domenica 30 aprile 2017

Sonnenuntergang.

Tramonto a Hundertmorgen, in Reinheim (Hessen)


Inizia un mese indaffarato, che speriamo porti più d'una soddisfazione. Non vi trascurerò, lettori, e fra le Scilla e Cariddi degli impegni aggiornerò il blog, spero tornando ai livelli invernali o almeno mantenendo quelli di aprile.
Seguiteci, e diffondete Vetus nel mondo!

venerdì 28 aprile 2017

Non videbis annos Petri. Aspetti del Papato medievale.

Il Papa e i cardinali, miniatura medievale.

UN PONTIFICATO DI TRANSIZIONE.

Riprendiamo la narrazione storica da dove ci eravamo interrotti due settimane fa, alla morte di Leone IX e all'ingresso sulla scena europea dei Normanni.
Morto Leone, i Romani non osarono procedere a una nuova elezione, e inviarono una delegazione di nobili presso l'imperatore Enrico III. Intanto, la notizia della morte del Papa aveva raggiunto gli esponenti del partito riformatore sparpagliato nel continente, a cominciare da Ildebrando da Soana, suddiacono sotto Gregorio VI, diacono sotto Leone. Anche lui si recò alla corte imperiale e ottenne dal sovrano la nomina di un riformatore, accettando di converso che fosse ancora un uomo di nazionalità tedesca. La scelta cadde sul vescovo di Eichstatt, Gerardo dei conti di Dollnstein. Dopo un uomo di frontiera col mondo franco come Brunone, la scelta ricadeva su un bavarese, che assunse il nome di Vittore II. La nomina avvenne dopo l'estate, in un momento imprecisato fra l'agosto e il settembre del 1054, e il neoeletto svernò presso la corte imperiale, insediandosi a San Giovanni in Laterano nell'aprile del 1055.
Vittore confermò i divieti leonini in materia di simonia e concubinato, e si trovò a reggere l'Impero allorquando Enrico III concluse i suoi giorni prematuramente il 5 ottobre 1056. Il successore presuntivo, un altro Enrico, era minorenne, e i signori tedeschi decisero di affidare il "Consiglio della Corona" (uso un termine improprio) alla vedova Agnese. Nominò suo consigliere per gli affari ecclesiastici Ildebrando, mentre affidò la Germania nel temporale all'arcivescovo Annone di Colonia. Mentre si recava a Roma per convocare un sinodo, avente probabilmente per tema lo scisma con la Chiesa d'Oriente, morì inaspettatamente ad Arezzo il 28 luglio 1057, sicuramente per la malaria. Il suo pontificato, che molti preconizzavano al momento dell'elezione essere lunghissimo, durò in effetti meno di tre anni, e Vittore si è ritrovato, nonostante la giovane età al momento del trapasso (circa 40 anni), nel novero dei cosiddetti "Papi di transizione", benché questa sia una categoria moderna, estranea al pensiero medievale.



STEFANO IX E LA FINE DELLA SERIE TEUTONICA.

