martedì 28 febbraio 2017

Una piazza di Afragola nel 1886.


Piazza Santa Maria ad Afragola. Augusto Moriani, 1886, Afragola, Palazzo di città.


Le trasformazioni urbane dell’ultimo secolo hanno stravolto la fisionomia del centro storico di Afragola intendendo con questa espressione un’area che si estende da piazza Santa Maria a via San Giovanni, comprendendo 4 quartieri (Santa Maria, San Giorgio, Rosario, Ciampa). Proprio l’area della chiesa matrice di Santa Maria d’Ajello ha subito modifiche sostanziali a partire dall’annessione del Regno borbonico allo Stato sabaudo, e lo slargo che osserviamo oggi si presentava molto diverso appena un secolo e mezzo fa. A darne testimonianza è un dipinto di Augusto Moriani, risalente agli anni Ottanta del XIX secolo, ma che doveva ritrarre certamente una situazione rimasta immobile per decenni, forse fin dall’inizio dello stesso Ottocento. Analizziamolo.

Santa Maria d’Ajello, tanti anni fa.

L’opera, un sopraporta con funzione di abbellimento del Salone nobile del Palazzo di città, fu realizzata nel 1886, su commissione dell’allora giunta municipale, che commissionò al Moriani altre 4 opere (le tratteremo nelle prossime settimane). L’elemento centrale della piazza è ovviamente la chiesa dedicata all’Assunta, che viene ritratta press’a poco nelle stesse condizioni attuali. Quello che osserviamo è il prodotto dei restauri compiuti dal 1780 al 1784 in stile baroccheggiante per volontà dell’allora parroco don Angelo Firelli1. Il campanile svetta alto nel cielo terso, dopo le riparazioni avvenute nel 1847, per opera del parroco don Felice Romanucci2, a causa di un fulmine che abbattè la cupoletta maiolicata in cima. Non è ovviamente presente la cancellata divisoria fra la gradinata e la piazza, voluta negli anni Ottanta del Novecento da don Giorgio Montefusco3, mentre l’ingresso dell’ex Confraternita del Purgatorio, appena visibile, sembra identico al prospetto attuale. Notiamo a sud della chiesa un tempietto con una cancellata rossa: a testimonianza di alcuni anziani, tale tempio era in realtà una cappella con una rappresentazione della Crocifissione di Cristo a grandezza naturale (anche se io ho un’ipotesi in merito...ma fia laudabile tacerci per adesso). Essa fu abbattuta in contemporanea con la sistemazione dell’edificio ad angolo, che osserviamo essere molto diverso dall’attuale. Innanzitutto, esso era più basso dell’attuale, privo delle balconate di oggi – se il lettore ingrandisce l’immagine, potrà intravvedere un piccolo balconcino a mezzo della costruzione, aggettante verso la chiesa- con un “vascio” (basso) ad angolo con via Santa Maria dal quale si affaccia una donna, in gonna larga e cuffietta. Dall’altra parte della piazza, osserviamo un edificio di forma parallelepipeda, a tre piani, con un locale a doppia apertura al piano terra .
Piazza S. Maria, Moriani 1886, particolare.
Tale costruzione esiste ancora, ormai disabitato e con una staticità precaria, e presenta i locali di una ex tabaccheria nel punto dove si apriva un arco del basso. In fondo, notiamo un gruppo di case, ancora esistenti, e che dovrebbero essere la continuazione del palazzo Romanucci (1808), con un loggiato (un portico formato da più archi aperti verso l’esterno), coperto da un tetto spiovente, mentre sullo sfondo notiamo un campaniletto.

La piazza è animata da due sacerdoti e da una vecchia. I due preti confabulano serenamente, uno dei due ha le mani dietro la schiena mentre l’altro, leggermente più basso, parla. Indossano entrambi la talare e il saturno neri, indumenti ecclesiastici non aboliti ma non più usati dai sacerdoti cattolici dopo il pontificato di Paolo VI4. Può darsi che appartengano al clero della stessa chiesa di Santa Maria: nei secoli passati, per la presenza degli altari laterali di patronato nelle chiese (numerosi in quelle di Afragola), era normale che le parrocchie ospitassero più di un sacerdote nel proprio perimetro, pur essendo il parroco uno solo. L’anziana attraversa la piazza piegata in avanti, forse reggendosi a un bastone, e indossa una veste che l’avviluppa interamente. La luce, proveniente da sinistra, indica che siamo a metà mattinata.

Un curioso particolare.

Il dipinto ritrae una scena quotidiana in Santa Maria d’Ajello, come potevano osservarla gli afragolesi del 1886 o del 2017. Ma c’è un particolare, piccolo ma significativo, che ci informa che le cose non sono così semplici come sembrano. Osserviamo attentamente l’opera: il sole, il cielo, la chiesa frontale, i due edifici, le persone. Cos’è che è cambiato da allora a oggi?
E’ il punto di vista. Facciamo mente locale: un pittore oggi potrebbe sedersi a dipingere lo stesso scenario, ritraendo contemporaneamente la chiesa e i due edifici laterali? La risposta è no. E il motivo è semplice: dai tempi del Moriani, la piazza si è ristretta per la presenza di un altro edificio, il cosiddetto “palazzo Ciaramella”, presente forse già all’epoca della realizzazione del dipinto ma in seguito notevolmente accresciuto, e che ha tolto “spazio” alla piazza. Infatti oggi si possono ritrarre, fotograficamente, gli stessi soggetti solo di sghembo, e non interamente, così:


Piazza Santa Maria d'Ajello, oggi.
Oggi del palazzo Ciaramella, che da tempo giaceva in pessime condizioni statiche, nulla è rimasto se non un recinto di mura a custodia del vuoto interno, che ospita oggiogiorno una piccola selva di piante incolte. Eccolo in una foto del 2014:




Ben si farebbe se si proponesse l’acquisizione del terreno al pubblico demanio, si eliminasse quanto resta dell’edificio e si desse nuova “aria” al cuore del centro storico di Afragola.

Note:


1 Don Angelo Firelli fu parroco di SMdA dal 1779 al 1793.

2 Don Felice Romanucci fu parroco di SMdA dal 1839 al 1853.

3 Don Giorgio Montefusco è stato parroco di SMdA dal 1967 al 2013.

4 Giovanni Battista Montini (1897-1978) fu eletto Papa Paolo VI il 21 giugno 1963. Terminato il Concilio Vaticano II nel 1965, permise ai sacerdoti di indossare il clergyman, un completo di camicia azzurra e pantalone nero, in alternativa alla talare, che però non fu mai abolita.

domenica 26 febbraio 2017

Un nuovo popolo sulla scena europea.

