lunedì 31 luglio 2017

31 ottobre 2019: Italia in default? Speriamo "ni"!

Io vi avevo avvisati...

Concludiamo questo caldissimo e difficilissimo mese così, parlando di default. Nel giorno in cui l’Istat estrae dal cilindro i dati sull’occupazione in aumento, con conseguente diminuzione del tasso di disoccupazione, mi sembra giusto ricordare ai miei 4 lettori che la fine è ormai vicina: 31 ottobre 2019, inizia da domani il conto alla rovescia. “Penitenziagite! Penitanziagite!”.
Escono gli ultimi dati sull’occupazione, quindi. Tutte statistiche che altro non sono che specchietti per le allodole e per gli allocchi. Prendi un campione che credi sia rappresentativo della realtà ed espandi ai limiti del possibile i dati che hai, uscendotene con teorie e ipotesi sull’evoluzione della società e dell’economia. Già questo dovrebbe far parlare quanto meno al condizionale politici e analisti; se poi aggiungi che la ricerca sul campo viene fatta alla meno peggio, con interviste pressapochiste o rilevamento dati raffazzonato, capirete che le famose statistiche sulla ripresa vanno proprio riferite in terza o quarta notizia, con tutti i “potrebbe” del caso. E invece esse vengono sparate in prima pagina o come apertura dei media mainstream, vengono commentate positivamente da uno dei più ridicoli Presidenti del Consiglio che l’Italia abbia mai avuto, provocano un orgasmo ai renziani e un innalzamento della bile alle destre, ormai ridotte a circo di nani (leggasi: Brunetta) e ballerine (leggasi: componenti alfaniani, uomini o donne poco importa, non sono sessista).
Non denigro l’Istat, semplicemente dico come vengono condotte le ricerche, poiché ci ho lavorato, e in tempi, a inizio decennio, quando c’era ancora la serietà nel fare un buon lavoro, non fosse altro perché c’erano metodi e controllori. Non denigro nessuno, ma rido amaramente per i politichetti e gli idioti social che commentano questi dati, parlando di “crisi finita”, “luce in fondo al tunnel” e altre storie fantastiche. Capisco i primi, lo fanno per esigenze elettorali, a 8 mesi dalle elezioni; compiango i secondi, gente con tre lauree e che non sa “leggere” i dati analitici come si deve.
Aumentano gli occupati, sì: ma aumenta anche la ricchezza? Quanto vengono pagati i nuovi occupati, tutti a tempo determinato secondo la stessa analisi? E il rapporto guadagno/ore di lavoro è congruo o siamo alle solite di questo Paese, guadagni per 100 ore e ne lavori 250, giusto per “fare esperienza”, “tanto a casa che hai da fare?”, “se fai così ti metti in vista e ti riprendono appena rifanno i contratti”?
Commentare positivamente l’aumento dell’occupazione senza domandarsi se ci sia anche un aumento del benessere economico degli occupati significa essere fuori dalla realtà. Già, la realtà: questa odiosa dimensione che i nostri amici europeisti odiano tanto, come tutti gli ideologizzati e gli schizzinosi del mondo che sta fuori da quelle accademie che, da Templi del Sapere, si sono trasformati in “esamifici” come diceva a inizio secolo il mio maestro, il gesuita Pietro Michele Garofalo. La realtà dei negozi che chiudono o sono costretti a licenziare dipendenti per andare avanti; la realtà dei turni da 8 ore pagati come se fossero per 3 nelle nuove realtà lavorative; la realtà della povertà sempre più diffusa, non solo nelle aree degradate delle grandi città ma anche in quei centri così lindi e tenuti a lucido, perché la borghesia che fu è piena anch’essa di debiti, come dimostra il fallimento, purtroppo non ancora dichiarato ufficialmente, del Monte dei Paschi di Siena.
Chi vuol esser lieto sia, dal 2020 non c'è più allegria!
Provate a parlare di tutto ciò all’italiano medio: vi darà statistiche su statistiche, che valgono quanto quelle di oggi, per convincervi di essere un eretico pessimista sulle “magnifiche sorti e progressive” del Paese, o al contrario vi darà ragione, rassegnandosi al tempo stesso all’inevitabile, secondo quella filosofia di vita che gli iperitaliani descrivono come “saggezza millenaria” ma che si potrebbe efficacemente tradurre col motto “Franza o Spagna purché se magna”. E ciò perché gli italiani medi (sottolineo medi, anche se ormai sono la maggioranza schiacciante dell’italico popolo) sono un popolo di irresponsabili, abituati a mazzette elettorali da 80 euro, che va a sentire il concerto di Vasco Rossi (pagando) ma poi protesta dalle tastiere se aumenta il costo dei viveri di prima necessità in seguito alla siccità che ci attanaglia da mesi. “Siccità?” direbbe l’italiota - “Ma la siccità non stava nel deserto del Sahara?”. Dai tempo al tempo, amico. Quest’anno abbiamo già mezzo milione di africani e l’anticiclone sahariano, per l’anno prossimo ci attrezziamo anche per il deserto.

Nei mercati finanziari, nelle cancellerie europee, nelle sale più recondite del Ministero dell’Economia la parolina fatidica risuona ormai da due anni, da quell’infausto referendum greco del giugno 2015: default. Ma non per la Grecia: per noi, per il popolo più intelligente e simpatico del mondo. Un default di Roma, o fallimento finanziario se preferite la lingua madre, non è più da anni un’ipotesi remota, e se non è stata ancora apertamente proposta in tv o in Parlamento non è perché ci sono pashdaran del patriottismo italico che si ostinano a voler migliorare le cose – sono tutti, politici, analisti e burocrati, un branco di egoisti che hanno già messo al sicuro fuori i confini della Patria le loro risorse – ma per convenienze straniere, tedesche soprattutto (essendo la Germania esposta considerevolmente verso le banche italiane). Se siamo rimasti a galla, come stronzi (mi perdonino i miei 4 lettori, forse adesso ridotti a tre, ma caldo e arrabbiatura stanno aumentando man mano che scrivo) lo dobbiamo all’italiano Mario Draghi, presidente della BCE, che danni ci “droga” stampando cartamoneta con il QE per permetterci di riprendere la strada maestra. Questa droga altro non ha fatto che convincere i politici italiani che altri debiti erano possibili, l’Europa matrigna aveva chiuso ancora una volta entrambi gli occhi, potevamo sperperare altri soldi invece di tirare la cinghia. Da qui gli 80 euro, i 500 euro ai diciottenni, le regalie alle banche mentre ai terremotati facevamo il sorteggio, dopo un anno, per assegnare la bellezza di 35 casette dei Puffi. Tutto sotto il governo di quell’emerito stronzo, questo non galleggiante, venuto da Firenze a comandare l’Italia con una manovra di palazzo.
Ma tutto ciò sta per finire, scrivevo all’inizio, amici cari. La data dell’inizio dell’ecatombe, che si spera sia tale, ce l’abbiamo. Incredibile ma vero, sappiamo pure quando inizieranno a toglierci l’aria nel respiratore, eppure continuiamo a non muoverci.
31 ottobre 2019: Draghi lascia finalmente la BCE, prevedibilmente lasciando il posto proprio a un tedesco. Addio QE, addio droghe, inizia l’astinenza, unita a una bella dose di dissanguamento. Non avremo più amici – non che l’ex allievo di Federico Caffè lo fosse, ma la nazionalità o qualche interesse di bottega nazionale credo si sia fatto sentire alla fine – e senza aver approfittato neppure per poco sia del QE sia della congiuntura economica favorevole.
Un capolavoro, come potevamo farlo solo noi, italici artisti, stronzi che galleggiano nel mare europeo, che ci facciamo invadere dagli africani benestanti dando loro il nostro denaro e aumentando ancora il debito pubblico: aggiungi un posto a tavola, che c’è un amico in più.
Cosa accadrà, e in che modo?
Per questa domanda, vi lascio questi due link, di esperti del settore: come sapete, io mi intendo di archivi e Medioevo, non di economia e finanza, anche se in questi ultimi due anni ho cercato di recuperare questo mio gap culturale.