Il 2 agosto 1057 fu eletto Papa il giovane Federico di Lorena, abate di Montecassino. Arcidiacono della diocesi di Liegi nel 1050, a circa 30 anni, fu creato cardinale da Leone IX, che accompagnò nella rovinosa campagna militare contro i Normanni. Prigioniero Leone, fu da questi nominato legato pontificio a Costantinipoli, contemporaneamente ai fatti dello Scisma d'Oriente, nel 1054. Nel 1057 Vittore II lo nominò abate di Montecassino, e gli successe pochi mesi dopo. Assunse il nome di Stefano in onore del santo del giorno.
Il suo breve pontificato fu contrassegnato dalla volontà di costituire una coalizione contro i Normanni, che doveva avere come nucleo centrale l'Impero tedesco. Per il trono imperiale, in quel momento vacante essendo Enrico IV minorenne, Stefano propugnò l'elezione di suo fratello Goffredo. Ma i contatti avuti con le casate tedesche si interruppero per la morte del Papa, avvenuta il 29 marzo 1058.
Con Stefano IX si conclude la serie tedesca dei Papi riformatori, una sequenza di 5 Pontefici che avevano avviato quel grande movimento di riforma morale prima ancora che istituzionale che avrà il suo apice 20 anni più tardi con Gregorio VII. I fatti storici dei secoli successivi non permisero più a nessun tedesco di essere candidato al Soglio: la lotta per le investiture rese diffidenti i Pontefici, cosicché per tre secoli il Sacro Collegio non annoverò più ecclesiastici provenienti dalle terre oltre il Reno, e la Riforma luterana affossò la Chiesa cattolica in territorio tedesco fin quasi all'epoca di Federico II di Prussia. Solo nel 2005 fu nuovamente eletto un tedesco al Soglio: Joseph Alois Ratzinger, Benedetto XVI, tuttora vivente.


NON VIDEBIS ANNOS PETRI - IL PAPATO "TRANSITORIO" NEL MEDIOEVO.

La denominazione di pontificato transitorio è affibbiata al regno di un uomo molto in là negli anni o debole in salute, che lascia ragionevolmente pensare a un periodo di governo breve, nel giro di 5, massimo 8 anni, posto fra due pontificati, prima e dopo di esso, di durata più lunga. E' una concezione tipicamente moderna, sconosciuta ai medievali, stante la mancanza di pontificati lunghi. Infatti, escluso San Pietro, all'XI secolo solo pochi vescovi di Roma avevano rasentato o raggiunto i 20 anni di governo, e rari erano stati coloro che avevano superato questa soglia: l'ultimo fu Leone III, che aveva incoronato Carlo Magno, due secoli e mezzo prima dell'epoca di cui trattiamo. Per un uomo di Medioevo, che nel corso della sua breve vita (al massimo un medievale ben in salute poteva raggiungere i 50 - 60 anni), vedeva avvicendarsi Papi sul Soglio ogni 5-6 anni, non aveva senso pensare a regni di transitori, essendo la transitorietà il concetto portante della religiosa del suo tempo: non è questa vita che un passaggio, una dimensione transitoria, che precede la sistemazione definitiva nell'aldilà? Ancora pochi anni, e nel 1064 Pier Damiani conierà la famosa massima "Non videbis annos Petri - Non vedrai gli anni di Pietro", che ricorda la tradizione per la quale Pietro pontificò 25 anni in Roma, e che nessun suo successore potrà mai superarlo in durata: chi è Papa tocca il vertice della piramide dell'umana gloria, ma a quale scotto! Morire entro pochi anni, diventare ossa e cenere, per dare esempio vivente all'Orbe cristiano che "Sic transit gloria mundi" - "Così passa la gloria del mondo".


Leone e Michele
IL PRIMATO E LO SCISMA DEFINITIVO.

