venerdì 17 marzo 2017

Fonti storiche e topoi apologetici/2. Il caso di Giovanni III.


Cratere del Vesuvio da me fotografato nell'agosto 2015

Articolo correlato: Il caso dello Stilita (vedi LINK).


In questi giorni l’Etna sta dando spettacolo con le sue eruzioni effusive e pressoché innocue, non fosse per gli imbecilli che prima si avvicinano al cratere, magari per farsi selfie, e poi piangono davanti alle telecamere. Questo episodio mi ha fatto ricordare di un gustoso aneddoto raccontato da Pier Damiani nell’XI secolo, riguardante un episodio storico accaduto un secolo prima, ovviamente trasfigurato in chiave apologetica, essendo l’autore un medievale e un dottore della Chiesa.

La morte di un peccatore.

Damiani racconta, in una sua chronica, che un devoto, mentre recitava dei salmi, notò alcuni negri che portavano del fieno, diretti verso il Vesuvio. Avendo domandato loro chi fossero, essi risposero di essere demoni che trasportavano fieno per alimentare il fuoco del vulcano, su cui sarebbe stato bruciato Giovanni III, a loro dire prossimo alla morte. Il sant’uomo corse dal duca a riferirgli l’accaduto, ma Giovanni lo rassicurò, dicendo che per espiare le sue colpe avrebbe preso gli ordini sacri e sarebbe diventato sacerdote, dopo l’incontro con l’imperatore Ottone II. Incontro che però non avvenne, perché dopo qualche giorno, Giovanni morì e sul monte Vesuvio comparvero le fiamme.

Un monte demoniaco.

L’episodio storico riguarda la morte di Giovanni III, duca di Napoli, che resse la città dal 928 al 968, anno della sua morte. Formalmente sottoposto all’autorità di Bisanzio, si ribellò agli orientali, che nel 955 assaltarono Napoli per ricondurla a più miti consigli. Non per questo Giovanni si arrese, e iniziò a guardare con interesse le vicende dell’Impero tedesco, in quei anni retto dagli Ottoni. Morì nel 968, non amato dalla popolazione a causa dell’assedio di bizantini (e dei saraceni) di cui fu ritenuto responsabile, né dalla Chiesa, con la quale evidentemente entrò in contrasto.
Il racconto, per chi, memore della lezione di Bloch, sa interrogare le fonti, offre numerose informazioni sulla mentalità dell’XI secolo, e va da sé su quella di Pier Damini (figura che approfondiremo nelle prossime settimane).

L’accenno ai negri segnala che, all’indomani della caduta dell’Impero Romano, la presenza di genti di colore non era affatto diventata inusuale in Europa, sia perché i traffici fra l’una e l’altra sponda del Mediterraneo erano continuati fino all’arrivo dei musulmani (Pirenne illustra perfettamente tale continuità, interrottasi o almeno diminuita dall’VIII secolo), sia perché nell’immaginario europeo non ci si era dimenticati dell’esistenza del Regno di Etiopia, un dominio dell’Africa profonda in cui si praticava la religione cristiana, pur non essendoci da secoli contatti fra gli etiopi e gli europei. I negri venivano però adesso associati alle forze di Satana, divenendone servitori, e apparendo come messaggeri di forze ultraterrene che annunciano un prossimo lutto.
Satana non è citato direttamente nel racconto, ma la sua presenza si intuisce poiché si parla del Vesuvio, vulcano che era stato fatto oggetto di demonizzazione da parte della Chiesa fin dal primo Medioevo. La montagna di fuoco, dopo i fatti del 79 con la distruzione dell’area pompeiana e di quella stabiese, fu vista come anticamera dell’inferno, ritrovo del diavolo e dei suoi demoni che, fuoriusciti dal cratere, venivano inviati nel mondo per diffondere il male e mettere a soqquadro la Res publica Christiana. Dalla storia apprendiamo indirettamente che, ai tempi di Damiani e del duca Giovanni un secolo prima, il cratere era aperto ed emanava fumi di zolfo. Ciò non era affatto scontato: come dimostrano l’annientamento di Pompei ed Ercolano nel 79 e quello di Torre del greco nel 1631, il Vesuvio era andato incontro a periodi di acquiescenza magmatica, e talvolta il condotto si era proprio chiuso, come accadde al tempo dell’Impero Romano e com’è anche oggi. Se il cratere fosse stato fumante ai tempi dell’antica Pompei, del resto, Spartaco e i suoi non avrebbero potuto conquistare il monte e salirvi in cima, durante la guerra servile del 73 a. C.
Un altro dato che traiamo dalla storia è l’accenno a Ottone II, regnante dal 961 al 983 come re di Germania e dal 972 come imperatore del Sacro Romano Impero Germanico (vedi LINK). Ciò ci informa che l’attenzione che gli imperatori rivolgevano alle terre a sud di Roma, ricambiata, non fu prerogativa solo di Ottone III o degli Svevi ma anche dei primi Ottoni, interessati a insinuarsi nelle vicende dell’Italia meridionale e a sostituirsi alla lontana Bisanzio come punto di riferimento per le realtà locali. Non sappiamo se l’incontro citato fosse stato storicamente stabilito o se sia frutto della fantasia di Damiani, che però ricordiamo scriveva in un’epoca più vicina della nostra rispetto ai fatti ricordati.

Un’ultima notizia fornita dal racconto è quell’accenno alla presa dei voti di Giovanni III per sfuggire al castigo divino per i suoi peccati, e fors’anche alla giustizia terrena, visto che i sacerdoti subivano un particolare tipo di processo per i reati, in foro interno alla Chiesa, cosa malvista dai poteri temporali e che sarà uno dei temi di scontro della riforma gregoriana, alla quale Pier Damiani partecipò in primo piano.

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