rovinato dall’introduzione di Arbell, figlia del Capo dello Stato, incontrata per caso dal protagonista mentre saliva le scale. Un topos classico delle storie d’amore, questo dell’incontro fortuito fra i due futuri amanti, che mi ha disgustato e indotto quasi a lasciare la lettura. La terza parte del libro, infatti, con il tentativo di rapimento della stupida e insulsa ragazza, è così telefonato da indurre il lettore a domandarsi cosa possa essere passato per la mente dell’autore in quel momento. I litigi fra i due amanti, le incomprensioni, le riappacificazioni, l’attrazione fisica sono ingredienti scontati che neppure descritti in modo originale. Cale si rimbambisce a tal punto che da giovane forte e gelido inizia a tremare di paura alla sola prospettiva dello scontro con Solomon Solomon, ed è tutto dire: ha scoperto il Paradiso della carne e i lettori hanno scoperto il Purgatorio della noia. E questo per non dire di fatti che nel corso delle pagine vengono dimenticati e lasciati senza spiegazioni (come l’oggetto che Cale preleva dal corpo della ragazza uccisa al Santuario). Il finale, con la presa di Memphis e il ritorno in scena del redentore Bosco, è volutamente aperto, per introdurre i fatti del seguito del romanzo, che è concordemente noto per non essere all’altezza di questo primo volume – figuriamoci!

La mano sinistra di Dio: ottimo inizio, mediocre sviluppo, fine ignominiosa.



martedì 10 gennaio 2017

Bergogliani in retromarcia.




Me l’aspettavo, naturalmente. Uno non studia la Storia della Chiesa, non affronta le vicissitudini del Papato, non bazzica ambienti ecclesiastici e clericali per non sapere che il cambio di casacca è sempre dietro l’angolo. Morto un Papa se ne fa un altro, è vero, ma spesso i cortigiani, essendo tramiti fra il Principe e il popolo, si rendono conto per primi che l’aria sta cambiando e si comportano di conseguenza. Non tradiscono apertamente, quasi mai: iniziano a nutrire dubbi e accortamente a manifestarli, con l’aiuto di amici ammanigliati nelle redazioni di giornali e/o nei posti che contano, e pur non rinnegando il regime che hanno servito fino a un’ora prima si autonominano pensatori in crisi perché non si riconoscono più nei valori di detto regime. In tal modo preparano la strada per il cambio del regnante, si fanno indipendenti dal sistema passato per mettersi disposizione del nuovo che arriva.
Premesso questo preambolo, possiamo leggere con gli occhiali della realtà e del candido cinismo l’intervista che Aldo Maria Valli, bergogliano non della prima ora ma del primo minuto, ha concesso a Giovanni Marcotullio per il quotidiano “La Croce”. Qui potete trovare l’intervista completa: LINK

La Storia, questa sconosciuta.

L’occasione dell’incontro è la presentazione del libro del Valli dedicato a Papa Francesco. Innanzitutto, già alla prima domanda riguardo a come mai abbia cambiato la sua posizione, Valli denota una particolare ignoranza per la Storia del Papato:

Ho nutrito molte speranze in Francesco perché – ce lo siamo dimenticati in fretta – provenivamo da una situazione con una Chiesa Cattolica finita in un angolo come un pugile suonato, nell’ultima parte del pontificato di Benedetto XVI, per cui la situazione era quasi disperata”.

No so se Valli abbia studiato la Storia della Chiesa; evidentemente no, altrimenti avrebbe saputo che più volte il papato si è trovati in situazioni disperate, dove non si vedevano vie d’uscita, e dove ci si rivolgeva a Cristo invocando la Sua promessa per cui la barca petrina non sarebbe mai stata rovesciata. E non bisogna andare neppure tanto lontano nei secoli per ritrovarsi con una Chiesa minacciata da tutte le parti – Pio IX ricorderà sicuramente qualcosa a chi ne sa davvero. Andiamo avanti. Gli viene chiesto se il cardinale Carlo Maria Martini, gesuita come Bergoglio, possa essere stato il precursore e il modello per l’attuale Pontefice. Valli lo nega, sentenziando che “Martini era molto attento all’uso delle parole. Niente a che fare con certe superficialità che riscontro oggi con Papa Bergoglio”. Non lo dice apertamente, ma Valli fa cenno all’eccessiva semplicità e alla scarsa cultura del Pontefice rispetto al biblista ambrosiano, morto 6 anni fa. Quando io e altri migliori di me ci stupivamo dell'ingenuità del Papa, gli ultrabergogliani ci tacciavano di scarso rispetto, di sacrilegio, di dileggio, si rammaricavano di non poterci scomunicare a mezzo Facebook ma erano contenti di augurarci le pene infernali. Adesso un vaticanista che fin dal minuto dopo l’annuncio del cardinal Tauran dalla Loggia quel 13 marzo 2013 quasi pianse di gioia in omaggio al neoeletto può dargli velatamente dell’ignorante senza che nessuno dica niente. 

Inquietudini esistenziali

Valli prosegue, dicendosi inquietato dal protagonismo di Francesco:

Questo mettersi molto in primo piano lo avverto con una certa inquietudine: non riesco a capire fino a che punto sia una falsa modestia, da parte di Francesco. Per questo il famoso “chi sono io per giudicare?” mi ha interrogato così tanto che alla fine mi sono deciso a scrivere questo libro”.