Leone IX fu ricordato, oltre che per le sue imprese politiche e le sue peregrinazioni per l'Orbe cristiano (vedansi gli articoli dedicatigli a marzo) anche per lo Scisma d'Oriente, la separazione formale tra Chiesa latina o romana e Chiesa greca. Formale perché, nei fatti, le due Chiese erano separate da secoli, tanto nella liturgia quanto nella condotta e nella morale seguita dai rispettivi membri. Già Gregorio I, nel 597, aveva dovuto vederla col Patriarca di Costantinopoli che pretendeva per sé il titolo di ecumenico, rifiutato da Gregorio. Curiosamente, sarà la Chiesa di Roma, in seguito, sopratutto da Niccolò I (IX secolo) in poi, a rivendicare la potestà ecumenica della Sede di Pietro rispetto a tutte le altre riguardo la conferma della Fede e la giurisdizione ecclesiastica.
Nel 1053 un nuovo dissidio era esploso fra Roma e Costantinopoli in merito alla questione. Appena tornato dalla prigionia normanna, Leone incaricò Umberto di Silvacandida, Federico di Lorena (suo successore col nome di Stefano IX) e Pietro di Amalfi di recarsi in Oriente e mediare col Patriarca bizantino. L'Imperatore Costantino IX li accolse onorevolmente, mentre il Patriarca Michele Cerulario, in una pubblica adunanza del clero locale, rigettò l'idea del primato della Sede di Roma, la potestà data da Cristo e Pietro (e passato ai successori di questi alla sede romana) di decidere cosa fosse giusto o eretico nella fede professata dai cristiani di tutto il mondo. Il 16 luglio 1054 Umberto depose sull'altare della Basilica di Santa Sofia la bolla di scomunica contro il Patriarca e quanti la pensassero come lui, e tornarono in Occidente, via Bari. Qui trovarono la sorpresa di un nuovo Papa, Vittore II: Leone era già morto il 19 aprile dello stesso anno 1054.
Non era la prima volta che le due Chiese si scomunicavano a vicenda, e dunque la notizia non destò scalpore. Tale occasione fu particolare per la Storia perché, benché non passasse secolo in cui le due parti cercassero di riavvicinarsi, non si ritrovò più l'unità. Il Papato, guida della Chiesa latina, fu occupato prima dalla lotta per le investiture fino a metà del XII secolo, poi dall'insicurezza di Roma che costrinse spesso alla fuga, quindi assurse a monarchia assoluta con Innocenzo III e Bonifacio VIII, per finire isolato nel periodo avignonese e perfino scisso durante il quarantennio dello Scisma d'Occidente. Ristabilito l'ordine a Roma, fu la volta di Bisanzio di cadere nella confusione, con l'occupazione dei musulmani nel 1453, che impedì la libertà religiosa degli orientali e rese definitiva la separazione, che dura tutt'oggi.
Dal 1054, la Chiesa latina assunse il nome di Chiesa cattolica romana, quella greca di Chiesa cattolica ortodossa. Notare che lo scisma avvenne tra Roma e Bisanzio e coinvolse successivamente, e per gradi, anche le altre chiese orientali, notoriamente acefale.


IL SENATO DEL PAPA.

Esistenti fin dall'VIII secolo, è solo nell'XI che i cardinali (i presbiteri preposti alle 7 principali chiese di Roma, i "cardini" dell'Urbe) iniziano ad avere un peso consistente nelle dinamiche della Sede romana e della Chiesa universale. Da semplici sacerdoti romani, in numero di 7, la loro composizione variò in questo secolo sia in numero sia in qualità. Innanzitutto, dalle fonti apprendiamo che non c'era un numero fisso di cardinali, né era delineata chiaramente la loro funzione: erano semplici collaboratori di una Curia ancora antelitteram, e il loro numero variava da una decina a una ventina circa. Erano incaricati della manutenzione della chiese dell'Urbe, della gestione del Laterano in assenza del Papa (e va da sé che con un Pontefice "globetrotter" come Leone IX tale responsabilità aumentò per durata e importanza), di mansioni diplomatiche, come Umberto di Silvacandida a Costantinopoli. Sarà nel 1059, col decreto di Niccolò II che affiderà ai soli cardinali il compito di eleggere il vescovo di Roma, che ci sarà la svolta: da semplici esecutori a collaboratori del Papa, esecutori della sua volontà dopo la morte, trasmettitori della potestas da un Papa all'altro. Pietro muore, i cardinali no, almeno finquando un nuovo Pietro non si sarà installato in Laterano. Da quel fatidico anno, si moltiplicheranno i documenti papali a favore dei suoi senatori: ne sarà fissato l'ordine interno (vescovi, presbiteri, diaconi), saranno assegnate loro prebende e privilegi, saranno coinvolti negli scontri fra Chiesa romana e poteri temporali, saranno sempre sottomessi al potere papale ma saranno spesso loro a fare e disfare Papi e antipapi. Dalla fine del secolo XI vestiranno con un manto rosso, novità assoluta, essendo quel colore riservato ai soli Vicari di Cristo. Sarà il segno, anche simbolico, di come essi rappresentino il "prolungamento" della volontà papale nel mondo, oltre la sua persona (in un'epoca fortemente simbolica come il Medioevo, tale connotazione non passerà inosservata). Popolato di riformatori e gaudenti, di principi romani e poveri frati, il Collegio cardinalizio (che dal XII inizierà a essere denominato "Sacro" nelle fonti) avrà un numero fisso solo nel 1571, con Sisto V. Ma non saremo già più nel Medioevo.