La conquista inglese "vista" dall'Arazzo di Bayeux


La nostra cronistoria si era fermata alla morte di Leone IX, nell’aprile 1054 (leggi: LINK). Egli era reduce dalla prigionia dorata presso i Normanni, nuovi padroni del Meridione italiano, e prima di proseguire dobbiamo fare un passo indietro di alcuni decenni. Tralasciando la storia primigenia dei Normanni (= uomini del nord), riveleremo che essi erano un popolo di pirati svedesi e danesi che tra IX e XI secolo espansero la loro area di razzia prima e di commercio poi in buon parte dell’Europa nord- occidentale (Frisia, Inghilterra, Normandia, Bretagna). Alla fine del IX secolo un gruppo di danesi capitanati da Hrolf, principe norvegese, ottenne da Carlo di Francia una piccola porzione territoriale nel nord del paese. Fu questa tribù la prima a stabilizzarsi definitivamente, e a generare una cultura originale che fondeva elementi scandinavi con altri franchi, adottando la religione cristiana mantenendo per un lungo periodo l’identificazione di Cristo con Thor, divinità maggiore del pantheon pagano norvegese (più di Odino, considerato troppo distante dai loro bisogni). Verso il X secolo, mentre a Roma governava Alberico II e in Germania prendeva il potere Ottone I di Sassonia, i Normanni adottarono il sistema feudale, dichiarandosi vassalli del re di Francia, non disdegnando di ricorrere all’antico sistema della pirateria per saccheggiare le coste inglesi che avevano di fronte, aldilà della Manica. La conquista inglese avvenne un secolo dopo, nel 1066, come dicemmo a proposito di Guglielmo I il Conquistatore e della fine della dominio sassone sull’isola (leggi: LINK). Entro 20 anni i franco-normanni avevano preso il controllo dell’isola fino alla frontiera celtica (Scozia), incontrando altri Normanni in Irlanda, che contava una presenza scandinava sul suo territorio fin dal X secolo. Intanto, prima dell’Inghilterra, il popolo nordico si era stabilito con sue enclavi anche in Spagna e in Italia meridionale.

I Normanni visti dalle fonti storiche

I Normanni fecero la loro prima comparsa nell'Italia meridionale in veste di pellegrini devoti che si recavano verso la Terrasanta, gente dura ma dalla fede sincera. Le fonti che, dal 1016 in poi, accennano ad essi iniziano a discordare nelle valutazioni solo quando i franco-norvegesi vennero coinvolti nelle vicende locali.
Guglielmo di Puglia ce li descrive per la prima volta quando un gruppo di essi si reca in pellegrinaggio al Santuario micaelico sul monte Gargano in Puglia e si incontra con Melo di Bari, uno dei fomentatori delle rivolte antibizantine (ricordiamo che Bisanzio deteneva la sovranità ancora su molte terre del Meridione italiano). Fu la loro prima prova di forza, e furono sonoramente sconfitti nelle campagne di Canne nel 1018. Molti furono uccisi, Melo compreso, e il Capitanato bizantino riprese il controllo della situazione. Nella sua "Historia Normannorum", a noi giunta attraverso una traduzione posteriore di alcuni secoli al testo originale, Amato da Montecassino descrive i Normanni di ritorno da un altro pellegrinaggio, stavolta in Terrasanta, che giungono nella Salerno assediata dai Saraceni. Essendo che secondo il cronista essi "non potevano sopportare l'ingiuria dei saraceni, e che i Cristiani fossero a essi soggetti", andarono da Guaimario, il principe longobardo regnante sulla Città, chiedendo "arme et chevauz" (armi e cavalli) per combattere gli invasori.
Pare quindi che i primi approcci dei Normanni in Italia rientrassero nell'ottica del buon cristiano che combatte l'infedele (o l'oppressore orientale). 



Franco Cardini scrive: "Le vicende che hanno accompagnato i primi insediamenti normanni risuonano tutte del cozzar d'arme guerriere". La presenza dei primi gruppi di uomini del Nord in Campania e Puglia è da ricercarsi nel mercenarismo generato dalle lotte dei vari signorotti meridionali, nella ricerca di un padrone che li assoldasse. Guglielmo di Puglia lo descrive a perfezione: parlando dello sgomento dei Normanni alla morte di Melo dopo la battaglia di Canne, scrive che essi cercavano nuovi impieghi, e "solo le lotte fra vicini offrivano occasione di fermarsi". Iniziava quindi la "trasformazione" storiografica dei nuovi venuti: da salvatori contro i Saraceni a sostituti dei Saraceni stessi!. Amato da Montecassino ce lo comunica bene:" Saevissimi tyranni ac patriae vastatores" (speciosissimi tiranni e devastatori della patria). Meno lirico ma più diretto Stefano di Aversa, nel 1043, quando parlerà di "illi maledicti Normanni". Da considerare l'anno, il 1043: Roma era nelle mani di Benedetto IX, non ancora cacciato dalla città, e l'Impero vedeva il tramontare della politica di Corrado II. Fu a partire da quell'anno che i Normanni entrarono definitivamente nella Storia d'Italia, non più come episodi storici ma come evento di lunga durata.

Aversa, la prima contea stabile.


Il mercenarismo dei Normanni si collocava in un periodo di massima contrapposizione fra i due Imperi, fra le due Chiese, fra i due modi di intendere la riforma ecclesiastica, rigorosa o rilassata a seconda della personalità dei vescovi. In un contempo magmatico, la presenza di una terza forza, seppur non ancora ben definita, poneva grossi interrogativi per la stabilità del Mezzogiorno peninsulare. L'inserimento definitivo dei franco-normanni nella storia di quest'area d'Europa avvenne quando il duca bizantino Sergio III di Napoli, per ricompensare questi ultimi del loro aiuto contro le forze di Pandolfo di Capua che aveva occupato la città, donò al loro condottiero, Rainulfo Drengot, il casale di Aversa con i castelli e i territori attigui (oltre ad offrirgli la propria sorella in moglie). Correva l'anno 1030: quello di Aversa fu il primo insediamento stabile dei Normanni: già nel 1017 (o 1019) essi erano riusciti a fondare un primo organismo politico, la contea di Ariano, ma dalla sorte ancora incerta. L'occupazione del contado aversano, posto tra Napoli e Capua, doveva fungere da area di transizione fra i due mondi, quello bizantino (almeno nominalmente) a sud e quello longobardo a nord: un'esplicazione perfetta del ruolo assunto dai franco-normanni nel Mezzogiorno. Intanto, all'incirca un decennio dopo, nel 1041, si giunse alla fondazione della contea di Melfi, per la progressiva opera di conquista dei territori pugliesi a opera di Guglielmo Braccio di ferro, che fu all'origine della fortuna delle nuove genti, ormai stabilizzatesi nella penisola. Ma tutte queste occupazioni, i Normanni lo capivano bene, necessitavano di una pur formale giustificazione, in un'epoca in cui perfino in Laterano avevano dovuto inventarsi il "Costitutum Costantini" per giustificare le loro pretese di giurisdizione universale. Ciò accadde l'anno dopo, nel 1042, a Salerno. Ma ne parleremo un'altra volta.

martedì 21 febbraio 2017

Io parto: Nunzia Faiello - Germania.

Nunzia Faiello

Articolo correlato: Michele Migliaccio - Australia (vedi LINK)

Secondo appuntamento con la rubrica "Io parto", dedicata agli afragolesi all'estero o fuori regione. Pubblico oggi l'intervista che fu effettivamente la prima della serie, e che per un disguido rilascio solo oggi. Incontriamo la signora Nunziata Faiello. Classe 1972, originaria di via Principe di Napoli (‘ncopp Sammuc), vive in Germania, nel Land dell’Assia, dal 1999, col marito e i suoi tre figli.