Default matematico o quasi: LINK

Verità scomoda, l'Italia non riparte: LINK

Letti gli articoli, vi direte: e io che devo farci? A che pro scrivere questo articolo? Tifi anche tu per il default della tua patria?
Sì. Tifo per il default, cari lettori (ora forse vi sarete ridotti a due).
Tifo il default perché sono stanco di vivere in un Paese bloccato da talebani assistenzialisti, stratificato a caste come l’India, abitato da gente con la laurea ma che ragiona con la pancia e relative flatulenze quando si cerca di ragionare, in piccolo come in grande. Un Paese dove i mediocri, per non dire gli idioti, hanno raggiunto la maggioranza: essi sono tra noi, e non si nascondono neppure più. Un Paese che è mio, ma che al tempo stesso non mi appartiene, e dal quale cercherò di andar via, stavolta definitivamente, o almeno fino a dopo il default, che speriamo spazzi via le caste, la borghesia drogata di presti bancari a fondo perduto, la mollezza e la rilassatezza di magistrati e forze dell’ordine, le dinastie politiche da decenni annidate in Parlamento. Dopo il lavacro del fallimento, sperando che sia davvero tale e non solo un’altra assurda metamorfosi di un serpente che deve morire per rinascere, le forze migliori potranno tornare e ricostruire le rovine lasciate, con un lavoro duro, di mente e di muscoli, ma per far riprendere il suo posto nel mondo a questo Paese diventato una pattumiera umana.

martedì 25 luglio 2017

Afragola fascista - II parte.

Confederazione. Uhm...ricorda qualcosa. Conf, Conf...

Link alla prima parte: QUI.



Nel precedente articolo tratteggiamo un elenco delle diverse professioni presenti in Afragola a 10 anni dalla presa di potere del fascismo, consultando la “Guida Stellacci di Napoli e Provincia”, nella terza edizione del 1932/X. Tale fonte è utile anche per delineare l’insieme delle attività commerciali e industriali presenti nell’allora casale. Al 1932, sono segnalate in Afragola le seguenti attività:


  • Acque gassate: 1
  • Agenzie assicurative: 1
  • Agenzie di pegni: 1
  • Aglio e cipolle (aziende trattanti): 7
  • Appalti di opere pubbliche (aziende di): 23
  • Automobili e carrozze (noleggio di): 2
  • Baccalari: 1
  • Banchi di cambio: 2
  • Beccherie: 17
  • Bestiame (incettatori di): 2
  • Bettole: 19
  • Botti (fabbrica): 1
  • Caffè: 10
  • Calce (Aziende produttrici): 3
  • Calzaturifici: 2
  • Canapa (macerazione): 5
  • Canapa (produzione): 2
  • Canapa (vendita): 1
  • Cappelli: 2
  • Carboni: 2
  • Carpentiere: 9
  • Carrube cereali crusche: 3
  • Coloniali: 7
  • Commestibili: 53
  • Conceria: 1
  • Costruzioni edilizie: 2 “società anonima cooperativa” per artieri e bonifiche, 1 per
    braccianti e affini, 3 singoli.
  • Cuoi: 1
  • Distilleria: 1
  • Drogheria: 1
  • Falegnamerie: 3
  • Farina: 2
  • Farmacie: 8
  • Ferramenta: 2
  • Ferro (Lavorazione del): 3
  • Filati: 2
  • Fusari: 4
  • Frutta: 4
  • Ghiaccio: 4
  • Latteria: 1
  • Latticini: 2
  • Legnami: 3
  • Materiali di costruzioni: 1
  • Mediatori e sensali: 9
  • Mercerie: 9
  • Molini: 2
  • Officina meccanica: 1
  • Oreficerie: 4
  • Orologeria: 1
  • Panetterie: 7
  • Pastificio: 1
  • Pesa pubblica: 1
  • Pescherie: 1
  • Pompe Funebri: 1
  • Rappresentanze: 1
  • Sacerdoti: 24
  • Solfato di rame (aziende trattanti): 1
  • Tessuti: 14
  • Trasporti: 1
  • Uova e pellami: 17
  • Velocipedi e accessori: 1
  • Vini: 151

Un paese agricolo ma ricco.