domenica 23 aprile 2017

San Giorgio e la Benedictio Armentorum.



Omnipotens sempiterne Deus...”, così inizia la formula di benedizione dei cavalli, delle pecore e degli altri animali che si usava recitare in occasione della festa di San Giorgio martire, il 23 aprile, in Afragola. La nostra città, originatasi da casali rurali, e avente ancora oggi più del 50% del proprio territorio comunale occupato dai campi, ha perso la memoria della festa legata al santo cavaliere (di San Giorgio ci occupammo circa due anni fa, leggi su: LINK). Negli ultimi anni il parroco don Massimo Vellutino ha cercato di riprendere la tradizione, senza molto seguito a dire il vero, stante il cambiamento di mentalità dei tempi moderni.
Eppure, nei secoli passati, la benedizione annuale dei campi e degli armenti era un appuntamento fisso che nessuno, tra proprietari e coloni, voleva perdere, per assicurarsi dai rovesci del clima e dalle malattie dei capi bestiame. In ciò i contadini afragolesi (ma il discorso va ovviamente esteso a tutte le aree agricole d’Europa, almeno di ispirazione cattolica e in parte luterana) altro non facevano che replicare usi dei loro antenati i cui inizi travalicavano di molti secoli, all’indietro, l’era cristiana: già nella Grecia di Pericle o nell’Impero dei Persi di Serse si tenevano riti di propiziazione alle divinità della natura, subito dopo l’equinozio di primavera.

La Pasqua cristiana, cadendo tra il 23 marzo e il 24 aprile, segnava la rinascita non solo della Fede ma anche della Natura; e non sorprende che i riti cristiani antichi tipicamente agricoli si tenessero nei mesi di aprile e maggio. Come le Rogazioni, processioni del clero e del popolo per le vie di campagna, che avevano luogo una prima volta tra la memoria liturgia di San Giorgio – il 23 aprile- e la festa dell’Invenzione (= Ritrovamento) della Santa Croce– il 3 maggio – per poi replicarsi nel triduo di giorni immediatamente precedente l’Ascensione (40 giorni dopo Pasqua). Le prime prendevano il nome di Rogazioni maggiori, le seconde di Rogazioni minori: entrambi i tipi di processioni sono state abolite dal Concilio Vaticano II, e qui fia laudabile tacerci.
La festa di San Giorgio ad Afragola prevedeva la benedizione dei cavalli, delle pecore, dei bovi (scarsi nel nostro casale, a dire il vero), degli animali da cortile, posti davanti al sagrato dell’omonima chiesa o del vicino castello, per poi passare alla fiera dei cavalli, molto vantaggiosa per gli afragolesi. La fiera copriva anche la successiva festa di San Marco, e terminava dunque con l’inizio delle processioni rogazionali. Non sappiamo quando la festa fu istituita, né quando precisamente decadde. Una fonte ci informa che già negli anni Venti del Novecento la fiera equina si era spostata in estate, in occasione delle festività legate a Sant’Antonio di Padova (leggi: LINK). Né sappiamo al momento perché non attecchì la benedizione fatta in occasione della memoria di Sant’Antonio abate, il 17 gennaio, al quale Afragola pure ha dedicato un tempio. E’ probabile che si volesse una protezione più “specifica” per gli armenti (Sant’Antonio Abate è protettore di tutti gli animali, non solo quelli da cortile), in una società agricola come quella afragolese. Un indizio potrebbe trovarsi nella Santa Visita dell’arcivescovo Ottavio Acquaviva, alla fine del XVI secolo, nel 1598, che visionerò al più presto.

