venerdì 21 aprile 2017

Discesa.




Raramente pubblico qui pensieri del mio Facebook personale, perchè tanto prima o poi vi finiranno lo stesso, come forma di articolo. Ma questa ispirazione della notte del Giovedì Santo preferisco darvela così come l'ho scritta.

In questa notte di silenzio, decido di uscire. 
L'antica usanza dei sepolcri mi spinge a percorrere le strade deserte, le vene del ventre di Afragola.
Santa Maria d'Ajello, dove tutto sempre inizia: canti in latino, luce diffusa. Accanto a me una donna prega, un banco più avanti un'altra chatta al cellulare. Poi dicono che sono tradizionalista. Mi avvio per Piazza municipio: il Palazzo occhieggia lugubre, fa concorrenza alla luna che fatica ad alzarsi in cielo. Anche lei pare silenziosa, oppressa dallo sforzo. La chiesa del Rosario è semibuia, calda: i canti sommessi si alternano al rumore dei tacchi femminili e allo iato di qualche sbadiglio. San Marco: di nuovo luce, Cristo diventa barocco. Volti raccolti, il sacerdote pensoso confessa i penitenti. Ci penso su, ma rinuncio: a ogni parroco i propri peccatori. Percorro via Nunziatella: archi oscuri, bassi soffocanti di aria e di umanità, una ragazza affacciata alla finestrella parla al cellulare, sorride. Via Nenni: la modernità rompe il raccoglimento ma, eccomi, sono a San Giorgio. Sono di nuovo nel buio, una polifonia spezza il silenzio. Cristo è nel sepolcro, l'antico parroco pure lui, nella sua tomba dietro di me. Sento caldo, esco, mi avvio al ritorno. Rientro nelle viscere di questa città così provinciale eppure così metropolitana, così immobile eppure così irrequieta.
Santa Maria, di nuovo: dove tutto sempre inizia e dove tutto, a Dio piacendo, finisce.

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