A mio padre

Le nubi sono sopra di me, sopra di noi.
La felicità altrui mi sembra doppia, se vedo la mia tristezza; la gioia è uscita dalla mia casa, e la noia quasi è benedetta, perché non mi fa pensare alla perdita.
Mi pento di non averti parlato quella sera, mi pento di non essermi fermato a parlare con te a tavola. Ho fatto tutto quello che potevo fare, e non è bastato. Ho pregato e fatto offerte, e la grazia non è arrivata.
Ti posso sembrare freddo e indifferente, ora. Forse pensi che poiché ho pianto poco rispetto agli altri, me ne sia importato di meno. Tutti dicono che mi fa onore. Invece ce l'ho tutto dentro, e non riesco a cacciarlo fuori. Mi infurio per come sto, e mi pento subito dopo: forse che te ne volevi andare così, in 20 giorni, mentre tutto sembrava filare bene? Se mi vedi con gli occhi di fuori e i denti stretti, non è per te: è per questa vita, che ti ha dato sacrifici e poche soddisfazioni, negandoti l'ultima: di vedermi con la laurea, questa maledetta laurea che non ho preso ancora per la crisi e per la mia negligenza.
Ora devo continuare a vivere e a studiare, se non per me, almeno per te, per non far disperdere quanto mi hai dato in 28 anni. Non arriverò mai alla tua altezza, le mie spalle non sono robuste come le tue. Ma sono al tuo posto, e gli altri, il mondo hanno gli occhi puntanti su di me. Se non piango, è per non crollare, non per indifferenza. Una parte di me sente che sei ancora qui. Non mi lasciare da solo in mezzo ai lupi, anche così sorridimi. Aiuta questo figlio degenere. Ti voglio bene, papà.

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