Qui il link per la formula di benedizione degli animali, ovviamente trascritta nell’unica lingua ufficiale della Chiesa: LINK.

venerdì 21 aprile 2017

Discesa.




Raramente pubblico qui pensieri del mio Facebook personale, perchè tanto prima o poi vi finiranno lo stesso, come forma di articolo. Ma questa ispirazione della notte del Giovedì Santo preferisco darvela così come l'ho scritta.

In questa notte di silenzio, decido di uscire. 
L'antica usanza dei sepolcri mi spinge a percorrere le strade deserte, le vene del ventre di Afragola.
Santa Maria d'Ajello, dove tutto sempre inizia: canti in latino, luce diffusa. Accanto a me una donna prega, un banco più avanti un'altra chatta al cellulare. Poi dicono che sono tradizionalista. Mi avvio per Piazza municipio: il Palazzo occhieggia lugubre, fa concorrenza alla luna che fatica ad alzarsi in cielo. Anche lei pare silenziosa, oppressa dallo sforzo. La chiesa del Rosario è semibuia, calda: i canti sommessi si alternano al rumore dei tacchi femminili e allo iato di qualche sbadiglio. San Marco: di nuovo luce, Cristo diventa barocco. Volti raccolti, il sacerdote pensoso confessa i penitenti. Ci penso su, ma rinuncio: a ogni parroco i propri peccatori. Percorro via Nunziatella: archi oscuri, bassi soffocanti di aria e di umanità, una ragazza affacciata alla finestrella parla al cellulare, sorride. Via Nenni: la modernità rompe il raccoglimento ma, eccomi, sono a San Giorgio. Sono di nuovo nel buio, una polifonia spezza il silenzio. Cristo è nel sepolcro, l'antico parroco pure lui, nella sua tomba dietro di me. Sento caldo, esco, mi avvio al ritorno. Rientro nelle viscere di questa città così provinciale eppure così metropolitana, così immobile eppure così irrequieta.
Santa Maria, di nuovo: dove tutto sempre inizia e dove tutto, a Dio piacendo, finisce.

domenica 16 aprile 2017

"Vi precede in Galilea".

Duccio di Buoninsegna, Le tre Marie al sepolcro, 1308-1311


Cristo è risorto, è veramente risorto!
Buona Pasqua da "Vetus et Novus"!

sabato 15 aprile 2017

#SaveRugbyAfragola.




Nota: il gruppo di ricerca “Vetus et Novus”, com’è noto, rivolge la sua attenzione in altri campi rispetto a quello sportivo. Si è tuttavia deciso di dedicarci a questa petizione, visto che il rugby rappresenta un pezzo di storia di Afragola, e noi proprio di Storia ci occupiamo.



La vicenda, se non fosse assurda, sarebbe comica.
Innanzitutto, riepiloghiamo i fatti. Nel 2008 l’amministrazione guidata dal senatore Vincenzo Nespoli manifesta l’intenzione di affidare ad un privato la gestione dello stadio cittadino “L. Moccia”, chiuso da anni. Il progetto non va in porto per varie cause, non ultima l’opposizione delle associazioni sportive a una privatizzazione del palazzetto sportivo. Nel 2013 il governo cittadino passa all’onorevole Domenico Tuccillo, che nel gennaio 2015 inaugura la riapertura dello stadio dopo 8 anni di lavoro. “Inaugurare” è un eufemismo: mentre il campo A si presentava in buone condizioni, il campo B e quello C erano ridotti a campi di patate, parte delle strutture non erano ancora terminate, e lo stesso sindaco, a onore del vero, ammise che c’era ancora molto da fare. Ero presente a quell’inaugurazione, e mi domandavo come sarebbe andata a finire. La risposta arrivò poche settimane dopo: la gestione dello stadio andò a una società di Pomigliano d’Arco dopo un bando molto contestato, nuovamente, dalle associazioni e da politici locali, perché la privatizzazione schivata sotto Nespoli sembrava avvenire sotto Tuccillo, che godeva allora della stima di molti esponenti di suddette società sportive. Il resto è storia recente: l’affido è andato, tramite una convenzione con l’amministrazione, alla squadra calcistica “Vis Afragolese”, che in cambio della cura della struttura ha il diritto di utilizzare il campo A invia, ci è stato detto, “esclusiva”. Ciò ha generato la protesta della società del rugby afragolese, che si è vista tagliare i piedi proprio verso la fine del campionato.
Ma diamo la parola agli interessati. Ho intervistato l’allenatore della squadra giovanile femminile di rugby, Armando Di Maso sulla questione.