Lo schema riportato delinea un casale in cui la maggior parte della popolazione è legata alla terra e alle produzioni ad essa legate: l’agricoltura, l’allevamento dei capi bestiame, la produzione di canapa. Il nostro territorio, posto in posizione baricentrica tra l’area vesuviana e la bassa Terra di Lavoro, ha sempre goduto di un suolo fertile e produttivo. Già nei secoli passati possedere o coltivare un terreno in Afragola era considerato un buon investimento: Giuseppe Castaldi, che scrive nel 1830, ricorda che il territorio afragolese “è generalmente arbustato, ed è atto a tutte le produzioni necessarie a sostenere la vita. I canapi e i lini vi riescono di buona qualità (…), il frumento, il granone, i legumi e le frutta di ogni specie vi allignano anche assai bene”1. La vite, il tabacco, il frumento, gli asparagi, le fragole, i melloni erano pure prodotti afragolesi molto richiesti sia nel circondario sia nella stessa capitale del Regno. La coltivazione e la raccolta erano a cura dei massari, contadini che amministravano i poderi o un latifondo per conto di un proprietario terriero residente nel centro urbano. Ancora oggi i campi orientali della città sono costellati da masserie, residui di quell’epoca lontana (per info, leggi qui: LINK). L’industria delle Amarillidacee (aglio e cipolla), ancora oggi fiorente tale da permettere la vendita oltre che il consumo interno, dava lavoro nel 1932 a 7 aziende, non è specificato se a conduzione famigliare o imprenditoriale. Oggi esiste una sola industria che tratta le Amarillidacee in città, e la lavorazione avviene nei cortili dei palazzi del centro storico, in particolare nel quartiere Santa Maria, i cui vicoli nei mesi primaverili ed estivi si riempiono della fragranza odorosa di queste bulbose. Altro discorso la canapa. Osserviamo una differenziazione in tre momenti dell’attività legata a questa pianta: la produzione riguardava 2 unità lavorative, la macerazione ne richiedeva 5, la vendita una sola (parliamo di aziende, ovviamente). La canapa era coltivata su tutto il territorio agricolo ed era di prima qualità, tanto da essere richiesta anche fuori la Campania e fuori Italia, in competizione con quella frattese. La macerazione avveniva in grandi vasche riempite d’acqua, nel mese di luglio, e richiedeva, per la gran fatica, una notevole forza fisica: i canapai maceratori si immergevano nell’acqua coi fusti ammolliti e tiravano via col coltello la corteccia, masticando una foglia di tabacco per “stordirsi”: il caldo, l’umidità fortissima, la fatica muscolare erano insostenibili, e il tabacco assunto via orale serviva come eccitante. Macerato il fusto, si portava la fibra in città, per farla lavorare negli androni dei palazzi. La vendita era un monopolio dello Stato, il che spiega l’affidamento a una sola azienda di tale incarico: la pignoleria per il trasporto era tale che nelle carte di ricevimento bisognava indicare sia l’orario di partenza dal palazzo sia quello d’arrivo al deposito.
L’allevamento comprendeva capre, pecore, bovini, pollame, cavalli e asini, perfino il baco da seta. Collegato ad esso c’erano le industrie casearie, del pellame e della carne: nel 1932 notiamo la presenza di 17 beccherie nel casale, da intendersi sia come centri di macellazione sia di vendita della carne, e a un secolo di distanza la situazione sembra invariata, non fosse che ormai l’allevamento, come l’agricoltura, ha ristretto molto i suoi bacini di occupazione. Resiste ancora oggi l’allevamento del pollame, per carne e uova, che 85 anni fa dava lavoro a ben 17 piccoli centri di produzione.
La tradizione legata all’edilizia ha radici ben più antiche dell’arrivo del fascismo in città: le numerose aziende edilizie e legate alla lavorazione del ferro presenti ancora oggi denunciano sia una continuità produttiva tra passato e presente che ha pochi altri riscontri in altri settori sia l’invariata mentalità afragolese di ottenimento di un “quartino” o di un palazzo di famiglia, visto ancora oggi, nel 2017, come simbolo del successo e dell’avvenuta ascesa sociale.
(Continua con la 3a e ultima parte fra due settimane).

Nota: 

1 Giuseppe Castaldi, Memorie storiche del Comune di Afragola, 1830, p. 54-55.

giovedì 20 luglio 2017

Alles Gute zum Geburtstag, Pfarrer Hassemer!

Padre Franz Josef Hassemer di Reinheim (Hessen) nel giorno del suo 75esimo compleanno, 17 luglio 2016.


In memoriam: LINK

Padre Hassemer, scusa il ritardo. So che hai – avresti - compiuto 76 anni lunedì, ma il caldo e il lavoro estivo mi hanno tenuto lontano dalla ricorrenza e da Reinheim. Un anno fa ci conoscemmo, curiosamente nel giorno del tuo compleanno. Non potevamo sapere che dopo due mesi avresti celebrato un’altra nascita, quella al cielo, il tuo dies natalis. Ti ricordo con questa foto, scattata il 17 luglio 2016, alla festa per il tuo 75esimo compleanno. 
Stammi sempre bene, padre Hassemer, con mio padre e tutti coloro che mi hanno preceduto nel viaggio finale. E cantiamo insieme, vivi e morti, il tuo canto preferito: “Lobe den Herr, meine Seele!”.

lunedì 17 luglio 2017

Studio di un documento. Il testamento Fatigati del 1882.

Prima pagina del testamento Fatigati.

I miei 4 lettori che mi leggono da tempo sanno già dai precedenti articoli a quale fonte storica do la mia preferenza. Gli archivi parrocchiali sono una miniera di informazioni storiche, economiche, sociali, culturali, perfino topografiche che difficilmente si può sottovalutarle nel trattare di Storia. Ma essi non sono una fonte unica. Altra fonte primaria per la ricerca storica e storiografica sono gli archivi notarili, che sono altrettanto ricchi di informazioni per lo storico o il divulgatore storico che sa interpretarle, come anche del semplice lettore che con curiosità si accosta alla lettura di documenti del passato.
Un esempio è il documento testamentario – in copia conforme- che ho davanti alla scrivania, stipulato dal notaio Giuseppe Castaldo Tuccillo nel 1882 per conto della signora Vincenza Fatigati. Tratto di questo testamento con il consenso di uno dei discendenti, Domenico Fatigati. Visto che a noi interessano solo le notizie storiche e sociali che il testo offre, tralascerò volutamente gli accenni a dinamiche interne della famiglia Fatigati e farò un sunto delle ben 6 pagine uscite fuori dall'analisi dello stesso.

I Fatigati di Afragola: breve accenno storico.

I Fatigati costituiscono una famiglia storica di Afragola, essendo testimoniati nelle fonti finora spogliate sin dalla seconda metà del XVI secolo. Essi si insediarono nell’area adiacente il castello trecentesco, probabilmente nel sito dell’attuale palazzo di famiglia in via Manzoni e dunque tra i nuclei di San Giorgio e San Marco. Non sono infatti citati a Santa Maria d’Ajello, il polo demico più numeroso del casale di Afragola alla fine del Cinquecento1.
Sabatino Fatigato (“Fatigato” è forse la variante originaria del nome, con la o finale trasmutata in i per errori di copia) fu parroco di San Marco fra il 1604 e il 1625, quando la sede parrocchiale era ancora nella vetusta chiesa angioina delle periferie orientali, comunemente chiamata “San Marco vecchio” o “in Sylvis”2. I 20 anni di parroccato di don Fatigato (nato nel 1555 e morto il 7 luglio 1625, a 70 anni) 3corrisposero a una grande mobilità al vertice della Chiesa napoletana, retta in successione dai cardinali Ottavio Acquaviva e Decio Carafa, mentre sul piano locale il casale delle fragole manteneva la sua dimensione di ente demico indipendente dal potere baronale, in seguito alla compravendita del feudo dei Bozzuto avvenuta nel 1576 da parte dell’università.
Una Geronima Fatigato è citata come madre di un altro parroco di San Marco, don Francesco Antonio Castaldo (1674 – 1749, parroco dal 1740) nel registro dei battezzati della parrocchia di Santa Maria d’Ajello. I genitori (il padre era Giovanni Lorenzo Castaldo) si erano però uniti in matrimonio nella chiesa di san Giorgio nel settembre del 16734, e quindi nell’area “ancestrale” dei Fatigati, che nel Settecento appaiono già come notevoli proprietari terrieri.
Un Alessandro Fatigato è citato in un sacro patrimonio per titolo ecclesiastico nel 17615.
Un Fabio Fatigati è citato da Giuseppe Castaldi nella sua opera su Afragola riferendosi a un testo di Chiocchiarelli, ma ne scrive solo per affermare di non aver trovato nulla su questo “Fabius Fatigati Fragolensis” che “philosophus fuit6.
Ma l’avo più noto dei Fatigati attuali è senza dubbio Gennaro Fatigati, nato in Afragola il 2 maggio 1711 da Agnello e Santa Zanfardino. Confessore e amico di Sant’Alfonso Maria dei Liguori, cofondò con Mattia Ripa, nel 1732, il “Collegio de’ Cinesi”, antesignano dell’attuale Università “L’Orientale” di Napoli, divenendone Rettore nel 1746. Il 21 settembre 1763 fu nominato vescovo di Cassano allo Ionio, ma rifiutò l’elevazione, volendo restare ad occuparsi del Collegio. Morì il 19 maggio 1785.