Quindi è stato il populismo bergogliano a spingere il Valli a redigere questo volume. Non sono stati il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata, avvenuto senza motivi ufficiali; non sono state le demolizioni dei sacramenti della dottrina, Eucarestia, Matrimonio, Penitenza e quest’anno forse anche l’Ordine, con l’abolizione del celibato e l’introduzione al sacerdozio per le donne; non sono stati i Dubia sollevati da alcuni cardinali circa l’ortodossia dell’Amoris Laetitia; non è stata la disinvolta gestione delle finanze, amministrata da agenzie internazionali dal conto salato, cosa che stride con la massima bergogliana di voler avere una Chiesa povera e per i poveri; non è stato il clima di terrore nel quale giace il Vaticano. 
Aldo Maria Valli
No, Valli ha scritto il libro perché per lui Bergoglio si mette troppo in mostra, fa troppo il peronista. Valli si è ricordato improvvisamente che Pietro deve parlare poco, limitandosi a custodire il Depositum Fidei e a confermarlo ai fratelli nella fede. Dopo quasi 4 anni, Valli si ricorda improvvisamente come si dovrebbe comportare un Vicario di Cristo e adesso vuole rimproverarlo a un Bergoglio ottantenne e sulla soglia di lasciare il Soglio – consentite il gioco di parole – dopo aver taciuto e non aver manifestato un solo dubbio per tanti anni. 
 Troppo facile. Troppo facile folgorarsi così, sulla via dell’Amoris Laetitia. Troppo facile ricredersi su una persona e uno stile di governo, dopo aver fatto credere per anni a lettori e spettatori che Bergoglio era il migliore dei Papi possibili, e fatto passare per eretici chi non era d’accordo, come Antonio Socci, Antonio Margheriti Mastino e altri. Troppo facile la traversata nel deserto, quando si può facilmente prevedere che questo pontificato non ha ancora molto tempo davanti a sé, vuoi per la cesura della morte, vuoi per l’abdicazione.

Ma così va il mondo, e adesso ci ritroviamo un Aldo Maria Valli che da bergogliano convinto ne diventa critico, pioniere di tanti altri che seguiranno nei prossimi mesi. Il bello è che questi qui, quando arriverà la catastrofe ultima, passeranno per profeti, quando altri, come me e migliori di me, preannunciarono tutto questo già dalla sera del 13 marzo 2013, l’amico Amedeo Francesco Mosca mi è testimone. Ma ben venga, il Valli, nel numero di coloro che hanno sempre visto con cautela e senza occhiali rosa il pontificato franceschista; basta che poi non se ne esca con un “ve l’avevo detto” che si può facilmente ritorcerglisi contro. 

domenica 8 gennaio 2017

Un "nuovo" Sant'Antonio. O no?

Il manufatto posto presso la Basilica.

In alto potete vedere il manufatto che da stamane campeggia nei giardinetti del Viale Sant’Antonio, che ritrae fattezze umanoidi, contornate da raggi a mò di aureola. C’è chi vi riconosce sembianze del Colosso di Rodi di greca memoria, qualcun altro suggerisce un ritratto plastico del dio Febo di stile romaneggiante, ma la dicitura sottostante afferma che tale manufatto ritrae le fattezze di Sant’Antonio di Padova, il Santo Taumaturgo venerato presso la vicinissima Basilica a lui dedicata.
La cosa non poteva sfuggirmi, essendo che da anni sono impegnato nella divulgazione e rivalutazione del patrimonio artistico e storico di Afragola, e devo dire che quando ho visto le prime immagini della scultura sono rimasto di sasso, più della statua stessa. Ma come, si organizza un gemellaggio con la patria del Santo, si mette in piedi una mostra coi tesori della Basilica a lui dedicata, e per onorarlo non si trova nulla di meglio che porre una testa in mezzo all’erba? Aldilà del valore artistico dell’opera – che non discuto-, aldilà del fatto che ci sono tante opere d’arte preziose ad Afragola che abbisognano di urgenti restauri, alcune custodite proprio in Basilica, chi e perché ha scelto tale modalità per onorare il protettore degli afragolesi? Con tante iniziative che si potevano pensare per dare una botta di cultura a questa città, perché proprio una che la città non ha apprezzato, a giudicare dai commenti della cittadinanza? Non si poteva, ad esempio, proporre un’esposizione eccezionale della statua del Santo sul sagrato della basilica, o una sua peregrinatio “fuori stagione” proprio per sottolineare l’eccezionalità dell’evento? O, se si voleva insistere sul piano artistico, non si poteva chiedere alla cittadinanza di restaurare le immagini del santo protettore diffuse un po' ovunque negli androni delle corti dei palazzi del centro storico? Qui ce n’è un esempio: un bel Sant’Antonio affrescato sul muro interno di una scala di un edificio privato, nel rione Grottese. E’ un’opera rovinata e un po' datata, siamo d’accordo; ma almeno è un Sant’Antonio più familiare e apprezzato del nuovo che avanza. 



giovedì 5 gennaio 2017