D. In che condizioni giace lo stadio attualmente?

Di Maso: “Con l’ amministrazione Nespoli il campo è stato chiuso per due o tre anni e si era avviata la procedura per privatizzare il campo, alla quale noi ci siamo opposti dal primo momento, in quanto crediamo che in una città come Afragola e in un periodo come questo lo sport non debba essere praticato solo da chi abbia possibilità economiche. Siamo convinti che attraverso lo sport si può migliorare la società. i nostri ragazzi da 35 anni non pagano un euro né per l iscrizione né per la retta mensile. Siamo volontari e ci servirebbe l appoggio delle istituzioni x ampliare e migliorare i nostri progetti. L’ amministrazione attuale guidata da Tuccillo ha perseguito l’ obbiettivo di dare un in gestione il campo. Dopo un primo bando la struttura è stata assegnata ad un ditta di Pomigliano, noi continuavamo a giocare sul campo A in alternanza alla Vis Afragolese”.

D. La gestione ha avuto successo?

Di Maso: “Questa gestione è miseramente fallita dopo pochi mesi. Il sindaco ha continuato ad indire bandi andati deserti e nel frattempo ha speso altri 30 mila euro per il rifacimento del manto erboso tenendo di fatto chiuso il campo per tutta la stagione e obbligandoci con le nostre tante squadre a fare i nomadi su i vari campi della Campania creandoci non pochi problemi”.

D. Arriviamo ai fatti recenti: cos’è successo precisamente?

Di Maso: “Nei giorni passati la ditta che ha sistemato l’ erba ha ultimato i lavori, noi abbiamo fatto richiesta per una partita under 14 femminile. Dal Comune ci hanno risposto che non possono concedercelo in quanto lo hanno affidato in via esclusiva alla Vis Afragolese calcio. Questa scorrettezza che abbiamo subito è la peggiore nel corso della nostra storia”.

D. Quale ufficio comunale vi ha dato questa risposta?

Di Maso: “Questa risposta che abbiamo ricevuto è a firma della dott. Iroso, sollecitata dal sindaco. Non è stato fatto nessun bando e noi abbiamo fatto un esposto per verificare la validità e legittimità dell'atto. Vorrei chiarire una cosa: noi del rugby Afragola non abbiamo nulla contro la Vis Afragolese calcio ma contro l’amministrazione comunale”.

Una specificazione alla quale ci uniamo. Perché il punto è questo: se lo stadio è comunale, perché lo si affida in via esclusiva a una sola società? Perché tale società finanzia i lavori? Va bene, ma quando è stato indetto un bando per l’affido in via esclusiva a detta società? E perché al calcio e non al rugby?
Forse perché le urne sono vicine – fra un anno si vota – e si vogliono acquisire consensi? Nel mentre che arrivino le risposte – ma chissà perché crediamo che non arriveranno così presto – ci uniamo alla petizione social, arrivata anche oltre regione, per salvare un pezzo di storia sportiva locale. Restando sempre a disposizione, ovviamente, per chi delle due parti in causa (tre, considerando l'amministrazione comunale), volesse riferirci la propria. 