1. Quando decideste di lasciare Afragola, e qual era il vostro stato d’animo?

Ad Afragola, mio marito lavorava dalla mattina alla sera, tornando a casa stanchissimo, e spesso anche la domenica. Io stessa facevo lavori domestici e badavo al nostro primo figlio, e la situazione era sempre precaria. Grazie all’aiuto di parenti che già vivevano qui, nel 1999 decidemmo di rifarci una vita in Germania e lasciammo Afragola, tutti molto tristi, perché lasciavamo parenti e amici. Partì prima mio marito e dopo 3 mesi lo raggiunsi.

2. Come furono i primi tempi qui?

I primi tempi in Germania furono durissimi. La cittadina dove vivevamo, Rosdorf, era molto diversa da Afragola. Non riuscivo ad adattarmi, non conoscevo la lingua, mio marito riuscì a trovare quasi subito un lavoro ma tornava tardi, e io passavo le giornate chiusa in casa perché non sapevo cosa fare e dove andare, una volta finiti i lavori casalinghi. Poi, con l’aiuto delle mie cognate, ho fatto le prime amicizie con gli italiani del posto e da lì piano piano anche con i tedeschi. Adesso sono passati 17 anni, e una volta ogni due anni trascorriamo le ferie estive giù in città. E grazie alle nuove tecnologie, come Whatapp, riesco a mantenermi in contatto con le mie amiche del centro storico di Afragola.

3. In quanto tempo lei e la sua famiglia vi abituaste alla nuova situazione?

Ci vollero dei mesi, e posso dire che un anno dopo il nostro arrivo, eravamo ormai quasi abituati alla nuova vita. Qui sono nati gli altri due miei figli, che hanno passaporto tedesco ma sono italiani e afragolesi al 100%., vanno a scuola e sono bilingui.

4. Cosa suggerirebbe a un afragolese che volesse trasferirsi in Germania?

Suggerirei di imparare prima di tutto una base della lingua, perché in Germania il lavoro si trova ma è diventata una ricerca più difficile da quando ci sono tanti immigrati e da quando c’è l’euro. Poi di prepararsi a resistere alla nostalgia di casa.

5. Siamo alla fine. Lei vorrebbe tornare ad Afragola?


Guardi, il pensiero c’è sempre. Afragola è la mia città, e anche se la Germania mi ha dato tanto e mi ha permesso di crescere i miei figli, la patria è la patria. Spero negli anni futuri di poter tornare a vivere ad Afragola in maniera stabile e più serena di quando sono partita.

sabato 18 febbraio 2017

Kim: avventura e mistero.

La ruota della vita tibetana, citata negli ultimi capitoli del romanzo.


Sono legato per ragioni sentimentali a “Kim”, romanzo di Rudyard Kipling, il bardo dell’Impero inglese: è stato il primo romanzo che io abbia letto in vita mia. Capitò così: la mia insegnante di italiano in terza media, la prof Biancardi, volendo premiare la mia passione per la lettura, mi prestò per l’estate dell’anno 2000 il romanzo nella raffinata edizione della Garzanti, del 1983. Nei lunghi mesi di quell’estate di transizione dalla media al liceo, i personaggi del romanzo mi tennero compagnia, e fui preso da una passione straordinaria per l’India e i posti descritti nell’opera – ricordo che mi feci prestare dalla mia vicina un altante geografico per seguire il rocambolesco percorso del protagonista lungo il subcontinente. Era un prestito, che però non sono mai riuscito a restituire: la vita liceale mi premeva, quando ero libero mi annoiavo a passare per la vecchia scuola, una volta che feci lo sforzo l’antica prof non c’era, e così passarono gli anni, me ne dimenticai e il libro entrò di diritto nella mia biblioteca (privato della sua preziosa copertina, però, per vari incidenti). 
Fine del flash back. Torniamo a noi.

Un lungo romanzo senza trama

L’opera non ha una datazione precisa, ma è ambientata ai tempi del dominio inglese: poiché un personaggio minore cita le feste per il 50esimo anniversario dell’incoronazione della regina Vittoria (1837-1901), parliamo di un periodo compreso tra il 1888 e il 1901, anno in cui fu pubblicato il romanzo. Kipling racconta delle peripezie di Kimball O’Hara, meglio conosciuto come Kim, un inglese che però è stato cresciuto da una indù di Lahore, città nel nord dell’India, e che perciò ha imparato a parlare e sopratutto a pensare in indostano. Un giorno, mentre è seduto sotto il cannone Zam-Zammah con altri due monelli, incontra un lama, un sacerdote della religione buddista, in visita al Museo della città.
Preso a simpatia il vecchio, il tredicenne Kim lo prende sotto la sua “protezione”, accorgendosi che il lama, venuto dal Tibet, non è pratico dei luoghi e non è avvezzo al falso candore degli abitanti del piano. Il lama gli parla del fiume scoccato dalla freccia del Buddha non ancora illuminato, e che porta alla liberazione dal ciclo delle cose chiunque vi si bagni. I due inizieranno cos’ il viaggio per l’India, con Kim doppiamente impegnato a proteggere e a mendicare per sé e per il maestro e a portare a Umballa (oggi Amabala) per conto del mercante musulmano Mahabub- Alì la discendenza di uno stallone bianco, che altro non è che un messaggio in codice per i membri del servizio segreto britannico (di cui Mahabub fa parte). Kim esce dal mondo di Lahore per incontrare soldati, massaie, contadini diffidenti, preti protestanti imbroglioni, vecchi sergenti che hanno combattuto durante la Rivolta del 1857, fachiri, giocolieri, usurai, insomma tutto il caleidoscopico mondo dell’India inglese, pulsante, libera, in cui la cavalla volante di Maometto si incontra con Visnù dalle numerose braccia, senza che nascano stragi ogni giorno (il fondamentalismo musulmano era ancora lontano). Incontratosi per caso col reggimento in cui militava il padre, Kim è costretto ad allontanarsi dal lama, che gli pagherà per tre anni gli studi presso la scuola militare. Il ragazzo non perderà il contatto con Mahabub, venendo inserito nel Grande Gioco del servizio segreto inglese e compiendo missioni da Islamabad (a quel tempo facente parte dell’India) al deccan, pianura centro-meridionale della penisola indiana. Ritrovato il lama, Kim girovaga con lui in cerca del fiume, incontrandosi con il babu Hurree, suo superiore nel gran Gioco, e accompagnando il vecchio sulle roccaforti dell’Himalaya. Qui ci sarà uno scontro con due stranieri che vedrà coinvolto il lama e porterà Kim vicino all’esaurimento nervoso. Ricoverato presso un’amica dei due a Saharunpore, Kim si sveglierà rigenerato, accudito dal lama, che ha finalmente trovato il fiume che cercava.

L’incontro fra Oriente e Occidente nell’India delle libertà.

