venerdì 3 febbraio 2017

Architetture civili ad Afragola - I parte.

Palazzo Majello, via Majello, fine Ottocento.

L’attuale forma urbana di Afragola risale nelle sue linee portanti al XVII secolo, dopo l’affrancamento dei quartieri orientali dalla feudalità dei Bozzuto, avvenuta nel 1576. L’espandersi del tessuto urbano fu dovuto in primo luogo all’aumento demografico avvenuto tra la fine del Cinque e l’inizio dei Seicento. Un esempio su tutti: la parrocchia di Santa Maria d’Ajello contava press’a poco un paio di centinaia di anime nel 1542, al tempo della Santa Visita del cardinale Francesco Carafa; nel 1633, all’epoca della Visita del cardinale Francesco Boncompagni, il numero dei “figliani” del parroco di Santa Maria era già asceso a 4000 circa, tanto che la chiesa era giudicata non abbastanza grande per contenerli tutti per le messe delle festività maggiori. L’esplosione demografica continuò fino all’epidemia di peste del 1647, che spopolò il casale per un terzo dei suoi abitanti (il quartiere di San Marco, il più orientale e il più vicino a Napoli, fu il più colpito). Dagli anni Cinquanta dello stesso secolo ci fu la lenta ripresa demografica, e una significativa
novità: i superstiti della pestilenza iniziarono a concentrarsi nell’area centrale del casale, tra le parrocchie di Santa Maria e San Giorgio, abbandonando la vita in pianta stabile nelle campagne. Era una novità assoluta per Afragola, la cui popolazione era stata sempre eccessivamente dispersa, ed ebbe importanti conseguenze per la trasformazione urbana. Furono costruite nuove abitazioni e sterrate nuove vie, collaterali agli assi principali che già esistevano. Alla fine del Settecento, un secolo e mezzo dopo la pestilenza, Afragola contava circa 13000 abitanti, il secondo casale della Pianura campana per popolazione dopo Aversa. La carta del Rizzi Zannoni del 1793 mostra Afragola come un nucleo compatto, col le strade attuale del centro storico già tutte delineate, circondato dalla campagna. Il tessuto abitativo, fitto nei quartieri di Santa Maria, San Giorgio e del Rosario, si diradava in direzione della vetusta chiesa di San Marco e del santuario di sant’Antonio, all’epoca posto in una zona aperta (ne parlerò adeguatamente in un prossimo articolo). L’espansione viaria porta alla realizzazione di nuove strade: via Cesinola (oggi via Rosselli e via Galliano), via Capodivia (anticamente via San Leonardo, oggi via Principe di Napoli), via Avignone (oggi via Alessandro Manzoni).

Tempietto con gatto (interno palazzo Moccia via Majello)
Lungo tutto il XVIII secolo si erano configurate le due tipologie abitative che ancora oggi notiamo in città: il palazzo monofamiliare, delle classi agiate, e la corte plurifamiliare, evoluzione della masseria altomedievale, popolata sopratutto da piccoli proprietari terrieri o dal proletariato contadino.
I palazzi signorili settecenteschi erano solitamente di due o tre piani, dotati di una mansarda non abitata e con funzione di ripostiglio. Le facciate erano movimentate da loggiate al piano nobile. L’ingresso era generalmente costituito da un portale (di tufo o in pietra lavica) che recava l’armoriale della famiglia sulla chiave di volta, in realizzato in stucco o in marmo, se il palazzo era di proprietà di una famiglia napoletana. Il prospetto presentava decorazioni in stucco, con colonne aventi capitelli di stile corinzio. L’androne d’ingresso era a volta, generalmente decorato con affreschi di vario tipo: o si riproduceva lo stemma famigliare che era sul portale, oppure si ritraeva un santo a cui la famiglia era particolarmente legato – dall’Ottocento, abbondano le rappresentazioni di sant’Antonio da Padova, spesso ospitate in vere e proprie nicche del cortile centrale. Dall’androne si accedeva allo spazio interno, il cortile, sul quale si aprivano le scuderie, la cucina, le stalle, i ripostigli per dettare alimentari. Una scala sontuosa conduceva al piano nobile, dove v’era il salone di ricevimento e le stanze per le attività quotidiane, mentre il secondo piano era occupato dalle stanze da letto. Nel cortile si apriva anche il giardino, separato dal primo da un cancello in ferro battuto che, in alcuni palazzi, sono ancora oggi vere e proprie opere d’arte. Il giardino di delizie rappresentava il buen retiro del signore e della sua famiglia, e spesso ospitava orti e alberi da frutto. Dall’Ottocento in poi, gli ambienti a piano terra vengono affittati a uso di botteghe artigiane o alimentari: il ciclone giacobita aveva giocoforza cambiato la mentalità anche dei signori, che non disdegnavano nel nuovo secolo di aumentare gli introiti con semplici fitti, cosa impensabile un secolo prima.

Esempi di architetture signorili ad Afragola abbondano nel centro storico. Fra i principali cito: palazzo Romanucci in via Caracciolo (1808), Palazzo Migliore in Piazza Municipio (inizio Ottocento), Palazzo Baccina in via Plebiscito (metà del Seicento). 

Da segnalare, a vergogna dell’elitè culturale di questa città -sarebbe meglio chiamarla culturista, se tutti i suoi esponenti non avessero superato da un pezzo la mezza età- la distruzione di Palazzo Arcella, sito un tempo in via Santa Maria, risalente alla fine del Cinquecento e forse unico edificio di epoca tardo- rinascimentale rimasto in città e con sicura datazione. Giacente in cattive condizioni di staticità da anni (ricordo io stesso che da piccolo, per passare da Piazza Santa Maria a Piazza Municipio, attraverso una specie di galleria di tubi Innocenti di sostegno all’edificio), è stato abbattuto senza che uno strepito si innalzasse da questo gruppetto di cultori di Storia locale e sostituito da uno spiazzo a uso parcheggio, neppure funzionante oggigiorno.

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