Un testamento senza scontenti.

Il documento che analizziamo è un testamento, cioè una libera volontà di un privato cittadino, trascritta davanti a un pubblico ufficiale, in questo caso il notaio Giuseppe Castaldo Tuccillo, fu Gaetano, erede di un’altra famiglia storica di Afragola, i Castaldo- Tuccillo, di cui parleremo ancora tra qualche settimana. Il documento è una copia conforme di testamento pubblico: l’originale è da ricercarsi evidentemente nell’archivio notarile dei Castaldo- Tuccillo, se ancora esiste.
Il notaio annota con scrupolosità il tempo e il luogo dell’incontro con la testatrice e i testimoni: siamo al 4 luglio 1882, “regnando Umberto I, nello studio notarile posto in casa mia in via Maiello ora San Giorgio n. 8, e propriamente nella stanza a mezzogiorno, dalle ore sei alle ore nove pomeridiane di Francia”.
Iniziamo con le inferenze, che sono di carattere generale e localistico al tempo stesso. Umberto I di Savoia regnava da 4 anni e mezzo, succeduto a Vittorio Emanuele II, e ne regnerà altri 18, fino alla sua uccisione a Monza nel 1900. Lo studio è posto nella casa privata del notaio, ed è esposto verso sud, quindi verso Napoli. Credo di aver individuato l’edificio, ma sarà oggetto di un altro articolo. Il riferimento alle “ore pomeridiane di Francia” è mutuato dagli usi piemontesi. Casa Savoia regnava sia sul Piemonte e sulla Sardegna sia sulla Savoia, regione francofona posta aldilà delle Alpi: in Piemonte si usava contare le ore sul meridiano francese, più attardato di quello inglese, e con la piemontizzazione del Sud Italia tale uso fu introdotto anche da noi.
La testatrice è Vincenza Fatigati, nubile, analfabeta “nata e domiciliata in Afragola in via Manzoni, già Fatigati”, e ciò è un indizio ulteriore per la localizzazione del sito di attecchimento ancestrale dei Fatigati in Afragola, il quartiere San Giorgio.
Vincenza Fatigati è accompagnata da 4 testimoni, e rilascia le sue proprietà in maniera certosina:
  • A Carmine Fatigati, fu Domenico, lascia una porzione di territorio e “un basso” in Afragola, con obbligo di far celebrare per 6 anni nel giorno del di lei decesso messe piane da un sacerdote scelto da lui7. Per “messe piane” si intendevano messe celebrate da un solo sacerdote con a fianco un chierichetto, definizione che per noi, vissuti dopo quella catastrofe nota come Concilio vaticano II, non ha più valore.
  • A Luigi Fatigati, di Carmine, lascia la nuda proprietà di metà del basso donato al padre carmine, con l’obbligo di dare alla propria sorella Emilia Fatigati “lire 425 pari a ducati 1008 alla maggiore età.
  • A Domenico Fatigati, di Carmine, lascia la nuda proprietà dell’altra metà del basso donato al padre Carmine.
  • A Michele Fatigati, fu Domenico, lascia l’usufrutto della stanza che possiede in via Manzoni, già Fatigati.
  • A Raffaele Fatigati, fu Domenico, lascia 340 lire.
Ho volutamente tralasciato, come annunciato all’inizio, particolari intimi della famiglia dell’epoca (il testamento è di 7 pagine fitte) che interessano i discendenti ma non lo scienziato storico.
Nessuno fu lasciato escluso, quindi, dalle ultime volontà della Fatigati, tra fratelli e nipoti, onde evitare dissidi famigliari facili a nascere quando si trattava di frazionamenti di proprietà.
Vincenza Fatigati era accompagnata da 4 testimoni:
  • Giovanni Calvanese, fu Raffaele, proprietario, nato e domiciliato in Afragola, in piazza Castello n. 10.
  • Andrea Firelli, fu Giovanni, canapaio, nato e domiciliato in Afragola, in piazza Castello n. 10.
  • Aniello Rocco, fu Giuseppe, venditore di generi di privativa, nato e domiciliato in Afragola, in piazza Castello n. 10.
  • Angelo Cuomo, fu Nicola, proprietario, nato e domiciliato in Afragola, in via Rosario n. 9.
Possiamo notare una certa omogeneità fra i testimoni scelti dalla Fatigati per presenziare all’incontro con il notaio: due proprietari, un canapaio e un venditore di “generi di privativa”9, vale a dire generi di monopolio (tabacchi, sali, valori bollati)10. I cognomi sono tutti di famiglie bene in vista nell’Afragola di fine Ottocento, che stanno cominciando ad abbandonare la terra per dedicarsi alle arti liberali o quantomeno favorire i propri figli nella scalata sociale nel secolo del positivismo e della borghesia. La testatrice, i testimoni, lo stesso notaio sono esponenti di un’Afragola che tende ad aprirsi, almeno ai livelli medio- alti della società, alla libera professione, avendo però sempre una solida base terriera.
Anche i domicili dei quattro ospiti mostrano una omogeneità quasi assoluta – e tradiscono il “piccolo mondo” nel quale si era probabilmente svolta la vita della signora Fatigati: tre su 4 vivono in piazza Castello, addirittura nello stesso stabile, e forse hanno legami di consanguineità fra essi. Fa eccezione Cuomo, residente più distante da tutti gli altri, in via Rosario.
Angelo Cuomo. Un nome che richiama alla mente un altro episodio storico di Afragola, più antico del testamento firmato da quelle 6 persone in quell’assolato pomeriggio di luglio di 135 anni fa.
Un episodio ancora poco analizzato. Ma di cui parleremo un’altra volta.

Note:


1 Santa Visita Apostolica dell’Em.o Arcivescovo di Napoli Alfonso Gesualdo, 1598.

2 Lo spostamento della sede parrocchiale nell’attuale tempio, fatto costruire dai Gesuiti proprio ai tempi di Fatigato, avverrà solo nel 1668.