Kim mi è piaciuto fin dalla prima lettura – e devo dire che, in 17 anni, l’avrò letto almeno una decina di volte. In Kim quell’alchimia fra Oriente e Occidente che è da tutti ricercata diventa realtà (purtroppo solo letteraria), e nell’universo kiplinghiano riusciamo a trovare il lama buddista Teshu che accoglie con serenità di una roccia le asserzioni del musulmano mercante Mahabub senza che nasca un conflitto a fuoco o che tutto venga banalizzato. L’India di Rudyard, che vi aveva vissuto fino alla giovinezza, è un Paese soggiogato dagli inglesi che però hanno appreso a lasciare la giusta libertà ai popoli che la abitano (da tenere a mente, pensando a ciò che è accaduto un secolo dopo, nell’India indipendente); è un Paese in cui vige il sistema di caste (come oggi, direi) accettato da tutti (kim, Mahabub, sahibs inglesi, babus bengalesi, maraja e marahani, mahratta e saddhu) senza che spunti la terzomondista armata di costoso cellulare a gridare alla discriminazione- solo il lama, sacerdote, non crede alle caste, ma ciò farebbe andare in cortocircuito i terzomondisti, notoriamente atei e agnostici; è un Paese di transizione, e i personaggi che la abitano rappresentano “il mostruoso ibridismo dell’oriente e dell’occidente” dirà un francese negli ultimi capitoli. Il protagonista Kim, figlio di padre irlandese e madre inglese, cresciuto da un’indù, amico di un musulmano e discepolo di un buddista, rappresenta la miglior sintesi di questo incontro fra Oriente e occidente, meglio di tanti trattati di 2000 pagine o di tanti vaneggiamenti di esterofili malati di un’India che esiste solo nei loro sogni. I personaggi sono da incorniciare nella nostra galleria dei ricordi: Kim, che da monello indù diventa un giovane uomo dei servizi segreti; il venerabile lama Teshu, figura paterna, la cui ingenuità è più disarmante delle armi che si porta appresso Mahabub – Alì, il burbero cavallaro che in fondo rispetta il vecchio e che rappresenta il terzo protagonista dell’opera; il simpaticissimo babu Hurree, dal parlare forbito, dalla fifoneria comica ma tanto furbo quanto è grasso (e in alcune pagine vi sembrerà che Kipling descriva un Majin Bu di Dragon Ball ante litteram); la Marahani chiacchierona, che ricorda l’India di anni migliori; Lurgan, misterioso “medico delle perle”, anche lui giocatore del Gran Gioco; e tanti altri, che Kipling descrive meravigliosamente, quasi in diretta, quasi a farceli apparire davanti agli occhi anche se li liquida in 6, 7 parole. Kim è parte di quell’India vittoriana che sparirà in pochi anni, lasciando solo un ricordo di tempi migliori: “Passaggio in India”, di Forster, pubblicato nel 1924, descriverà un’India diversa, già sconvolta dai fermenti indipendentistici che avveleneranno la convivenza multireligiosa e multirazziale che aveva retto per un secolo e mezzo.

Perciò Kim è l’India, e l’India autenticamente britannica ha in Kim l’ultima sua manifestazione prima della fine novecentesca.

venerdì 17 febbraio 2017

Don Luigi: "Bisogna porre Cristo al centro della vita".

Don Luigi Terracciano

Pubblicato su "Nuovacittà" n. 3 del 10 febbraio 2017.

Sentinelle del territorio, “soldati” di trincea della Chiesa del Terzo Millennio, dottori dell’anima del popolo cristiano. Tante sono le qualità dei parroci del nostro territorio, che si trovano a dover affrontare situazioni diverse con la “sola” guida della Fede. E’ proprio a loro che vogliamo dedicare uno spazio d’intervento, per conoscere attraverso di loro uno spaccato sociale della nostra città non sempre immediatamente percepibile. Oggi incontriamo don Luigi Terracciano, classe 1966, nativo di Casalnuovo, dal 2015 parroco della chiesa madre di Santa Maria d’Aiello.

D. Padre, quando ha scoperto la sua vocazione?

Fu al secondo anno delle scuole superiori che nacque in me il desiderio di seguire il Signore e di dedicarmi a Lui, dopo un pellegrinaggio che compii a Lourdes nell’aprile del 1981, a 14 anni. Seguii diversi incontri di discernimento spirituale al Seminario maggiore di Napoli, a Capodimonte, e dopo il diploma di perito edile entri in seminario.

D. Quali furono i suoi punti di riferimento spirituali?

I miei punti di riferimento sono stati don Tonino Bello, che ebbi la gioia di intervistare durante una visita che compimmo nella sua diocesi di Molfetta, don Lorenzo Milani, il sacerdote della scuola di Barbiana, e don Primo Mazzolari.

D. Dopo Marano e Mugnano, dal 2015 lei è parroco ad Afragola…

Sì, conoscevo già la realtà afragolese, essendo confinante con Casalnuovo, e sono rimasto piacevolmente colpito dalla bellissima accoglienza che ricevetti dai fedeli. Gli afragolesi sono un popolo ricco di devozione e legatissimo alle tradizioni, da non confondere con le abitudini, che inevitabilmente prendono piede. Un esempio su tutti: al mio arrivo, notai che era uso tenere il portone secondario aperto, dimodoché i fedeli preferivano questo ingresso a quello principale della chiesa. Lo feci chiudere, non tanto per impedire la comodità di chi arriva da via dell’Aquila ma perché il fedele, quando entra in chiesa, deve incontrarsi principalmente con Cristo, come primo impatto.

D. La Chiesa attraversa in questo periodo storico quella che Papa Benedetto XVI ha chiamato “crisi di fede”. Lei la riscontra nella nostra realtà?

Sì, c’è un calo dell’attenzione religiosa, che io credo si possa superare mettendo Cristo al centro: la Parola, l’adorazione eucaristica, il Vangelo. Oggi c’è una certa rilassatezza fra i fedeli, dovuto al fatto che, in quest’epoca, molti vogliono sentire dalla Chiesa solo quello che “conviene loro”. Spesso alle catechesi prematrimoniali mi trovo a leggere passi delle omelie di Papa Francesco che indicano chiare strade da seguire, e che proprio coloro che amano il Papa non vorrebbero seguire, almeno per intero. Anche i mass media hanno responsabilità, perché riportano solo i passaggi principali o che più potrebbero interessare chi li segue.

D. Come si può dunque arrivare a trasmettere il messaggio cristiano?

Innanzitutto, con la catechesi, a cominciare da quella domenicale. Spesso noto che le omelie domenicali sono le uniche occasioni con cui posso raggiungere anche i fedeli meno assidui alle pratiche religiose, e cerco di trasmettere il Vangelo in maniera semplice senza svilire la liturgia. Poi, valorizzare le pratiche devozionali, come la processione che ogni 11 del mese teniamo in devozione alla Madonna, e la processione alla Scafatella, che vorrei ampliare da due giorni a una settimana intera. Sono tanti strumenti che abbiamo a disposizione. Senza mai dimenticare, nei momenti di difficoltà e di buio, la promessa di Gesù: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

giovedì 16 febbraio 2017

Lo show dell'inciviltà.

Vota Antonio.

