venerdì 13 gennaio 2017

La mano storta di Hoffman.





Mi capita a volte di leggere libri che all’inizio promettono molto, poi vengono a perdersi in maniera indegna, con finali che non reggono l’inizio della storia. Quando succede, ho la sensazione di essere stato in qualche modo defraudato del mio tempo e della mia voglia di leggere. E la prima reazione è un “Bah!Bubbole!” diretto non tanto all’opera quanto all’autore, che evidentemente aveva perso ispirazione in corso d’opera. Un’occasione del genere mi è capitata tre sere fa, terminando la lettura de “La mano sinistra di Dio”, opera del 2010 di Paul Hoffman. Un libro che poteva dare decisamente di più, e si è perso frettolosamente.
La trama è semplice. In un Santuario gestito da pazzoidi amanti delle torture chiamati Redentori, vivono Cale, protagonista del romanzo, e i suoi amici Kleist e Henry. In effetti solo Henry è amico di Cale, mentre Kleist è il solito approfittatore che segue il protagonista per poter ricavare il meglio dalle situazioni che si presentano, non disdegnando di lamentarsi a ogni pagina. Al Santuario avvengono allenamenti estenuanti, con scarsa nutrizione e indottrinamenti continui contro il peccato, contro i nemici della fede – chiamati Antagonisti – e contro le deviazioni dalla fede nel Redentore impiccato che ha dato la vita per la salvezza di tutti. Già alla terza pagina il lettore riconosce la critica al Cristianesimo, al cattolicesimo romano in particolare, rappresentato da torturatori e sodomiti per tutto il libro. Bisogna a questo punto trattenere l’istinto di abbandonare la lettura, perché in fondo merita per la trama. Con uno stratagemma, i tre riescono a fuggire dal Santuario portandosi dietro anche una ragazza che era destinata a essere vivisezionata da un Redentore, ed entrano in contatto con i soldati della città di Memphis, capitale di un vastissimo impero, retta da un Maresciallo buontempone (finquando non gli toccano la figlia Arbell) e dal primo ministro Vipond, dotato di arguzia diplomatica e di moltissimi contatti fra le più varie classi sociali. I tre fuggiaschi vengono assunti ben presto come guardie del corpo di Arbell, che naturalmente sarà fatta oggetto di un tentato rapimento ad opera dei Redentori, e che naturalmente si innamorerà di cale – è la parte più noiosa dell’intera opera, anche perché in questa storia d’amore fra la bella e il bruto non c’è nulla di originale. Cale assisterà poi alla battaglia fra Redentori e Ferrazzi, i nobili guerrieri di Memphis, alteri e sdegnosi di combattere con chi non ha una tradizione nobiliare alle spalle. La foga di questi idioti dal sangue blu voler partecipare per primi alla lotta porterà all’estinzione di un esercito tre volte maggiore di quello dei Redentori, che alla fine conquisteranno Memphis e…..e qui mi fermo, perché non è bene rivelare il finale, che mi ha lasciato senza parole per la sua inconcludezza. Perchè è vero che questo romanzo si inserisce in una trilogia, ma il mondo in cui questo libro si conclude….Basta, non una parola di più.

Ora, finquando si parlava di lotte contro i Redentori, avventure notturne al Santuario, litigi e ricomposizioni fra amici, progetti di fuga dall’inferno, l’opera è filata liscia come non mai. Dici: accidenti, non vedo l’ora di arrivare al prossimo capitolo. Poi, l’aggiunta dell’elemento femminile, e dell’attrazione che tre 14enni provano per la prima ragazza che hanno mai visto in vita loro, ha già cominciato a guastare tutto. L’azione viene rallentata, si vaga nel deserto, in fuga dai redentori, e si arriva allo scioglimento del gruppo, prima di ritrovarsi tutti e 4, giusto in tempo per essere catturati dai soldati di Memphis. Nella seconda parte del libro, ambientata in questa città, c’è la ripresa dell’ispirazione iniziale: l’avversione di cale per l’addestratore Solomon Solomon, la lotta contro il Ferrazzi Conn, con in più l’aggiunta dello scenario politico, mostrando l’abilità e la conoscenza degli uomini e degli eventi del primo ministro Vipond (il mio personaggio favorito) e la partecipazione di Cale a una missione fuori Memphis. Tutto viene rovinato dall’introduzione di Arbell, figlia del Capo dello Stato, incontrata per caso dal protagonista mentre saliva le scale. Un topos classico delle storie d’amore, questo dell’incontro fortuito fra i due futuri amanti, che mi ha disgustato e indotto quasi a lasciare la lettura. La terza parte del libro, infatti, con il tentativo di rapimento della stupida e insulsa ragazza, è così telefonato da indurre il lettore a domandarsi cosa possa essere passato per la mente dell’autore in quel momento. I litigi fra i due amanti, le incomprensioni, le riappacificazioni, l’attrazione fisica sono ingredienti scontati che neppure descritti in modo originale. Cale si rimbambisce a tal punto che da giovane forte e gelido inizia a tremare di paura alla sola prospettiva dello scontro con Solomon Solomon, ed è tutto dire: ha scoperto il Paradiso della carne e i lettori hanno scoperto il Purgatorio della noia. E questo per non dire di fatti che nel corso delle pagine vengono dimenticati e lasciati senza spiegazioni (come l’oggetto che Cale preleva dal corpo della ragazza uccisa al Santuario). Il finale, con la presa di Memphis e il ritorno in scena del redentore Bosco, è volutamente aperto, per introdurre i fatti del seguito del romanzo, che è concordemente noto per non essere all’altezza di questo primo volume – figuriamoci!

La mano sinistra di Dio: ottimo inizio, mediocre sviluppo, fine ignominiosa.



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