3 Giuseppe Esposito, I parroci di Afragola ieri e oggi, 2008, p. 53.

4 Ibidem, p. 66.

5 Ibidem, p. 69.

6 Giuseppe Castaldi, Memorie storiche del Comune di Afragola, 1830, p. 86.

7 Testamento Vincenza Fatigati, pagina 3.

8 Ibidem, foglio 4.

9 Testamento Vincenza Fatigati, pag. 6.

10 “Privativa, e”, voce Enciclopedia Treccani.   

sabato 15 luglio 2017

lunedì 10 luglio 2017

Afragola fascista - I parte.

Benito  Mussolini. 



Una premessa piccola ma significativa.

La storia di Afragola ha molti vuoti. Periodi non trattati perché non esistono fonti di alcun tipo in grado di aiutarci nella ricostruzione oggettiva di quei periodi (l’Alto Medioevo) ovvero perché i documenti sono molti, contraddittori fra loro o inaccessibili perché custoditi in archivi non sempre aperti e non sempre consultabili.
Ci sono poi periodi rimossi dalla memoria collettiva, quasi come se nulla fosse accaduto; ci si limita a una veloce elencazione di episodi storici e si passa immediatamente a parlar d’altro. Il periodo fascista ad Afragola è uno di questi. Il ventennio che va dalla presa del potere del podestà Luigi Ciaramella (1923) alla sua defenestrazione (1943) diventa nelle pagine dei cultori storici locali una mera elencazione delle opere compiute da Ciaramella per l’allora casale di Afragola, per poi passare a trattare subito del periodo postbellico, ignorando anche le conseguenze della guerra e dell’armistizio in città. Nessun cultore di cose storiche, eccetto uno, si è occupato finora del periodo fascista e bellico in città, se non per limitarsi a scrivere che nel 1935 Afragola divenne città. L’unica eccezione è costituita da don Gaetano Capasso, e gliene do atto, nonostante anche lui si sia limitato a riportare fonti senza commentarle o incrociarle con altri dati.
Vetus et Novus”, blog tanto copiato quanto disprezzato dai cultori di storia locale (essendo che mi sono sempre rifiutato di scrivere anche gratuitamente per chi non ha neppure la buona educazione di salutare pur conoscendoti) ha cercato in questi anni di illuminare questa oscurità con articoli a tema: basta digitare su qualsiasi motore di ricerca “Vetus et Novus blog tag Guerra” per leggere gli articoli che trattano delle conseguenze del conflitto in Afragola e fuori. Non pretendo certo di aver dimostrato tutto: la passione da sola non può sostenere una seria ricerca storica anche in periodi a noi vicini, perché il detto “Mentre Roma discute Sagunto cade espugnata” riguarda anche le tasche di chi fa divulgazione in questo Paese retto sul precariato dei giovani. Chi vuol capire, capirà.

Tante strade passano per Afragola.

Afragola fascista, dunque. Ma cosa intendiamo per fascista? L’adesione ideologica e politica al Partito Fascista di Benito Mussolini (1883-1945), ovviamente. Ma quanti afragolesi (e potremmo chiedere anche: quanti italiani) erano davvero aderenti, in anima e corpo, al Fascismo? Inizialmente pochi, man mano molti, alla fine quasi tutti.
Il Fascismo, a differenza del nazismo tedesco, si impose negli strati sociali bassi della popolazione senza resistenze, poiché per il contadino, l’artigiano, il manovale, il bracciante, il canapaio, il fruttivendolo, il pescatore un governo valeva l’altro, e tutti erano pessimi. L’avvento stesso del nuovo regime fu “morbido”, senza contraccolpi almeno per i primi due anni, con l’ingresso nel governo dei giolittiani e la supervisione stretta del re che aveva rifiutato di firmare lo stato d’assedio a Roma, ponendo fine all’esperienza dei governi liberali. Agli occhi della gran parte degli italiani, l’incarico dato a Mussolini di formare un governo di coalizione fu un incarico come un altro, senza tanti scossoni. Anche la sostituzione dei sindaci con la carica dei podestà non generò proteste o rivolte: la maggior parte degli afragolesi non votava, e comunque la carica di sindaco era ricoperta sempre dalle stesse persone o dalle stesse famiglie (come poi avverrà negli anni ottanta del Novecento, in piena democrazia).
Una foto d'epoca delle campagne dell'area napoletane.
L’Afragola degli anni Venti era una casale interamente agricolo, privo di mura perimetrali (e sia detto questo a chi insiste nel definire la città delle fragole come un “borgo”), immersa nei campi che la circondavano da ogni lato. Due assi viari principali da e verso Napoli la tangevano: la via Sannitica, che dall’ex Capitale conduceva a Caserta, che costituita la linea di confine con Cardito, a est, e la via Nazionale delle Puglie, che da Poggioreale conduce a Benevento (e a Bari, sotto altre denominazioni), che taglia in due la località Salice, generando una confusione sull’appartenenza degli abitanti della zona, Afragola o Casalnuovo, che perdura ancora oggi, a sud.
Un lungo viale si dipartiva a Cardito, presso l’attuale Piazza S. Croce, e si snodava per i campi, attraversando il centro storico di Afragola e giungendo a Casoria, indi a Napoli. Il viale esiste ancora, pur se con diversi nomi e diverso percorso, e corrisponde all’asse attuale corso Meridionale – De Rosa- San Felice – Corso Garibaldi.

Un’Afragola contadina.

La “Guida Generali Stellacci di Napoli e Provincia” del 1932/X è una fonte di primo livello per avere un quadro delle attività produttive presenti a Napoli e nel suo entroterra a metà in piena èra fascista. Riguardo Afragola, ecco cosa ricaviamo:

Sindacati (tutti con sede in Piazza Belvedere o nelle vie adiacenti):
  • Sindacato Fascista degli Agricoltori
  • Sindacato Fascista Appaltatori
  • Sindacato Fascista Comunali

Professioni:
  • Agronomi: 2
  • Avvocati: 6
  • Chimici: 2
  • Farmacisti: 3
  • Ingegneri: 2
  • Docenti elementari: 8
  • Medici chirurghi: 6
  • Notai: 1
  • Ostetriche: 3
  • Veterinari: 1
  • Canapai: non indicato, ma dai dati incrociati risulta un numero presso le 100 unità lavorative.


Per adesso fermiamoci qui (la Relazione continua ma ne daremo conto nei successivi articoli).
Il numero esiguo di professionisti ci informa, indirettamente, che la maggior parte dei quasi 20000 abitanti di Afragola del 1932 viveva del lavoro della terra: braccianti, zappatori, raccoglitori, operai a giornata, latifondisti, canapieri. Possiamo tuttavia rilevare come qualcosa “si muova”: l’ascesa di una classe media (è improprio chiamarla borghesia) che con i proventi dello sfruttamento della terra dà un’istruzione superiore ai propria figli e li specializza in un’epoca dove i “dottori” e i “professori” erano rari nei contadi. Mentre la presenza di operatori del mondo del diritto (avvocati, notai) non ci sorprende, essendo un’eredità del mondo ottocentesco, è curiosa la presenza di un veterinario, certamente chiamano non per cani o gatti ma per la cura dei capi bestiame. Chimi e ingegneri denunciano un interesse scientifico da parte degli strati alti della società afragolese che non verrà mai più meno fino ad oggi. La presenza di un solo notaio in città si spiega con la dipartita di quelli precedenti al momento della Relazione, e ne rende ancora più facile la identificazione.
Ma di ciò parleremo in un prossimo articolo.

martedì 4 luglio 2017

Gregorio VII e la libertas ecclesiae.