Come spesso mi accade, leggendo le vecchie mail della mia casella Libero trovo degli articoli che avevo persino dimenticato di aver scritto. Talvolta è un bene che restino dove sono, nel dimenticatoio; altre volte, decido che se sono andati bene per un giornale, possono andare bene anche per il mio blog. Come in questo caso: un articolo scritto a ridosso delle elezioni comunali della mia città, ormai 4 anni fa, che mi diverte ancora per le trovate lessicali che riuscivo a trovare. Lo ripubblico, con qualche leggera modifica, per chi mi segue.


In questo maggio caldo e radioso, la nostra città si appresta a rinnovare il suo civico consesso, e a darsi un nuovo sindaco, presumibilmente per i prossimi 5 anni. Che sia l'eredità che Nespoli lascia al suo successore, o che sia l'abituale focosità degli afragolesi quando si tratta di competere per un “posto”, per molti questa tornata elettorale sta diventando una specie di furiosa “resa dei conti”, contro amici e nemici e anche contro se stessi, alla caccia dell'ultimo voto. Finchè i candidati se la vedono fra di loro, tanto meglio per tutti; il problema è quando vogliono coinvolgere anche i cittadini nelle loro diatribe.
Questa tornata si è subito caratterizzata, e più delle altre volte, per l'uso smodato di tabelloni, striscioni, manifesti che spuntano a ogni angolo, balcone, finestra, pertugio della città. Se vi sembra assurdo che nell'era di Facebook e Twitter si faccia ancor uso dei manifesti elettorali per far conoscere i candidati, non vi preoccupate, quello che scrivo è tutto vero, e potete verificarlo girando un po' per la città.
Eccomi in via De Rosa, quella interessata dai lavori di rifacimento stradale dell'anno scorso. Alzo gli occhi vero le facciate dei palazzi, e mi stupisco. I balconi non esistono più: sono spariti, coperti da sorridenti facce di candidati al consiglio comunale, che coprono pure le finestre. Con il sole battente del pomeriggio, in effetti ci si può coprire bene con uno di quelli. Attraverso via Morelli: la selva di facce si è sfoltita, ma ecco che un nuovo bosco mi si presenta in piazza Gianturco. Destra, sinistra, centro, simil centro, simil destra, simil sinistra: ce n'è per tutti i gusti. Verso via Roma mi pare di intravvedere una specie di coperta che si alza a ogni refolo di vento. Non è il resto di un bucato lasciato sbadatamente appeso: è uno striscione da stadio di tutto rispetto, col solito viso che trasmette sicurezza e simpatia.
Piazza Castello: ecco un'altra teoria di visi che avrebbero fatto la gioia di Pirandello e delle sue mille maschere teatrali, spuntare ovunque: non solo nei settori appositi, ma anche alle finestra, sulle verande, sui muri, perfino sui cartelloni bianchi e rossi dei lavori in corso. Si alza il vento: ecco che i cartoni si alzano tutti insieme, quasi come una spaventosa riunione di anime che vuole prendere anche la tua: “Vieni con noi, vieni con noi...”. Fuggo subito in via Maiello e da qui in Piazza Rosario, ma mi va male: altre facce, blu, rosse, a sfondo bianco, nero, celeste, perfino rosa. Possibile che non ci sia scampo? Proverò a San Michele: può darsi che i candidati fuggano questo quartiere come il diavolo fugga l'omonimo angelo. Ma quando inizio a cantare vittoria, a gioire perchè la pazzia elettorale non è arrivata fin lì, ecco apparirmi in una via laterale un enorme striscione che, a mo' di veranda, copre un intero balcone. Non lo ombreggia, no, lo copre proprio, tale che non ci si può nemmeno affacciare. La solita faccetta felice e invitante sembra sfottermi: non ti libererai mai di me, tanto vale che mi voti.
Decido di scappare in campagna, per non vedere più le facce dei 500 candidati sorridermi.
Vado nei campi afragolesi, località Vatracone, la zone più lontana e sperduta dal centro, tanto che molti non sanno neanche di essere ancora nel territorio di Afragola. Mi dedico all'esplorazione delle vecchie masserie, o almeno di quello che ne rimane. Eccone una là, che si erge nei campi, diruta e abbandonata. Mi avvicino e faccio per fotografarla, quando mi accorgo di un misterioso rettangolo, indecifrabile ancora per la distanza. E chi è se non il solito candidato in facsimile, che mi occhieggia e parla di libertà, orgoglio, coerenza, crescita, rinascita, benessere, tutto realizzabile se si voterà lui/lei? Perfino lì, nel nulla assoluto, dove gli scavi per riportare alla luce i reperti delle antiche civiltà vanno a rilento proprio perché è difficile arrivarci anche in auto.
Per la serie: dove non arrivano gli archeologi, sono arrivati gli attacchini.

Una domanda: quando la pazzia elettorale che ha abbruttito la città sarà passata, chi pagherà la rimozione dei manifesti laddove non si potevano mettere? I candidati? Sarebbe bello sperarci, ma abbiamo già fin troppa esperienza di manifesti lasciati ingiallire per anni perchè colui/colei che vi era rappresentato si è “dimenticato” di farli rimuovere. Non credo che abbia un costo economico eccessivo eliminare questi colorati rettangoli che parlano di progresso ma sono la manifestazione stessa di regressione, in un'era di sociale network; dopotutto, se tutte le sozzure che si sentono in giro a proposito del denaro presuntivamente esborso per esporre quei manifesti fossero vere, non ci sarebbero difficoltà economiche di sorta. Che sia dunque menefreghismo, come è lecito sospettare? Sarebbe davvero conturbante che i candidati al civico consesso, pieni d'amore per la loro città, se ne strafregassero del suo aspetto estetico dopo le elezioni! Va bene il “Vota la Trippa”, ma il conto lo pagassero loro.

lunedì 13 febbraio 2017

L'avventura del casale abbandonato.

Quello che si trova andando a esplorare...

E’ da molto che desidero parlare di una delle esplorazioni più enigmatiche del gruppo di Vetus et Novus, catalogata sotto il nome de “L’avventura del casale abbandonato. E’ passato molto tempo da quando io, Rob e Shirohige ci trovammo in quel luogo: parlo del novembre 2015, sul finire del mese. Il motivo di tale reticenza sta in alcuni particolari dell’avventura, in alcuni eventi che accaddero in quella lontana domenica e di cui non capimmo al momento la causa. Anche adesso che molti di quegli eventi hanno trovato una spiegazione razionale (e legale) devo omettere alcuni particolari, come il luogo, a differenza di quanto faccio di solito.

