sabato 18 febbraio 2017

Kim: avventura e mistero.

La ruota della vita tibetana, citata negli ultimi capitoli del romanzo.


Sono legato per ragioni sentimentali a “Kim”, romanzo di Rudyard Kipling, il bardo dell’Impero inglese: è stato il primo romanzo che io abbia letto in vita mia. Capitò così: la mia insegnante di italiano in terza media, la prof Biancardi, volendo premiare la mia passione per la lettura, mi prestò per l’estate dell’anno 2000 il romanzo nella raffinata edizione della Garzanti, del 1983. Nei lunghi mesi di quell’estate di transizione dalla media al liceo, i personaggi del romanzo mi tennero compagnia, e fui preso da una passione straordinaria per l’India e i posti descritti nell’opera – ricordo che mi feci prestare dalla mia vicina un altante geografico per seguire il rocambolesco percorso del protagonista lungo il subcontinente. Era un prestito, che però non sono mai riuscito a restituire: la vita liceale mi premeva, quando ero libero mi annoiavo a passare per la vecchia scuola, una volta che feci lo sforzo l’antica prof non c’era, e così passarono gli anni, me ne dimenticai e il libro entrò di diritto nella mia biblioteca (privato della sua preziosa copertina, però, per vari incidenti). 
Fine del flash back. Torniamo a noi.

Un lungo romanzo senza trama

L’opera non ha una datazione precisa, ma è ambientata ai tempi del dominio inglese: poiché un personaggio minore cita le feste per il 50esimo anniversario dell’incoronazione della regina Vittoria (1837-1901), parliamo di un periodo compreso tra il 1888 e il 1901, anno in cui fu pubblicato il romanzo. Kipling racconta delle peripezie di Kimball O’Hara, meglio conosciuto come Kim, un inglese che però è stato cresciuto da una indù di Lahore, città nel nord dell’India, e che perciò ha imparato a parlare e sopratutto a pensare in indostano. Un giorno, mentre è seduto sotto il cannone Zam-Zammah con altri due monelli, incontra un lama, un sacerdote della religione buddista, in visita al Museo della città.
Preso a simpatia il vecchio, il tredicenne Kim lo prende sotto la sua “protezione”, accorgendosi che il lama, venuto dal Tibet, non è pratico dei luoghi e non è avvezzo al falso candore degli abitanti del piano. Il lama gli parla del fiume scoccato dalla freccia del Buddha non ancora illuminato, e che porta alla liberazione dal ciclo delle cose chiunque vi si bagni. I due inizieranno cos’ il viaggio per l’India, con Kim doppiamente impegnato a proteggere e a mendicare per sé e per il maestro e a portare a Umballa (oggi Amabala) per conto del mercante musulmano Mahabub- Alì la discendenza di uno stallone bianco, che altro non è che un messaggio in codice per i membri del servizio segreto britannico (di cui Mahabub fa parte). Kim esce dal mondo di Lahore per incontrare soldati, massaie, contadini diffidenti, preti protestanti imbroglioni, vecchi sergenti che hanno combattuto durante la Rivolta del 1857, fachiri, giocolieri, usurai, insomma tutto il caleidoscopico mondo dell’India inglese, pulsante, libera, in cui la cavalla volante di Maometto si incontra con Visnù dalle numerose braccia, senza che nascano stragi ogni giorno (il fondamentalismo musulmano era ancora lontano). Incontratosi per caso col reggimento in cui militava il padre, Kim è costretto ad allontanarsi dal lama, che gli pagherà per tre anni gli studi presso la scuola militare. Il ragazzo non perderà il contatto con Mahabub, venendo inserito nel Grande Gioco del servizio segreto inglese e compiendo missioni da Islamabad (a quel tempo facente parte dell’India) al deccan, pianura centro-meridionale della penisola indiana. Ritrovato il lama, Kim girovaga con lui in cerca del fiume, incontrandosi con il babu Hurree, suo superiore nel gran Gioco, e accompagnando il vecchio sulle roccaforti dell’Himalaya. Qui ci sarà uno scontro con due stranieri che vedrà coinvolto il lama e porterà Kim vicino all’esaurimento nervoso. Ricoverato presso un’amica dei due a Saharunpore, Kim si sveglierà rigenerato, accudito dal lama, che ha finalmente trovato il fiume che cercava.

L’incontro fra Oriente e Occidente nell’India delle libertà.

Kim mi è piaciuto fin dalla prima lettura – e devo dire che, in 17 anni, l’avrò letto almeno una decina di volte. In Kim quell’alchimia fra Oriente e Occidente che è da tutti ricercata diventa realtà (purtroppo solo letteraria), e nell’universo kiplinghiano riusciamo a trovare il lama buddista Teshu che accoglie con serenità di una roccia le asserzioni del musulmano mercante Mahabub senza che nasca un conflitto a fuoco o che tutto venga banalizzato. L’India di Rudyard, che vi aveva vissuto fino alla giovinezza, è un Paese soggiogato dagli inglesi che però hanno appreso a lasciare la giusta libertà ai popoli che la abitano (da tenere a mente, pensando a ciò che è accaduto un secolo dopo, nell’India indipendente); è un Paese in cui vige il sistema di caste (come oggi, direi) accettato da tutti (kim, Mahabub, sahibs inglesi, babus bengalesi, maraja e marahani, mahratta e saddhu) senza che spunti la terzomondista armata di costoso cellulare a gridare alla discriminazione- solo il lama, sacerdote, non crede alle caste, ma ciò farebbe andare in cortocircuito i terzomondisti, notoriamente atei e agnostici; è un Paese di transizione, e i personaggi che la abitano rappresentano “il mostruoso ibridismo dell’oriente e dell’occidente” dirà un francese negli ultimi capitoli. Il protagonista Kim, figlio di padre irlandese e madre inglese, cresciuto da un’indù, amico di un musulmano e discepolo di un buddista, rappresenta la miglior sintesi di questo incontro fra Oriente e occidente, meglio di tanti trattati di 2000 pagine o di tanti vaneggiamenti di esterofili malati di un’India che esiste solo nei loro sogni. I personaggi sono da incorniciare nella nostra galleria dei ricordi: Kim, che da monello indù diventa un giovane uomo dei servizi segreti; il venerabile lama Teshu, figura paterna, la cui ingenuità è più disarmante delle armi che si porta appresso Mahabub – Alì, il burbero cavallaro che in fondo rispetta il vecchio e che rappresenta il terzo protagonista dell’opera; il simpaticissimo babu Hurree, dal parlare forbito, dalla fifoneria comica ma tanto furbo quanto è grasso (e in alcune pagine vi sembrerà che Kipling descriva un Majin Bu di Dragon Ball ante litteram); la Marahani chiacchierona, che ricorda l’India di anni migliori; Lurgan, misterioso “medico delle perle”, anche lui giocatore del Gran Gioco; e tanti altri, che Kipling descrive meravigliosamente, quasi in diretta, quasi a farceli apparire davanti agli occhi anche se li liquida in 6, 7 parole. Kim è parte di quell’India vittoriana che sparirà in pochi anni, lasciando solo un ricordo di tempi migliori: “Passaggio in India”, di Forster, pubblicato nel 1924, descriverà un’India diversa, già sconvolta dai fermenti indipendentistici che avveleneranno la convivenza multireligiosa e multirazziale che aveva retto per un secolo e mezzo.

Perciò Kim è l’India, e l’India autenticamente britannica ha in Kim l’ultima sua manifestazione prima della fine novecentesca.

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