Gregorio VII


Il 22 aprile 1073 il popolo romano gridò nella Basilica Laterana il nome di Ildebrando da Soana come degno alla carica papale, che così fu eletto. Curioso come il deus ex machina della Curia, l'ispiratore delle riforme ecclesiastiche degli ultimi 25 anni, fautore della tanto desiderata riforma elettorale papale che dava solo ai cardinali il diritto di scelta del successore di Pietro, sia stato eletto con modalità difformi da quella riforma stessa (e sarà del resto l'ultima volta, per molti anni almeno).
Ildebrando era nato a Soana (Toscana) in un anno imprecisato tra il 1020 e il 1025: al momento dell'elezione era un uomo di mezz'età dal corpo piccolo e ingobbito, se dobbiamo dar retta ai libelli degli ultimi anni dell'XI secolo (a lui avversi).
Non sappiamo nulla della sua famiglia, la tradizione riporta che fosse di umili origini, e si sia fatto strada nella Chiesa solo in grazia alla sua intelligenza e alla sua tenacia - due qualità caratteriali che, si badi bene, erano riconosciute anche dai suoi avversari. La sua entrata nella scena europea avvenne nel gennaio 1047, quando l'imperatore Enrico III esilia in Germania il Papa Gregorio VI, al secolo Giovanni detto Graziano, per aver comprato la carica da Benedetto IX. Gregorio VI era con tutta probabilità suo maestro, e Ildebrando figura accanto a lui come suo cappellano. Il giovane accettò di seguire il maestro nel suo esilio a Colonia, anche se successivamente ammise che la decisione gli pesò. Ildebrando appare quindi inizialmente sulla scena del mondo dalla parte sbagliata, confessore di un esiliato, ma la trasferta tedesca gli servirà moltissimo per la conoscenza della Chiesa aldilà delle Alpi. Nulla sappiamo della permanenza di Ildebrando in Colonia, durata meno di un anno poiché Gregorio VI morì nello stesso anno del suo esilio, nel dicembre 1047; di certo conobbe l'arcivescovo Hermann II, custode dell'ex Papa per conto dell'imperatore, e probabilmente anche il suo successore, Annone, anni dopo protagonista del colpo di Stato di Kaiserewerth (leggi : QUI). Nel 1048 lo ritroviamo a Cluny, in Borgogna, dove si informò della situazione della Chiesa francese e riprese il contatto con i riformatori. A Cluny conobbe il vescovo di Toul, Brunone, divenuto Papa Leone IX nel 1049. Fu lui a richiamare Ildebrando da Cluny a Roma, dando inizio a una carriera ecclesiastica con pochi eguali nell'evo medievale.


Siamo nel 1049, dunque. Leone IX, intenzionato a incidere profondamente nel corpo della Chiesa, si circonda di uomini dotati di profonda fede e animati da spirito inflessibile davanti alle storture sorte in un secolo e mezzo di lassismo. Riprese l'afflato riformatore di Clemente II, morto dopo appena un anno di pontificato, e chiamò Ildebrando.
Questi tornò a Roma, dopo un'assenza di due anni, e vi tornò non da accompagnatore di un Papa esiliato ma su invito della Sede stessa. Seguendo le fonti a disposizione, pare che lo stesso Leone l'abbia creato suddiacono, aprendogli le porte della carriera nella Curia e nella Chiesa.
Il primo compito di responsabilità che gli ve
nne affidato fu come legato ad acta in Francia centrale, nella Loira, per appianare i contrasti sorti tra Berengario di Tours e Lanfranco di Canterbury per le affermazioni eretiche del primo sulla natura dell'Eucarestia. Ildebrando tornò in Francia, e presiedette al giudizio del filosofo, che venne condannato e imprigionato nel 1050 (ritratterà in seguito le sue affermazioni). Risolta la questione, Leone lo trattenne in Francia col mandato di attuare la riforma laggiù, realtà che tanto lui quando Ildebrando conoscevano bene. Il legato ordinò processi e e impartì provvedimenti disciplinari contro i simoniaci e i concubini.

Nel giugno del 1054 giunse la notizia della morte di Leone. Ildebrando si recò quindi alla corte imperiale in Magonza, in Germania, per trattare la successione (era ancora vigente il Privilegium Othonis) e la scelta di Enrico III ricadde sul vescovo di Eichstatt, che assunse il nome di Vittore II. Il neoeletto confermò Ildebrando nella carica di legato in Francia.
Morto anche Vittore, i cardinali a Roma elessero Federico di Lorena, l'abate di Montecassino, che assunse il nome di Stefano IX. L'eletto non aveva ricevuto il riconoscimento imperiale, e Ildebrando fu inviato come legato del Papa a Magonza per ottenere l'approvazione della reggente Agnese. La missione diplomatica ebbe successo, e ciò depone a favore delle abilità di Ildebrando, giudicato rigido ed eccessivamente severo verso la corte tedesca - giudizio dovuto ai fatti che accadranno nel suo pontificato. Nel 1058, al momento della morte di Stefano, ritroviamo il nostro con la carica di diacono e ancora in Germania. Il Collegio cardinalizio, su esplicita richiesta di Stefano, attese il ritorno a Firenze del legato, mentre veniva eletto l'antipapa Benedetto X. Nel 1059 fu eletto, per ispirazione di Ildebrando, Gerardo arcivescovo di Firenze, che scelse il nome di Niccolò II. Il Papa ringraziò il suo grande elettore creandolo cardinale, e sotto la sua influenza indisse il Concilio lateranense che approvò la bolla In Nomine Domini che affidava al solo Sacro Collegio il compito di eleggere il successore di Pietro. Alessandro II (1061-1073) fu l'ennesima "creatura" di Ildebrando, ormai eminenza grigia della Curia che godeva del riconoscimento e apprezzamento unanime dei riformatori, in maggioranza nella Chiesa bassa anche se non nell'episcopato, e della Corte imperiale retta da Annone di Colonia. Si era a tal punto quando Alessandro II morì.

Ildebrando, il nuovo Gregorio.