Era dunque il pieno autunno del 2015 quando, su una soffiata della mia fonte Bimbo Alieno, noi gruppo di Vetus partimmo alla volta della Campania interna, direzione nord – est, presso Maddaloni. La storica cittadina ai piedi del santuario di san Michele non era, per una volta, al centro delle nostre intenzioni (leggi QUI e QUA), ma dovevamo passarci per giungere alla nostra meta, posta poco lontano da essa. I monti intorno a Maddaloni, avamposti del Sannio profondo verso l’area extraurbana di Caserta, ci accolsero in quel pomeriggio fresco di fine novembre. Parcheggiata l’auto presso il grande Ponte vanvitelliano, ci siamo avviati lungo una via verso il bosco che era la prima tappa della nostra esplorazione. La vegetazione alta (lecci, sugheri) e bassa (arbusti spogli, per lo più) ci circondava completamente, e le nostre scarpe da ginnastica sembravano scivolare sul manto di foglie accartocciate e secche che cospargevano la strada. Mentre salivamo, vedemmo a un tratto una specie di pontile, che passava sopra le nostre teste da un lato all’altro del sentiero. E, a fianco a una delle due basi, precisamente a destra, ecco la prima sorpresa: una chiesa, o meglio una cappella, completamente diruta. Ispezionammo l’ambiente: le uniche cose ancora al loro posto erano le mattonelle al pavimento, consunte e rotte per di più. Gli arredi sacri erano stati eliminati, l’altare era stato distrutto e privato delle reliquie, quindi era dissacrato. AL di sopra di esso, una cornice che forse ospitava un’immagine del Patrono titolare, ormai vuota. Il soffitto era composto da pietre a incasso, prive di malta da copertura, e la vegetazione spuntava da tutte le parti: infissi di porte che non esistevano più, lati dell’altare, angoli nascosti. Il luogo doveva essere stato abbandonato da molti decenni. Scopriremo in futuro che eravamo entrati nella cappella di San Carlo, che fu costruita per permettere agli operai che lavoravano al grande Ponte di espletare i loro obblighi religiosi. Un luogo sacro settecentesco quindi, e abbandonato da chissà quanto, anche se non pareva proprio in procinto di “crollare da un momento all’altro”, come scrive la polemica autrice di un blog riguardo la chiesetta. 

Visitata la cappella o quel che ne rimaneva, siamo tornati all’auto e ci siamo avviati per l’altro versante della montagna, l’impresa più difficile dal punto di vista della fatica, per raggiungere la nostra meta. Parcheggiata di nuovo la nostra fedele amica a 4 ruote, in un punto più impervio della stessa boscaglia, abbiamo iniziato a salire per un sentiero appena visibile tra gli alberi, mentre il sole cominciava a tramontare (era circa le 16). Tutto intorno a noi era silenzio, rotto solo dal gracchiare delle foglie sotto le nostre suole. Ogni tanto, dai rami più alti degli alberi, udivamo un frullio d’ali improvviso, e un uccello si allontanava. Il sentiero a volte usciva fuori dalla boscaglia, e in tal caso avevamo un’ottima panoramica del monte e del ponte vanvitelliano, ormai ai nostri piedi, e che osservavamo per tutta la sua lunghezza. A un tornante, alla fine, apparve la nostra meta, un casolare abbandonato a prima vista, che ci era stato riferito essere altrimenti un edificio storico. La salita era stata breve ma faticosa: io ero stanco, Rob scattava fotografie, Shirohige desiderava arrivare in cima prima che calasse la notte. Così abbiamo percorso l’ultimo tratto, tenendo sempre d’occhio la posizione dell’edificio rispetto a noi, Shirohige davanti, Rob nel mezzo e io a chiudere la comitiva. A un certo punto, ci siamo trovati davanti a un bivio, se tale poteva chiamarsi il contorno confuso di fogliame che si divideva a destra, verso il fitto del bosco, e proseguiva diritto, per perdersi chissà dove. Gli alti alberi ci impedivano di osservare la nostra posizione, ma intuivamo che non dovevamo essere molto lontani dalla meta. Dopo alcuni minuti di incertezza, decidemmo di svoltare. Bene facemmo, come venimmo a sapere in seguito: il sentiero proseguiva verso l’altro versante della montagna, portandoci dunque indietro. Fatti un centinaio di metri, ci rendemmo conto di essere sulla buona strada: alzando lo sguardo, vedemmo sopra di noi la mole dell’edificio in pietra, le arcate enormi, il timpano diruto. Fra noi e la massa di oscurità in cima c’era l’ultimo tratto del sentiero, che però era occupato da rovi taglienti. Sì, proprio masse di rovi, raggomitolate, sciolte, pendenti, taglienti. Era un imprevisto, ma potevamo affrontarlo: mentre Shirohige tagliava i più lunghi col suo coltellino, io mi dedicavo a distruggere i più piccoli con un ramoscello, dando colpi secchi che sferzavano l’aria e originavano un sibilo rumoroso nel silenzio. Rob faceva luce a entrambi: la sera era scesa, e io temevo non tanto per la ridiscesa al buio, visto che non era la prima volta che il nostro gruppo si trovava a ridiscendere un rilievo nell’oscurità, ma per gli animali selvatici del bosco. Mi dicevo che era troppo freddo per i serpenti e che i cinghiali non potevano esistere lassù, ma osservavo comunque il bosco dietro di noi, che andava inscurendosi, con una certa apprensione. E quei dannati rovi sembravano non finire più: ne tagliavamo alcuni, avanzavamo di mezzo metro ed ecco pararsi davanti a noi un’altra massa di quelle liane spinose, intrecciate quasi apposta. 

Lavoravamo da un venti minuti buoni, quando un improvviso grugnito risuonò vicinissimo a noi, alla nostra sinistra. Ci fermammo subito, Rob puntò le torce verso gli alberi. Con la sera era sceso anche il freddo, e così ci decidemmo ad andare via, a tornare più preparati un’altra volta. Tornammo sul sentiero, e fu allora che accadde: una serie di luci nel bosco apparvero all’improvviso. Esploratori come noi? Cacciatori? Qualcosa di peggio? Le luci scomparvero un secondo, per poi riapparire: cos’erano? Il nervosismo si impadronì di noi, e nel momento in cui Shirohige aprì bocca, ancora visibile nella poca luce disponibile, una specie di grugnito venne dalla parte di fondo, in direzione delle due luci che non si muovevano né tremolavano. Decidemmo in silenzio: ripristinammo la nostra composizione militare, con me dietro che marciavo osservandomi le spalle ogni due secondi, cercando di accelerare la marcia senza far eccessivo rumore. Il grugnito intanto aumentava di volume, sembrava essere dietro di noi, poi immediatamente alla sinistra: quando uscivamo sui tornanti panoramici, profumati di ginestre secche, respiravamo aria fredda ma salutare. La discesa fu veloce, a un certo punto, dove la pendenza era elevata, quasi a rotta di collo. Arrivammo all’auto, presso il nostro amato Ponte, e mentre salivamo io vidi in alto: l’edificio era un’oscurità più buia del buio che l’avvolgeva, e le due luci erano visibili, si erano spostate sul sentiero e si trovavano sul tornante panoramico da noi percorso 3 minuti prima. Erano ferme. Shirohige mise in moto e discendemmo, avviandoci verso casa, senza aver ultimato la nostra esplorazione. 
Per dirla con Tolkien, la montagna ci aveva sconfitti.


sabato 11 febbraio 2017

La germanizzazione del Papato.

Chiesa dei Ss. Pietro e Paolo in Dieburg (Assia meridionale).


