domenica 26 marzo 2017

Afragola d'arte. San Domenico - Abside e presbiterio.

Madonna del rosario con Bambino tra i santi Domenico e Gennaro

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Avvertenza: l’avvicinarsi della pubblicazione della 2a edizione de “Il caso Afragola” mi rende necessariamente più sintetico nelle note storiche di questa rubrica, essendo che esse costituiscono il nucleo del volume di prossima uscita. Ho già spiegato il perché di tale scelta editoriale nei mesi scorsi, ma preferisco ribadirla affinché chi la ignori non accusi poi un abbassamento della qualità dei miei articoli.

La navata della chiesa è conclusa dall’area del presbiterio, divisa dalla prima da una balaustra marmorea risalente ai lavori del 1760. L’altare maggiore è della stessa epoca della balaustra, e sostituì la precedente ara seicentesca. Il coro con gli stalli lignei risale alla fabbrica seicentesca della chiesa: adornato con miniatura dei santi, fu rovinato in seguito a un incendio e a danneggiamenti durante il periodo di chiusura del tempio, e oggi resta una sola formella linea, ritraente Sant’Andrea con la croce sulle spalle, con una data: 1654. A lato del coro, è presentata una tela con un “San Domenico che guarisce un’ossessa”, anche se la rappresentazione è più applicabile a San Vincenzo Ferrer. 
La pala dell’abside ritrae “La Madonna col Bambino e i santi Domenico e Gennaro”, copia del XX secolo dell’opera originaria dipinta dal pittore emiliano Giovanni Lanfranco nel 1638 per la Certosa di San Martino a Napoli. La storia di questo dipinto è curiosa: realizzato per i padri certosini con la disposizione di ritrarre la Madonna adornata da putti e dalle figure di Sant’Ugo e Sant’Anselmo, fu dai religiosi rifiutato perché l’artista non si attenne a quanto concordato,. Quest’ultimo e i padri erano già in disaccordo sul pagamento di precedenti lavori svolti per la chiesa, e tutto ciò indusse Lanfranco a donare la pala ai maestri della chiesa di Sant’Anna dei Lombardi. In seguito, il grande Luca Giordano ritoccò i volti di Ugo e Anselmo tramutandoli in San Domenico e San Gennaro, per volontà della famiglia Samueli, patrona della cappella dove l’opera era ospitata. Distrutta la chiesa di Sant’Anna, l’opera passò in mani private, per essere poi acquistata nel 1899 dalla Collegiata della chiesa di San Domenico o Ss. Rosario di Afragola. Pur realizzata per un’altra chiesa, la pala era perfetta per adornare il tempio afragolese, in quanto ritraeva la consegna del Ss. Rosario dal Bambino a San Domenico, considerato l’iniziatore di questa devozione. L’opera rappresenta la consegna della corona del Rosario a San Domenico, ritratto col pastorale e l’abito del suo ordine. La Madonna mostra un viso giovanile, da ragazza, e a lei guarda San Gennaro, che in una mano regge l’ampolla col suo sangue, in ricordo del prodigio napoletano. Gli angeli circondano le figure, e uno di essi regge un drappo rosso con la schiena. La forte cromaticità fra il blu del mantello mariano, lo sfondo dorato, il rosso del drappo e le vesti candide dei due santi esalta le figure, ben delineate e con una bella verosomiglianza con volti umani (il Seicento è il secolo del realismo nella pittura).

Un appello agli afragolesi di buona volontà.

Nel 1984 l’opera fu data “in prestito” al Museo di Capodimonte per la mostra “La civiltà del Seicento a Napoli”. Non fu più restituita alla città di Afragola, e l’ultima notizia che ne abbiamo ce la dà abbandonata negli scantinati del Museo. . Napoli detiene “illegalmente” la pala da 33 anni ormai, un tempo lunghissimo, e credo sia ora che si costituisca un comitato di pressione affinché essa torni al suo posto. “Vetus et Novus” è disponibile a partecipare a quest’iniziativa, per riprenderci ciò che è nostro e garantire che il territorio non venga più depauperato delle sue ricchezze a favore di musei che ne hanno già a iosa.

Nota: un'ora dopo la pubblicazione del presente testo, mi è arrivata la nota da un utente Facebook, secondo il quale la tela si troverebbe oggi al Museo di San Martino in Napoli, custodita in un'ala non visitabile se non saltuariamente. Il commentatore la potè visitare grazie alla gentilezza di un custode. 
Quindi i manufatti d'arte realizzati per essere esposti al pubblico vengono ora mostrati non per un diritto ma per gentilezza degli operatori culturali. Di bene in meglio direi.
Ringrazio il signor Serbati per la sua testimonianza, essa è un motivo IN PIU' per l'istituzione di un comitato ad hoc per riprendersi un manufatto afragolese che, pur essendo esposto, non viene valorizzato.

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