Il 21 aprile 1073 Alessandro II morì. Il giorno dopo, durante i suoi funerali in Laterano, una voce si levò dal popolo riunito: "Ildebrando vescovo". Questi mosse verso l'ambone per far tacere i presenti, ma fu preceduto dal cardinale Ugo Candido che pronunciò un'allocuzione che esaltava il ruolo avuto dal diacono negli ultimi 25 anni di Storia della Chiesa. A quel punto cardinali, preti "et populo, omni senatu pariter collecto, uno omnium voto, pari consensu" pronunciarono la formula tradizionale: San Pietro ha scelto Ildebrando per Papa. L'interessato fu costretto a vestire i paramenti sacri e fu intronizzato in San Pietro in Vincoli. L'elezione, se da un verso sottolineava ancora il ruolo del popolo romano nella scelta del proprio vescovo, dall'altro era una chiara disattesa di quel decreto del 1059 che lo stesso Ildebrando aveva contribuito a far approvare. Disattesa almeno in senso formale, visto che la sua elezione fu riconosciuta legittima e i cardinali, che pure parteciparono al voto "per ispirationem", furono citati a parte nel verbale, riconoscendo loro uno status particolare e di preminenza.
Non mancò la conferma imperiale, richiesta per lettera dallo stesso Ildebrando: evidentemente il neoeletto non volle contestare subito i diritti della corte di Magonza, cosa che depone a favore una volta di più sulla sua duttilità davanti alle situazioni contingenti. Ildebrando, durante la consacrazione in S. Pietro in Vincoli, il 30 giugno successivo, assunse il nome di Gregorio per ricordare il primo Pontefice di questo nome.
L'impronta benedettina, unita al suo temperamento focoso e angoscioso, segnò tutta la sua azione che, lungi dall'essere dominata dal calcolo politico, era animata invece dalla volontà di salvare quante più anime a Dio, anche arrivando a estremi morali e spirituali. Il suo pessimismo sulla caducità delle cose create, la sua angosciosa - e angosciante, per chi legge le sue lettere- ricerca di vescovi degni di Dio. il suo insistere sulla "libertà della Chiesa" che si traduceva in teocrazia, tutto ciò fu una novità per i medievali e per gli stessi uomini di Chiesa, la quale non aveva un capo così decisamente convinto delle proprie prerogative assolute dai tempi di Niccolò I - e parliamo del IX secolo!
Le prime difficoltà per il neoeletto non vennero dalla Germania, ma dall'interno dell'Urbe: la sua attività riformatrice contrastava quella criminale di tal Cencio di Stefano, che nel Natale del 1075, con alcuni suoi seguaci, attaccò il Papa mentre questi celebrava messa in Santa Maria ad Nivem (S. Maria Maggiore). Gregorio fu salvato dalla reazione popolare che impedì a Cencio di condurre il Papa fuori Roma: il sacrilego fu costretto a fuggire in Lombardi, dove c'erano altri nemici del Papa. Quest'ultimo intanto faceva copiare e distribuire uno strano e particolarissimo testo, scritto di suo pugno o almeno ispirato da lui: il Dictatus Papae.


Il Dictatus Papae, inserito nel Registrum epistolare di Gregorio, compare sulla scena europea nel 1075. Esso non era un programma di teocrazia, ma un indice di una collezione canonica raccolta da Ildebrando per affermare la supremazia della Chiesa sui poteri laici. Le 27 brevi, concise frasi costituirono tuttavia un motivo di malessere anche per molti suoi seguaci, perché portavano all'estremizzazione il principio della "Libertas Ecclesiae", che era così libera da imprigionare gli altri poteri. Delle 27 enunciazioni, furono due a scatenare l'ira del giovane Enrico IV: la XII "Quod illi liceat imperatores deponere" (Che gli è permessoal Papa, ndr - deporre gli imperatori) e la XXVII "Quod a fidelitate iniquorum subiectos potest absolvere" (Che può sciogliere i sudditi dalla fedeltà agli iniqui, intendendo con questo i sovrani). 
Enrico, già alle prese con le ennesime ribellioni dei principi e duchi tedeschi all'autorità imperiale, non accettò una tale diminuzione del suo prestigio, né volle venir meno alla consuetudine di nominare vescovi nelle terre imperiali, unico mezzo di contrattazione rimasto alla corona imperiale in vaste zone soggette nominalmente al suo controllo. 
Enrico IV
Convocò quindi un concilio a Worms il 24 gennaio 1076, e ottenne la deposizione di Gregorio da parte dei vescovi tedeschi, con l'appoggio di Ugo Candido, un tempo amico di Ildebrando, adesso suo nemico. Il concilio fece il paio al sinodo dei vescovi lombardi svoltosi in Piacenza, e un'ambasceria fu inviata a Roma, guidata da Rolando di Parma. Era il 22 febbraio 1076, festa petrina per eccellenza, e Papa, curia e imperatrice Agnese erano riuniti in Laterano. Allorché Rolando comunicò la deposizione del Pontefice per mano di una sparuta minoranza di vescovi tedeschi e italiani, i "cives romani, commoti" di fronte a tale affronto insorsero e colpirono i legati imperiali. Dovette intervenire lo stesso Gregorio a salvarli, a rischio della propria incolumità personale, poiché la folla inferocita non aveva più freni.
Il giorno dopo, il 23 febbraio, Gregorio pronunciò davanti al clero romano, alla Curia, all'ex imperatrice e a Matilde di Canossa la sentenza di scomunica verso Enrico e proclamò sciolti i sudditi tedeschi da ogni giuramento di fedeltà intercorso precedentemente fra essi e lo scomunicato. Per sudditi, prima ancora che al popolo, bisogna pensare ai grandi feudatari, che costituivano già una spina nel fianco al potere imperiale. Gregorio dichiarò altresì deposti tutti i vescovi che avevano partecipato all'assise di Worms. Il gesto fece un'impressione enorme ovunque, e in Germania indusse i principi al passo definitivo: riunitisi a Tribur, in Assia, per eleggere il nuovo re tedesco, ebbero dissenso sul nome, e fu questo a salvare Enrico. L'assemblea di feudatari gli ingiunse (lui svernava a Oppenheim, sull'altra riva del Reno) di ottenere il perdono papale entrò il 23 febbraio 1077, altrimenti il trono sarebbe stato considerato vacante. Inviarono contemporaneamente un'ambasciata a Gregorio chiedendogli di presiedere lui stesso un nuovo incontro in merito, ad Augusta.
Era ottobre: Enrico sapeva di avere poco tempo. Così, fallita una mossa conciliatoria presso il Papa, l'imperatore si mise in viaggio verso l'Italia.


CANOSSA.

Enrico scese dunque in Italia per ottenere la revoca della scomunica prima del termine fissato dai principi tedeschi a Trebur. Passate le Alpi, attraversò la Lombardia - a lui tutta ostile - e giunse a Canossa, nei domini di Matilde, fedele alleata della Chiesa, che ospitava nel suo castello Gregorio. Questi attendeva la scorta dei principi tedeschi a Mantova, ma quando seppe dell'arrivo di Enrico preferì rifugiarsi presso Matilde onde evitare colpi di mano del Re dei Romani (Enrico non aveva ancora ottenuto l'incoronazione, e formalmente non era ancora imperatore). Accompagnato dalla suocera Adelaide di Susa, dal cognato Amedeo II di Savoia e dal marchese Alberto II d'Este, Enrico restò accampato per tre giorni e tre notti, dal 25 al 27 gennaio 1077, fuori le mura del castello, vestito con un semplice saio in segno di penitenza.