#SaveRugbyAfragola





venerdì 7 aprile 2017

Quando un Corcione incontra un Mozzillo...


Angelo Mozzillo, L'educazione della Vergine, 1804, ingrandimento foto originale.


Mi capita spesso, nel corso delle mie esplorazioni metropolitane, di imbattermi in gradite sorprese, avere inaspettati incontri con amici che mai si immaginava poter ritrovare in posti diversi da quelli dove si è soliti ritrovarli. Napoli, poi, da questo punto di vista è un caravanserraglio confusionario dove, se si ha abbastanza pazienza, si riesce prima o poi, nel corso di una mezza giornata, a scorgere una faccia nota tra le mille che ogni secondo affollano la vista.
Molti sono gli episodi che potrei citare, e ricordo l’ultimo, avvenuto nella chiesa di Sant’Anna dei Lombardi, nei pressi di Piazza Carità. Il tempio merita già di per sé una serie di articoli, anche se quando ne ho attraversato la soglia, dopo una mattinata confusionaria, era solo per un motivo: la pala del coro, intitolata “L’Educazione della Vergine”, opera del nostro comune amico Angelo Mozzillo. I lettori del blog già sanno di chi parlo, e per beneficio di chi si affaccia per la prima volta al nostro sito, riporto questo utile link: QUI. Nel corso di questi anni, salvo le due parentesi in terra tedesca, ho continuato a raccogliere fonti sul maestro e foto delle sue opere sparse per tutta la Campania (e non solo, come vedremo), in attesa di poterle catalogare in maniera scientifica con l’aiuto di esperti di storia dell’arte e dell’iconografia.
Ero quindi soddisfatto già di mio per essere riuscito ad aggiungere un altro tassello al mio mosaico, tra i più difficili da ottenere, essendo che la chiesa apre solo in determinati orari e non è facile ottenere il permesso per le foto – in tal senso, ringrazio il custode Stefano per avermelo concesso.
Cappella Corcione
Immaginarsi quindi la sorpresa quando, leggendo il depliant informativo sulle emergenze della chiesa, ho scoperto esservi una cappella della famiglia Corcione! Precisamente la seconda del lato destro, con sculture e pitture del Sei- Settecento dedicate a Santa Francesca Romana. Vi sono subito entrato, osservando lo stemma, diverso da quello dei Corcione d’Afragola (evidentemente, parliamo di un ramo cadetto), e una lapide marmorea che copriva la tomba di un tal Vincenzo Corcione, morto nel 1637.
Sono momenti in cui lo storico si pone velocemente delle domande, cercando di dominare l’emozione e di pensare scientificamente: i Corcione di Napoli in che rapporti erano con quelli di Afragola? Questo mio nonno seicentesco aveva parenti diretti nel distretto rurale della Capitale? Da dove originava questa devozione a una santa romana del XV secolo? Perchè l’araldica è diversa?
Sono solo alcune delle domande che mi si presentavano alla mente mentre toccavo il marmo dell’altare e osservavo gli angeli scolpiti ai lati. E poi un’altra: Mozzillo, originario della chiesa di Santa Maria d’Ajello di Afragola, in cui si conserva una sua opera posta a poca distanza dalla cappella dei Corcione locali, si sarà sorpreso anche lui nello scoprirne un’altra qui, luogo di una delle sue ultime committenze (la pala è del 1804, lui morì verso il 1810)? Avrà conosciuto qualche discente di quel Vincenzo ivi sepolto, un sacerdote di famiglia che officiava in cappella mentre lui dava gli ultimi ritocchi al dipinto del coro? Avrà lui, un Mozzillo, incontrato un Corcione diverso da quelli di Afragola?

E, sopratutto: è una coincidenza che, dopo due secoli, un Corcione, a caccia un un Mozzillo, si ritrovi in una cappella Corcione?