venerdì 17 febbraio 2017

Don Luigi: "Bisogna porre Cristo al centro della vita".

Don Luigi Terracciano

Pubblicato su "Nuovacittà" n. 3 del 10 febbraio 2017.

Sentinelle del territorio, “soldati” di trincea della Chiesa del Terzo Millennio, dottori dell’anima del popolo cristiano. Tante sono le qualità dei parroci del nostro territorio, che si trovano a dover affrontare situazioni diverse con la “sola” guida della Fede. E’ proprio a loro che vogliamo dedicare uno spazio d’intervento, per conoscere attraverso di loro uno spaccato sociale della nostra città non sempre immediatamente percepibile. Oggi incontriamo don Luigi Terracciano, classe 1966, nativo di Casalnuovo, dal 2015 parroco della chiesa madre di Santa Maria d’Aiello.

D. Padre, quando ha scoperto la sua vocazione?

Fu al secondo anno delle scuole superiori che nacque in me il desiderio di seguire il Signore e di dedicarmi a Lui, dopo un pellegrinaggio che compii a Lourdes nell’aprile del 1981, a 14 anni. Seguii diversi incontri di discernimento spirituale al Seminario maggiore di Napoli, a Capodimonte, e dopo il diploma di perito edile entri in seminario.

D. Quali furono i suoi punti di riferimento spirituali?

I miei punti di riferimento sono stati don Tonino Bello, che ebbi la gioia di intervistare durante una visita che compimmo nella sua diocesi di Molfetta, don Lorenzo Milani, il sacerdote della scuola di Barbiana, e don Primo Mazzolari.

D. Dopo Marano e Mugnano, dal 2015 lei è parroco ad Afragola…

Sì, conoscevo già la realtà afragolese, essendo confinante con Casalnuovo, e sono rimasto piacevolmente colpito dalla bellissima accoglienza che ricevetti dai fedeli. Gli afragolesi sono un popolo ricco di devozione e legatissimo alle tradizioni, da non confondere con le abitudini, che inevitabilmente prendono piede. Un esempio su tutti: al mio arrivo, notai che era uso tenere il portone secondario aperto, dimodoché i fedeli preferivano questo ingresso a quello principale della chiesa. Lo feci chiudere, non tanto per impedire la comodità di chi arriva da via dell’Aquila ma perché il fedele, quando entra in chiesa, deve incontrarsi principalmente con Cristo, come primo impatto.

D. La Chiesa attraversa in questo periodo storico quella che Papa Benedetto XVI ha chiamato “crisi di fede”. Lei la riscontra nella nostra realtà?

Sì, c’è un calo dell’attenzione religiosa, che io credo si possa superare mettendo Cristo al centro: la Parola, l’adorazione eucaristica, il Vangelo. Oggi c’è una certa rilassatezza fra i fedeli, dovuto al fatto che, in quest’epoca, molti vogliono sentire dalla Chiesa solo quello che “conviene loro”. Spesso alle catechesi prematrimoniali mi trovo a leggere passi delle omelie di Papa Francesco che indicano chiare strade da seguire, e che proprio coloro che amano il Papa non vorrebbero seguire, almeno per intero. Anche i mass media hanno responsabilità, perché riportano solo i passaggi principali o che più potrebbero interessare chi li segue.

D. Come si può dunque arrivare a trasmettere il messaggio cristiano?

Innanzitutto, con la catechesi, a cominciare da quella domenicale. Spesso noto che le omelie domenicali sono le uniche occasioni con cui posso raggiungere anche i fedeli meno assidui alle pratiche religiose, e cerco di trasmettere il Vangelo in maniera semplice senza svilire la liturgia. Poi, valorizzare le pratiche devozionali, come la processione che ogni 11 del mese teniamo in devozione alla Madonna, e la processione alla Scafatella, che vorrei ampliare da due giorni a una settimana intera. Sono tanti strumenti che abbiamo a disposizione. Senza mai dimenticare, nei momenti di difficoltà e di buio, la promessa di Gesù: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

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