In riferimento al breve pontificato di Clemente II (25 dicembre 1046 - 9 ottobre 1047) si deve segnalare una particolarità insita nella sua stessa nomina. Con l'elevazione di un tedesco al Soglio, l'imperatore Enrico III riusciva ad ottenere il potere assoluto per la nazione tedesca. Impero e Chiesa avevano ai propri vertici un esponente tedesco, occasione avvenuta una sola volta in precedenza. Difatti, nel 996, Ottone III imperatore, fu eletto al Soglio suo cugino Bruno col nome di Gregorio V. Ma sia Ottone sia Gregorio erano giovanissimi, destinati a morire in pochi anni, e inoltre nel clima di Renovatio promosso da Ottone poco era marcato l'elemento tedesco. Il caso del 1046 è diverso: Enrico era maturo, Clemente pure e tutto lasciava prevedere un dominio germanico sui corpi e sulle anime che sarebbe durato per alcuni anni, tempo di rafforzare la dinastica di Enrico e di attuare una riforma ecclesiastica secondo le angolature della corte teutonica. In tal senso vanno anche lette le elezioni successive di vescovi tedeschi al Soglio, non solo per garantire al vertice dell'istituzione persone di sicura moralità e pura pietà, ma anche per non perdere il controllo sulla Santa Sede. E' un un fatto che morto lui la corte imperiale non riuscì più a detenere tale controllo, ponendo le basi per la grande era delle riforme gregoriane.
Damaso II
Morto Clemente II, l'imperatore Enrico III provvide a dargli un successore nella persona di Poppo, vescovo di Bressanone, il 25 dicembre 1047. Il nuovo Papa assunse il nome di Damaso II, in ricordo evidentemente del primo Pontefice con questo nome, che aveva dovuto affrontare le dispute con l’antipapa Ursino, e con il neoeletto voleva ricordare a se stesso e agli altri la presenza inquietante di Benedetto IX. Scese subito in Italia per prendere possesso della sede romana e in primavera giunse in Toscana per accordarsi con Bonifacio, potente feudatario imperiale, e ottenerne l'appoggio militare per la discesa a Roma, città che senza l'imperatore era poco sicura. Il duca, dopo un primo rifiuto, acconsentì, e Damaso potè intronizzarsi il 17 luglio 1048. Morì il successivo 9 agosto, dopo appena 23 giorni, probabilmente per malaria.
Il breve pontificato damasiano è spesso preso a esempio per i problemi che oggi giorno i medievisti incontrano nella datazione di pontificati o regni. In particolare, è l'elezione che fa il papa o la sua intronizzazione (oggi chiamata "messa di inizio pontificato")? Il caso di Damaso II, Papa per 23 giorni (come stabilito dall'Annuario pontificio), ma di fatto in carica per 8 mesi, sembra propendere a favore dell'intronizzazione come inizio del ministero petrino. Ma, guardando a un'epoca lontana da quella in esame, nel VI secolo, quando i vescovi di Roma dovevano richiedere l'approvazione di Costantinopoli per la propria elezione, troviamo il caso di Gregorio Magno, eletto nel 590 e morto nel 604. La conferma del basileus arrivò nel 591, ma nel frattempo Gregorio si comportò da sovrano, ordinando riparazione alle mura di Roma, visitando i monasteri dell'Urbe, nominando il primo nucleo della sua "Curia"; e oggi nessuno negherebbe che fosse già papa prima della conferma, e che il suo pontificato inizi dall'elezione.
Spesso, quindi, era la personalità del Pontefice, o la rilevanza delle sue azioni, a far "iniziare" il suo regno, a dispetto dei precedenti possibili. Un papa attivo era tale fin dall'elezione, anzi lo si era scelto forse proprio per quel motivo; un altro, che nell'attesa della presa del Laterano non aveva compiuto grandi imprese, lo era solo da quel momento. Naturalmente il metodo storiografico non codifica in questi termini, ma questa è una delle tante variabili da prendere in considerazione, se si vuole ben capire la mentalità medievale.

Morto Damaso II nell'agosto 1048, si aprì la possibilità per i romani di proporre un proprio candidato. La scelta doveva essere confermata dall'imperatore tedesco, ai sensi del Privilegium Othonis di quasi un secolo prima, ma la subitanea morte dei due prescelti imperiali favoriva l'imporsi di altre vie. Senonché le fonti tacciono su ogni presa di posizione romana nei confronti della scelta imperiale. Mentre nel 1047 avevano inviato al sovrano un'ambasceria chiedendo che fosse nominato Papa l'arcivescovo borgognone Alinardo, in quest'occasione sembra che si ripiegarono in posizione attendista. L'ex Papa Benedetto IX era ancora vivente nella rocca di Tuscolo, e fu accusato di aver avvelenato i suoi due successori. Mentre per Clemente il sospetto sembrerebbe confermato da indagini autoptiche a metà del Novecento, col ritrovamento di alti tassi percentuali di piombo nelle sue ossa (ma non dimentichiamo che a quell'epoca anche oggetti di uso quotidiano, come i boccali; erano rivestiti di piombo per copertura), così non pare per Damaso, morto quasi sicuramente per la malaria estiva che affliggeva da sempre Roma.
Leone IX
La morte dei due Pontefici, a meno di un anno di distanza l'uno dall'altro, impressionò grandemente i contemporanei: non si spegnevano i richiami millenaristici di inizio secolo, e il continuo vuoto ai vertici della Chiesa era considerato un presagio nefasto, una punizione di Dio per i peccati della Chiesa e dell'umanità, tali da non meritarsi più un Suo vicario sulla Terra. L'imperatore Enrico III, che pure ragionava in termini oggi diremmo "laici", non restò meno impressionato degli altri dalla scomparsa di due suoi fedelissimi, da lui elevati al Soglio. Per questo non riuscì subito a trovare un nuovo candidato alla carica, visto che assumerla sembrava voler dire vivere poco. Il precetto di Pier Damiani "
Non vivrai gli anni di Pietro", cioè non raggiungerai i 25 anni di regno che la tradizione di allora assegnava al primo Apostolo, ripetuto a ogni nuovo Papa all'inizio del proprio mandato, fu ispirato proprio da queste morti improvvise, segno della caducità del mondo.
Nel dicembre 1048 Enrico II prese la sua decisione e nominò nuovo Papa il vescovo di Toul, Brunone dei conti di Egisheim - Dagsburg, il cui padre fu cugino di secondo grado di Corrado II. Dopo aver protestato la propria indegnità all'onore, Brunone accettò e si mise in viaggio verso l'Italia.
Era la terza volta in poco più di un anno che un prelato della Chiesa tedesca assurgeva al Soglio, e non sarebbe stato l'ultimo. Con Brunone si assistè alla progressiva germanizzazione del Papato, con l'occupazione dei posti d'onore nella primitiva Curia papale da parte dei tedeschi, e l'introduzione di usi liturgici germanici tra gli usi romani, per divenire poi universali. Enrico III diede quindi un'impronta imperial- tedesca alla Chiesa, anche se va a suo onore il fatto che tutti i prescelti fossero meno interessati alla propria nazionalità che alla riforma della Chiesa. E fu proprio Brunone il primo a discostarsi dalla plenitudo potestatis germanica che Enrico III aveva assunto.