L?umiliazione di Canossa

L'episodio ebbe subito (si fa per dire, visti i mezzi e i tempi di comunicazione di allora) immediata risonanza in tutte l'Orbe cristiano. La Chiesa usciva moralmente vincitrice nello scontro con l'Impero, e per molti secoli Canossa fu lo spauracchio dei poteri civili nelle lotte giurisdizionali con la Chiesa.
Tuttavia, sfrondato l'episodio di Canossa dall'aurea romantica di cui fu per secoli circondato, bisogna riconoscere che Enrico aveva tolto di mano l'iniziativa al Papa, riconquistando immediatamente il terreno perduto. Gregorio aveva riammesso il Rex Romanorum nella Cristianità, ma non aveva revocato la sentenza di deposizione. Per cui i principi tedeschi elessero nuovo imperatore Rodolfo duca di Svevia. Enrico cercò di tornare in Germania per sventare questo che lui vedeva come il secondo colpo di Stato della sua vita (dopo Kaiserwerth) ma si trovò i passi alpini sbarrati, e solo con l'aiuto del patriarca di Aquileia riuscì a varcare la corona alpina.
Rodolfo si mantenne abbastanza saldo sul trono per tre anni, e Gregorio e i suoi legati temporeggiavano per osservare l'evolversi della situazione. Alla fine, nel 1080, Papa Aldobrandeschi si decise per Rodolfo, e scomunicò nuovamente Enrico, in lotta contro i vassalli infedeli. Il 15 giugno questi, furente contro Roma, dichiarò decaduto Gregorio e fece eleggere da un sinodo a Bressanone un suo fedele come nuovo Papa, Guiberto arcivescovo di Ravenna, che assunse il nome di Clemente III. Nell'ottobre dello stesso anno Rodolfo morì sul campo di battaglia: principi e Papa si ritrovarono privi del loro campione e subirono per di più una serie di sconfitte militari.
I tempi della vendetta erano maturi: nel febbraio 1081, Enrico muoveva verso Roma.


"Ho amato la giustizia e ho odiato l’iniquità".

Preceduto da lettere adulatorie verso i romani, Enrico scese in Italia e si accampò fuori le mure dell'Urbe il 21 maggio 1081. Non risolse nulla, e dopo 40 giorni, nel pieno dell'estate laziale, dovette andarsene. Ritornò nel 1082, con più uomini, e dopo 7 mesi d'assedio riuscì a far capitolare la Città Leonina. Un aiuto fondamentale venne dai romani stessi e da alcuni riformatori, che cominciavano ad essere dubbiosi della bontà delle causa gregoriana e stanchi dell'inflessibilità del Papa toscano. Enrico fece insediare il suo protetto, Clemente III, in Laterano giusto in tempo per il 29 giugno 1083, festa dei Ss. Apostoli, nonostante metà città fosse ancora nelle mani dei gregoriani. Il Papa e la Curia si erano intanto asserragliati in Castel Sant'Angelo, e Gregorio dovette subire l'affronto di veder insediato l'avversario proprio nel giorno della memoria di San Pietro. Per la primavera del 1084 anche le ultime resistenze erano venute meno, e solo la fortezza adrianea resisteva. Tanto bastò ad Enrico per considerarsi soddisfatto e chiedere finalmente la corona imperiale: il 31 marzo 1084, giorno di Pasqua, veniva finalmente incoronato imperatore, IV di nome Enrico, per mano di Clemente. Fu una gloria passeggera: nell'estate dello stesso anno giunsero in soccorso di Gregorio i Normanni guidati da Roberto il Guiscardo, padrone del Meridione d'Italia (come poi diremo in un post successivo, dando una panoramica della situazione europea). Enrico lasciò Roma poichè era inferiore di forze, e i Normanni si precipitarono per le strade, saccheggiarono tutto, incendiarono chiese, distrussero palazzi, fecero prigionieri migliaia di romani. Gregorio fu liberato e alla fine di quell'anno infausto riprese possesso del Laterano, ma la popolazione gli era ormai avversa, perché lo considerava responsabile del sacco della città. Decise quindi di lasciare l'Urbe, probabilmente per tornarvi dopo qualche tempo e riprendere la battaglia contro Enrico, ma non vi potè più tornare. Mentre Clemente si insediava nuovamente in Laterano, avendo buon gioco nel presentarsi come difensore di Roma dalla barbarie portata da Gregorio, questi seguì i suoi liberatori a Salerno, dove continuò a scrivere lettere contro l'imperatore e a chiamare tutti i sudditi alla disobbedienza. Ma era solo e isolato, e la fatica dell'ultimo anno si fece sentire su un fisico ormai avanti con gli anni. Sentendosi avvicinare la fine, chiamò a sè i cardinali riformatori, indicò tre suoi possibili successori alla carica (contravvenendo, curiosamente, alle disposizioni elettorali che aveva contribuito a redigere), perdonò i suoi avversari, escluso Enrico, e spirò.
Era il 25 maggio 1085: si chiudevano contemporaneamente una fase della riforma ecclesiastica e una fase della lotta per le investiture. Non si sa se pronunciò effettivamente le parole: "Ho amato la giustizia e odiato l'iniquità, perciò muoio in esilio", che un suo biografo gli attribuisce. Certo, come scrive Indro Montanelli, toscano come lui: "Aveva amato la Chiesa. L'aveva amata fino all'iniquità".


Con Gregorio VII moriva il deus ex machina della riforma ecclesiastica della seconda metà dell'XI secolo.Cappellano di un Papa sconfitto (Gregorio VI), consigliere di un Papa coraggioso (Leone IX), creatore di Papi di adamantina volontà (Niccolo II, Alessandro II), Ildebrando fu eletto al Soglio quasi "naturaliter", essendo il capo carismatico della Curia da 30 anni. Fu totalmente devoto alla Mater Ecclesia e la sua azione fu ispirata da un forte senso divino, al punto da leggere le azioni dei singoli e il decorso della Storia solo in prospettiva teologica. Il suo sogno era di attuare una "Christianitas" dentro la quale le forze umane e sociali collaborassero in vista del bene spirituale; il suo ideale politico fu la costituzione di un Regno di Dio sulla terra. Fu per questo che cercò di sviluppare un rapporto di "fidelitas" con tutti i sovrani d'Europa e non solo (conserviamo sue lettere indirizzate ad Anazir, re di Mauritania), e fu per questo che arrivò allo scontro colossale con Enrico. Scrisse a proposito delle sue fatiche : "Noi siamo sovraccarichi di tante faccende, che molto spesso la vita ci è di peso e la nostra carne desidera la morte; ma quando il povero Gesù, vero Dio e vero uomo, ci tende la mano, egli rende la gioia a chi è oppresso. In me certamente muoio sempre, ma tuttavia in Lui io vivo".