Si mise subito in viaggio verso Roma, ed ebbe occasione, prima di valicare le Alpi, di incontrarsi col diacono Ildebrando, che avevamo lasciato in compagni dell'esule Gregorio VI due anni prima. Il vescovo di Toul, che non era mai stato nell'Urbe prima di allora, indossò la palandrana del pellegrino, avviandosi lungo la via Francigena. Nel gennaio 1049 giunse alle porte della città, e ai rappresentanti del popolo chiese di poter essere eletto secondo gli usi antichi dei romani. Era già questa una novità: Enrico III era nel suo diritto nel nominare i Papi, ma Brunone capì che bisognava prima rendersi accetto al popolo per poter attuare la riforma della Chiesa. Fu così ripristinato, almeno formalmente, il diritto al clero e al popolo di partecipare all'elezione papale, atto che avrebbe favorito di lì a pochi anni l'introduzione della riforma nicolaita. Brunone fu eletto formalmente Papa il 2 febbraio 1049, e scelse il nome di Leone IX in ricordò del primo Leone, che tanto aveva fatto per Roma. 

venerdì 3 febbraio 2017

Architetture civili ad Afragola - I parte.

Palazzo Majello, via Majello, fine Ottocento.

L’attuale forma urbana di Afragola risale nelle sue linee portanti al XVII secolo, dopo l’affrancamento dei quartieri orientali dalla feudalità dei Bozzuto, avvenuta nel 1576. L’espandersi del tessuto urbano fu dovuto in primo luogo all’aumento demografico avvenuto tra la fine del Cinque e l’inizio dei Seicento. Un esempio su tutti: la parrocchia di Santa Maria d’Ajello contava press’a poco un paio di centinaia di anime nel 1542, al tempo della Santa Visita del cardinale Francesco Carafa; nel 1633, all’epoca della Visita del cardinale Francesco Boncompagni, il numero dei “figliani” del parroco di Santa Maria era già asceso a 4000 circa, tanto che la chiesa era giudicata non abbastanza grande per contenerli tutti per le messe delle festività maggiori. L’esplosione demografica continuò fino all’epidemia di peste del 1647, che spopolò il casale per un terzo dei suoi abitanti (il quartiere di San Marco, il più orientale e il più vicino a Napoli, fu il più colpito). Dagli anni Cinquanta dello stesso secolo ci fu la lenta ripresa demografica, e una significativa
novità: i superstiti della pestilenza iniziarono a concentrarsi nell’area centrale del casale, tra le parrocchie di Santa Maria e San Giorgio, abbandonando la vita in pianta stabile nelle campagne. Era una novità assoluta per Afragola, la cui popolazione era stata sempre eccessivamente dispersa, ed ebbe importanti conseguenze per la trasformazione urbana. Furono costruite nuove abitazioni e sterrate nuove vie, collaterali agli assi principali che già esistevano. Alla fine del Settecento, un secolo e mezzo dopo la pestilenza, Afragola contava circa 13000 abitanti, il secondo casale della Pianura campana per popolazione dopo Aversa. La carta del Rizzi Zannoni del 1793 mostra Afragola come un nucleo compatto, col le strade attuale del centro storico già tutte delineate, circondato dalla campagna. Il tessuto abitativo, fitto nei quartieri di Santa Maria, San Giorgio e del Rosario, si diradava in direzione della vetusta chiesa di San Marco e del santuario di sant’Antonio, all’epoca posto in una zona aperta (ne parlerò adeguatamente in un prossimo articolo). L’espansione viaria porta alla realizzazione di nuove strade: via Cesinola (oggi via Rosselli e via Galliano), via Capodivia (anticamente via San Leonardo, oggi via Principe di Napoli), via Avignone (oggi via Alessandro Manzoni).

Tempietto con gatto (interno palazzo Moccia via Majello)
Lungo tutto il XVIII secolo si erano configurate le due tipologie abitative che ancora oggi notiamo in città: il palazzo monofamiliare, delle classi agiate, e la corte plurifamiliare, evoluzione della masseria altomedievale, popolata sopratutto da piccoli proprietari terrieri o dal proletariato contadino.
I palazzi signorili settecenteschi erano solitamente di due o tre piani, dotati di una mansarda non abitata e con funzione di ripostiglio. Le facciate erano movimentate da loggiate al piano nobile. L’ingresso era generalmente costituito da un portale (di tufo o in pietra lavica) che recava l’armoriale della famiglia sulla chiave di volta, in realizzato in stucco o in marmo, se il palazzo era di proprietà di una famiglia napoletana. Il prospetto presentava decorazioni in stucco, con colonne aventi capitelli di stile corinzio. L’androne d’ingresso era a volta, generalmente decorato con affreschi di vario tipo: o si riproduceva lo stemma famigliare che era sul portale, oppure si ritraeva un santo a cui la famiglia era particolarmente legato – dall’Ottocento, abbondano le rappresentazioni di sant’Antonio da Padova, spesso ospitate in vere e proprie nicche del cortile centrale. Dall’androne si accedeva allo spazio interno, il cortile, sul quale si aprivano le scuderie, la cucina, le stalle, i ripostigli per dettare alimentari. Una scala sontuosa conduceva al piano nobile, dove v’era il salone di ricevimento e le stanze per le attività quotidiane, mentre il secondo piano era occupato dalle stanze da letto. Nel cortile si apriva anche il giardino, separato dal primo da un cancello in ferro battuto che, in alcuni palazzi, sono ancora oggi vere e proprie opere d’arte. Il giardino di delizie rappresentava il buen retiro del signore e della sua famiglia, e spesso ospitava orti e alberi da frutto. Dall’Ottocento in poi, gli ambienti a piano terra vengono affittati a uso di botteghe artigiane o alimentari: il ciclone giacobita aveva giocoforza cambiato la mentalità anche dei signori, che non disdegnavano nel nuovo secolo di aumentare gli introiti con semplici fitti, cosa impensabile un secolo prima.

Esempi di architetture signorili ad Afragola abbondano nel centro storico. Fra i principali cito: palazzo Romanucci in via Caracciolo (1808), Palazzo Migliore in Piazza Municipio (inizio Ottocento), Palazzo Baccina in via Plebiscito (metà del Seicento). 

Da segnalare, a vergogna dell’elitè culturale di questa città -sarebbe meglio chiamarla culturista, se tutti i suoi esponenti non avessero superato da un pezzo la mezza età- la distruzione di Palazzo Arcella, sito un tempo in via Santa Maria, risalente alla fine del Cinquecento e forse unico edificio di epoca tardo- rinascimentale rimasto in città e con sicura datazione. Giacente in cattive condizioni di staticità da anni (ricordo io stesso che da piccolo, per passare da Piazza Santa Maria a Piazza Municipio, attraverso una specie di galleria di tubi Innocenti di sostegno all’edificio), è stato abbattuto senza che uno strepito si innalzasse da questo gruppetto di cultori di Storia locale e sostituito da uno spiazzo a uso parcheggio, neppure funzionante oggigiorno.